• LUTTO

Cesare Cavalleri, il «grande salto» è compiuto

È morto lo storico direttore delle Edizioni Ares e della rivista Studi Cattolici, una personalità capace di valorizzare tutto ciò che era vero e bello, lanciando o riscoprendo autori che dimostravano la «tensione al vero». Membro dell'Opus Dei, ha dato testimonianza di una fede capace di generare cultura. 

Cesare Cavalleri

«L’importante è che la morte ci trovi vivi». Lo scrisse Marcello Marchesi, brillante paroliere del Novecento, perché vale la pena vivere in pienezza ogni istante, fino all’ultimo. Questo suo augurio calza a pennello in questo saluto a Cesare Cavalleri, storico direttore delle Edizioni Ares e del mensile Studi cattolici, per inciso «il mio caro direttore» dal 16 febbraio 1996 fino al pomeriggio di mercoledì 28 dicembre che ha segnato il suo passaggio al Cielo. Alcune settimane prima di morire ha inviato una lettera ad Avvenire, di cui era stato cofondatore e su cui teneva tuttora una rubrica settimanale: il verdetto dei medici gli imponeva il commiato dai lettori.

«Carissimo Direttore», ha scritto, «non immaginavo simile conclusione, ma prendo volentieri atto e mi tuffo nella preparazione immediata al grande salto…». E il 23 dicembre, intervistato da Francesco Ognibene ha aggiunto: «Il Signore ci vuole bene da sempre. E quindi non c’è da temere nulla, perché ha in serbo per noi le cose più belle che si possono desiderare». Così, con serenità, senza paura, guardando in faccia il Destino ci ha dato appuntamento nel futuro che ci riunirà insieme. Il suo saluto, in un’epoca che esorcizza la morte prima di tutto non parlandone, ha fatto curiosamente il giro del Web. Parrebbe una contraddizione ma in realtà è una dimostrazione della grande sete di speranza che attanaglia i cuori.

Di contraddizioni, perlomeno apparenti, lo stesso Cesare era un campione. Nonostante fosse editore, vivesse delle pubblicazioni, nel suo ufficio campeggiava questo cartello: «Se davvero volete aiutarmi vogliate passare i vostri consigli agli editori concorrenti». Se gli chiedevi «Come stai?»… ed era in forma, ti rispondeva con un ghigno: «Malissimo!»; ma se stava male per davvero, come sempre più spesso da qui a tre anni, era capace di dirti: «Benissimo», un po’ per non farti preoccupare, per non pesare su di te, ma soprattutto per quell’irresistibile vis ironica a cui non ha saputo né voluto rinunciare, una marca fondativa del suo carattere.

Giocando sul suo nome, non senza una voluta punta di civetteria, festeggiava l’onomastico alle Idi di marzo. Apparentemente schivo, impermeabile alle relazioni, aveva cura dei compleanni, degli onomastici, non mancava mai di aggiornarsi sullo stato di salute, non solo fisica, di mogli e figli. Al tempo in cui è mancato mio padre, mentre percorreva dal letto il suo ultimo scivolo, Cesare, che non lo conosceva più di tanto, più volte è venuto al capezzale per portargli compagnia e conforto; e dopo la morte di papà, nei tre giorni di attesa del funerale, benché abitasse dall’altra parte della città, ci ha fatto visita ogni giorno per vegliare e pregare il Rosario con la mamma, ricordandoci che nella preghiera permane la comunione con chi non è più fisicamente tra noi. Nell’ultima cena in famiglia gli ho appoggiato sulle gambe il nostro cucciolo di cane: lo ha stretto fra le mani per l’intera serata e nel commiato una lacrima gli ha segnato la guancia. Si commuoveva spesso Cesare, quando gli raccontavi un atto d’amore o episodi di arguta ingenuità dei bambini, quando Marta lo ha chiamato «zio» al Meeting di Rimini, quando nel mondo accadeva qualcosa di brutto, quando ascoltava la musica, specialmente se a cantare era Maria Callas, la sua preferita, ma amava da impazzire anche la Vanoni, Patty Pravo e Nilla Pizzi, che aveva conosciuto come inviato al Festival di San Remo per Famiglia Cristiana.

Una sua certa civetteria passava dall’eleganza un po’ appariscente, per la ricercatezza con cui abbinava i gemelli alle cravatte fino alle bretelle; ma anche dal desiderio che gli si riconoscesse la bravura che emergeva da un suo articolo o dalle battute ironiche e taglienti. Tuttavia – altra contraddizione? – nonostante questi veniali accondiscimenti, Cesare non era certo un vanitoso. Aveva pochi abiti e li cambiava quando erano consumati, e quasi tutti i regali che riceveva, casualmente finivi per scoprire che li aveva donati ad altri secondo la bisogna. Consapevole della sua levatura, un po’ se ne compiaceva, ma non cercava il prestigio per sé, animato com’era dalla sua missione in terra di cultura. In lui vedevo sempre brillare l’ideale e ho avuto la sensazione che stessimo facendo del nostro per il Regno di Dio.

Provocatore nato, si dilettava col mettere in imbarazzo i suoi interlocutori, lasciandoli esprimere per poi, così all’improvviso, buttar lì un giudizio di segno opposto. Lo fece anche con me al primo colloquio. Mi aveva convocato come potenziale recensore. Mi chiese della mia tesi di Laurea sul teatro nel cinema di Bergman; gli confidai che nelle mie intenzioni avrei voluto occuparmi di Totò. Si mostrò incuriosito, mi fece raccontare, poi a un tratto la mise lì, piano: «Certo che Totò era un guitto ignobile»... Anche Benedetta, mia moglie, ha ricordi simili. Un’altra volta che lei gli mostrò orgogliosa un paio di scarpe di cui andava molto fiera, alla domanda: «Le piacciono i miei nuovi stivaletti?», la risposta calò giù come una lama di ghigliottina: «Non pensavo riuscissero a farne di peggiori» ma, con l’immancabile sorrisino, aggiunse bonario: «Dovresti mettere almeno un paio di stringhe rosse».

Ci sono persone che non hanno retto a incontri come questo, se ne sono andati via sdegnati per non tornare più. In realtà la sua era una sorta di prova iniziatica: se stavi al gioco, se trovavi il coraggio di rispondergli a tono, apprezzava e potevi entrare nella sua cerchia. Riguardo all’episodio della mia tesi devo aggiungere che col demitizzare De Curtis intendeva testare la tenuta dei miei argomenti. Lui saggiava sempre se l’interlocutore fosse stato in grado di difendere fino in fondo i propri convincimenti. Sul punto non faceva sconti in primo luogo a sé stesso. Inamovibile sui princìpi che riteneva inalienabili, fu chiamato a difendere in tribunale il concetto che chi favorisce l’aborto si rende complice della soppressione di una vita umana. 

Laureatosi in Economia, insegnò Statistica nell’Università di Verona, ma ottenne altri traguardi universitari completando gli studi in Lettere e Sociologia, in Filosofia e Teologia. Conobbe di persona alcuni dei più grandi scrittori del Novecento: Ungaretti, Montale, Buzzati… Temuto come critico letterario, scrisse anche per il Corriere della sera, facendo le pulci ai più importanti narratori del nostro tempo, e di ciò fa memoria il suo volume Letture. Si arrabbiava se gli dicevi che era stato troppo severo con qualche autore. «È una dimostrazione di stima», mi spiegò una volta. «Se uno si cimenta con la poesia o il romanzo, ma il risultato è brutto, è giusto dirglielo per rispetto suo e della sua intelligenza». Non giudicava la persona, Cesare, ma l’opera, e il suo metro di giudizio è riassumibile in queste sue parole: “Il bello è lo splendore del vero. Se c’è verità c’è anche bellezza”. In base a questo criterio sceglieva gli articoli e i volumi da pubblicare.

Non aveva la pretesa che un autore possedesse la verità, nessuno la possiede, ma era per lui imprescindibile che la verità fosse il fuoco che alimenta la scrittura e l’orizzonte in cui si muove. Di ogni proposta e in ogni proponente vagliava scrupolosamente sostanza e intenzioni. Se vedeva in un manoscritto buone basi di fondamento e che l’autore era animato da un sincero spirito di ricerca o di testimonianza gli dava spazio, non di rado anche se lui non conosceva l’argomento o ne aveva una visione differente. In questo mi ricordava la sapienza di Socrate nel riconoscere di non sapere tutto e la curiosa disponibilità che ne consegue a favorire e a confrontarsi apertamente con il pensiero altrui.

«A noi interessa la tensione al vero», mi disse mettendomi in mano il brogliaccio del primo libro da valutare: Risorgimento da riscrivere, in cui Angela Pellicciari, vedendo nell’Ottocento un piano preciso contro la Chiesa, ha abbinato a una graffiante rilettura dei moti risorgimentali italiani a un impressionante apparato di note che attingono a documenti originali. Con questo metodo Cesare diede fiducia a numerosissimi altri autori nuovi, talvolta controcorrente, e lanciò titoli indimenticabili delle Edizioni Ares: Il Cavallo rosso di Eugenio Corti, L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, il memoriale di Leonardo Marino sugli anni di piombo, Gli Adelphi della dissoluzione di Maurizio Blondet, La pista inglese di Luciano Garibaldi, Di padre in figlio di Franco Nembrini, le stesse mie indagini su recenti apparizioni mariane non ancora riconosciute dalla Chiesa…

E ha valorizzato grandi autori del nostro tempo, su tutti san Josemaria Escriva, Benedetto XVI, Vittorio Messori, Luigi Negri e Alessandro Spina, e ha contribuito a non far calare il tramonto su numerosi classici dei secoli passati. Parimenti, su Studi cattolici ha invitato a collaborare numerosissimi altri personaggi dello stesso stampo fra cui, giusto per citarne a braccio alcuni, Ettore Bernabei, Gianfranco Bettetini, Massimo Caprara, Carlo Casini, Paolo De Marchi, Ugo Finetti, Gabrio Lombardi, Lucio Lami, Piergiorgio Liverani, Luigi Negri, Alessandro Maggiolini, Emanuela Marinelli, Vittorio Mathieu, Mariolina Migliarese, Gianfranco Morra, Lorenzo Ornaghi, Orazio Petrosillo, Vittorio Pomilio, Quirino Principe, Maria Adelaide Raschini, Aldo Maria Valli, Herman Vahramian, Alessandro Zaccuri…

Anche con noi redattori non si è pianto addosso. In uno degli ultimi collegamenti Facebook ha salutato citando a memoria il congedo di Cesare Pavesi: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». La sua presenza all’Ares era sempre incentrata alla sostanza: incontri personali, riunioni di redazione e poi tante letture e tanto studio in un ambiente in cui, nella vecchia sede di via Stradivari, la foresta di mensole dei libri aveva invaso anche i bagni. I mobili li montava Cesare, così come fin dove poteva sostituiva lampade, aggiustava fili elettrici e tubi rotti… In ogni buco libero, piantava un chiodo e ci metteva un quadro. A queste mansioni, qualora non fossero urgenti, dedicava spesso i suoi sabati: era la sua forma di obbedienza alla regola: Mens sana in corpore sano. Nell’impossibilità di raggiungerci in ufficio ripeteva: «Fate come se io ci fossi», memore e a sua volta apostolo dell’insegnamento di san Josemaría Escrivá, che parlando di «vocazione universale alla santità» invita a santificare il lavoro e le circostanze ordinarie dell’esistenza.

Cesare aveva aderito al celibato apostolico nell’Opus Dei nel 1959. Non era stato un colpo di fulmine. Inizialmente aveva pensato, con calma, di metter su famiglia, inoltre per l’intelligenza fuori dal comune e l’indole da studioso, non si sentiva incline alla vita comunitaria, ma un sacerdote dell’Opera, don Antonio Tirelli, gli toccò il cuore con parole decisive per la sua scelta: «Se il Signore chiede qualcosa in più, non sei tu che fai un favore a lui. È Lui a fare un favore a te». Messosi in gioco abbracciò la sua vocazione e il suo esempio mi ha dato conferma che l’Opus Dei è uno strumento voluto da Dio per ricordarci che veramente tutti gli uomini sono figli amati, chiamati a diventare santi, cioè a puntare dritti al Paradiso con intelligenza e cuore, accettando anche con volontà e fortezza il sacrificio che comporta vivere il tempo che ci è dato nel dono di sé, nel solco di Gesù, quindi della Chiesa.

Se in questo mi è stato maestro è perché lui, prima di me, ha guardato ad altri che lo hanno preceduto: san Giovanni Paolo II, che lo stimava e godeva della sua compagnia al punto da invitarlo a pranzo, e Benedetto XVI, i due Papi che ha incontrato come direttore dell’Ares come documentano le foto esposte con affetto filiale nel suo ufficio; inoltre, tanti amici nell’Opus Dei. Oltre al santo fondatore, Cavalleri ha avuto per padri nella fede anche i suoi successori, il beato don Álvaro del Portillo e mons. Javier Echevarría, fino all’attuale prelato, mons. Fernando Ocáriz. Con tutti loro ha avuto rapporti diretti, stretti e fraterni. Aggiungo anche il cardinale Herranz, che lui familiarmente chiamava don Giuliano e a cui io stesso mi sento legato da un profondissimo affetto. L’ho visto, c’era anche Cesare, celebrare una Messa per me indimenticabile: dal momento della Consacrazione fino al ringraziamento dopo la Comunione si è anche esteriormente raccolto in un abbraccio attorno a Gesù Eucaristia, in un evidente atteggiamento di adorazione.

L’ultima uscita “pubblica” è stata a Bassano del Grappa il 4 novembre. Di ritorno in auto, pensando di fargli piacere, Benedetta gli mise su della musica classica. «Che barba», commentò dopo un po’ caustico. «Sì, hai ragione», dissi, «se vuoi la spegniamo». «Ecco bravo», proseguì lui e poi, un po’ sornione aggiunse: «Vi canterò io qualcosa dal mio repertorio francese…», e subito intonò una canzone che con un filo di voce portò a termine scrutando divertito le nostre espressioni, curioso di sapere per quanto lo avremmo sopportato. «Forse era meglio la radio», osservai alla fine… Cesare si fece una gran risata. E noi con lui. A Bassano eravamo stati al Premio Cultura Cattolica assegnato per il 2022 a Franco Nembrini, autore Ares e caro amico. Cesare era nella giuria, ma lui stesso aveva ricevuto lo stesso riconoscimento con la seguente motivazione: «La cultura cattolica di Cavalleri non si è mai posta al rimorchio della modernità, ma ha saputo coglierne le attese e i fermenti per condurla alla riscoperta di una dimensione di verità e di speranza».

Ieri sera sono passato davanti a un ristorante vicino a piazzale Loreto. Sull’insegna campeggia come una beffa il nome Amarcord, e mi ha preso un moto di nostalgia. Qui avevo pranzato, per l’ultima volta insieme, con Cesare Cavalleri e mons. Luigi Negri. L’amico vescovo è tornato pure lui a Casa giusto un anno fa. Intorno a quel tavolo Cesare e don Luigi, con riferimento alle periferie dell’umano verso cui papa Francesco invoca una Chiesa in uscita, mettevano a tema l’apporto che può dare il cristiano in risposta alle difficoltà del presente. Con tonalità oltremodo diverse, ma uguale passione, ho ascoltato da loro le risposte di due testimoni per cui l’adesione al cristianesimo genera un’identità da cui dipende necessariamente un’unità di vita.

La crisi che devasta il mondo è assenza di beni di prima necessità che non sono unicamente materiali. C’è una fame e un freddo che scarnifica i corpi, ma c’è un’aridità di significato che annienta gli spiriti. Entrambe richiedono un intervento tempestivo e un nutrimento efficace. Cesare nei giorni ha saputo mostrarmi che la cultura intesa come servizio alla verità, la cultura che offre la capacità di conoscere e dare un nome a sé stessi, agli altri e alle cose permane come la prima forma di carità da offrire al prossimo. Si comprende anche così il detto evangelico: «La Verità vi farà liberi». Anche di fronte alla morte.

 

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