• L'EDITORIALE

Cercasi padre Brown disperatamente

I recenti tragici casi di cronaca nera dimostrano che le più raffinate e moderne tecnologie investigative non bastano per individuare il colpevole e assicurarlo alla giustizia.



La tragica vicenda di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate scomparsa tre mesi fa, il cui corpo con evidenti ferite inferte da un’arma da taglio è stato ritrovato in un campo incolto a pochi chilometri da casa, ci ha rimesso ancora una volta di fronte al mistero del male, di fronte all’insicurezza, alla possibilità concreta che il conoscente della porta accanto possa nascondere un abisso di perversione tale da spingere a rapire, cercare di violentare e poi uccidere una bambina innocente.

Ma ancora una volta questo caso, come in precedenza quelli altrettanto tragici dell’uccisione di Sarah Scazzi (ad Avetrana) o di Chiara Poggi (a Garlasco) attestano l’assoluta fragilità delle modernissime tecnologie investigative. Abituati ormai da anni ai telefilm americani delle serie CSI o NCIS, ci siamo convinti che in men che non si dica, da qualche reperto o da qualche esilissima traccia, si riesca a ricostruire lo stato di famiglia del colpevole senza ombra di dubbio.

La Polizia scientifica, i Ris, gli uomini in tuta bianca con le sovrascarpe e i guanti «sterilizzano» la scena del crimine, analizzano tutto e tutti. Poi però, spesso e volentieri, come siano andate veramente le cose non lo sappiamo. E nonostante quintali di intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi del Dna, ricostruzioni della dinamica in 3D, il colpevole o i colpevoli non vengono individuati o comunque inchiodati con prove certe e incontrovertibili. Un certo apparato tecnico-investigativo appare alla fine più adeguato per offrire il copione di avvincenti trasmissioni Tv che per assicurare gli assassini alla giustizia.

I criminologi tracciano profili, la scientifica fa i suoi accuratissimi rilievi, si ricostruiscono i movimenti del telefonino. Alla fine però manca la capacità umanissima della sintesi, quell’attitudine a scrutare l’animo delle persone, la psicologia dei protagonisti. Insomma, anche in questo campo, ci si affida totalmente alla tecnica, alle tecniche, attendendo dagli esami di laboratorio risposte certe e inequivocabili.

Talvolta però la massa di informazioni raccolte non serve a far davvero luce su un crimine. Come pure settimane di battute a tappeto sul territorio in compagnia di cani addestrati possono dare un esito inconcludente salvo poi scoprire che il corpo martoriato della vittima era in luogo frequentatissimo e dove – incredibilmente – era stato più recentemente scoperto un altro cadavere. Si sente dunque la mancanza, nell’epoca di CSI, di personaggi letterariamente fortunatissimi come il commissario Maigret, creato dalla fantasia di George Simenon, o come padre Brown, il prete detective protagonista di diversi racconti gialli dello scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton. D’accordo, anche in quel caso stiamo parlando di finzione, proprio come per i telefilm polizieschi di ultima generazione.

Eppure Maigret e Chesterton descrivevano bene le caratteristiche e le qualità del buon investigatore, che dev’essere innanzitutto esperto di umanità, conoscitore e indagatore dell’animo umano. Una caratteristica che forse si è andata perdendo, a motivo dello sviluppo delle nuove tecnologie e delle sicurezze – in più di un caso solo apparenti – che esse ci offrono. Il computer capace di darci in pochi minuti il nome dell’assassino esiste solo nelle fiction americane.

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