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IL CASO

Carriera alias anche alla Difesa, l’illegalità normalizzata

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Emerse linee guida del Ministero della Difesa per l’attivazione della carriera alias per dipendenti transgender. Crosetto si dice all’oscuro. L’ideologia trans passa per i contratti collettivi e il governo lascia correre. Contro la legge e il buonsenso.

Attualità 16_01_2024
Bandiera trans (licenza CC)

Dopo la scuola, gli enti locali e la sanità (vedi qui), la carriera alias è arrivata anche al Ministero della Difesa, ancora una volta passando attraverso l’uso o, meglio, l’abuso della contrattazione collettiva.

La notizia è assurta agli onori delle cronache pochi giorni fa, dopo un post su X (l’ex Twitter) della dottoressa Barbara Balanzoni che chiedeva conferma al ministro Guido Crosetto a proposito di un documento di cinque pagine, in pratica una circolare interna del Ministero della Difesa - Direzione generale per il personale civile. La circolare, che risulta firmata digitalmente il 10 gennaio 2024 da un dirigente di ruolo del Ministero (Lorenzo Marchesi), contiene delle linee guida per l’«attivazione e gestione di un’identità Alias per persone in transizione di genere».

Le suddette linee guida sono state scritte a seguito dell’articolo 21 del Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) per il personale del comparto «funzioni centrali» (triennio 2019-2021), firmato dall’Aran (l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) e dai sindacati il 9 maggio 2022 (sotto il governo Draghi). Quell’articolo, sulla falsariga di quanto previsto ormai in modo praticamente identico in sede di rinnovo dei vari contratti collettivi, dà alcune indicazioni generali sulla carriera alias e rimanda alla «regolamentazione interna» per la specificazione delle modalità con cui attivarla e gestirla. Da qui, dunque, la circolare con le relative linee guida di cui il ministro della Difesa, con un suo tweet di risposta il 12 gennaio, si è detto all’oscuro. «Lo scopro ora», ha scritto Crosetto, supponendo che il documento «non sia stato coordinato» né con il segretario generale né con il gabinetto e l’ufficio legislativo: «Il Direttore – aggiunge il ministro cofondatore di Fratelli di Italia – ha probabilmente ritenuto che l’applicazione del contratto collettivo lo esimesse da condivisione», cioè appunto dal sottoporre ai vertici del Ministero le linee guida sulle persone transgender.

Il caso è emblematico di come l’ideologia gender, alla chetichella, si stia progressivamente infiltrando nei vari ambiti della società, senza che nemmeno il centrodestra al governo muova un dito per fermarla. E, anzi, finisce per portarne avanti un pezzo alla volta come se fosse un dato acquisito.

Val la pena ricordare che la carriera alias rappresenta la perfetta applicazione del concetto di identità di genere contenuto all’art. 1 del poi bocciato (con il contributo del centrodestra) Ddl Zan, che parlava di «identificazione percepita (…) indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». La carriera alias è infatti quell’escamotage, inventato dalle organizzazioni Lgbt, per permettere di adottare un nome diverso da quello presente all’anagrafe anche a coloro che sono appena all’inizio del percorso per l’impossibile “cambio” di sesso e che quindi non hanno ottenuto la rettificazione del sesso all’anagrafe ai sensi della Legge 164/1982. Quindi, l’identità alias non solo è contraria all’ordine naturale (come lo è, peraltro, la stessa Legge 164) ma non gode nemmeno di alcun supporto legale, basandosi esclusivamente sulla percezione e il mero desiderio di chi la chiede.

La previsione della carriera alias in contratti collettivi o qualsiasi altro ambito si pone direttamente in contrasto con il nostro ordinamento, in particolare con l’art. 6 del Codice Civile: «Non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati».

Resta dunque la domanda: perché le forze del centrodestra, che si sono scagliate contro la teoria del gender (carriera alias inclusa) durante la campagna elettorale, oggi continuano a permettere che essa faccia tranquillamente il suo corso? Il fatto che il sopra menzionato contratto collettivo risalga, come altri, agli accordi sottoscritti dall’Aran sotto il precedente esecutivo non esime l’attuale governo dalla possibilità di intervenire, stralciando un articolo che è manifestamente contro la legge, nonché contro il bene comune.

Va anche ricordato che il governo non ha ancora posto un freno alla carriera alias per gli studenti, introdotta abusivamente – secondo il computo fatto ad ottobre 2023 da Pro Vita & Famiglia – da più di 220 scuole. Inoltre, dopo più di cinque mesi, ancora nulla si sa dell’esito dell’interrogazione parlamentare presentata al ministro Giuseppe Valditara (Lega), con la quale 23 senatori su 63 di FdI hanno chiesto al titolare dell’Istruzione (di cui è intanto emersa la collaborazione con l’attivista Lgbt Paola Concia) di intervenire per fermare la diffusione della carriera alias tra gli studenti. Qui non regge nemmeno la scusa dell’eredità dagli esecutivi precedenti: perché il governo Meloni non si pronuncia per stoppare l’identità alias nelle scuole? Sarebbe un aiuto a tanti studenti confusi dalla martellante propaganda Lgbt, che con la carriera alias finiscono per vedersi rafforzati in convincimenti sbagliati, con ulteriori ripercussioni a livello psicofisico.

È poi tragicomico che questa invenzione delle lobby transessualiste – secondo cui un uomo che si sente donna (e viceversa) debba avere i diritti e le prerogative proprie dell’altro sesso, dal cambio di identità a quello di bagni e spogliatoi – si insinui perfino in un Ministero come quello della Difesa, che dovrebbe occuparsi di sicurezza nazionale... E che introducendo la carriera alias rischia di mettere a repentaglio in primis, come ha sottolineato Pro Vita in un comunicato, la privacy e la sicurezza delle donne che lavorano nello stesso Ministero. Crosetto interverrà?



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