• LA LETTERA

Caro prof, solo la fede mi tiene viva in questa situazione

Quelle che seguono sono le riflessioni sul periodo che stiamo vivendo scritte da una ragazza di 16 anni al suo professore. È una testimonianza  bella, veritiera  e utile di quanto, anche da adolescente, sia arduo gestire questi mesi.

Quelle che seguono sono le riflessioni sul periodo che stiamo vivendo che mi ha inviato alcune settimane fa una ragazza di 16 anni: Eden. Non è il suo primo nome, ma le piace moltissimo  per il significato e perché è tipico del lembo di  terra africana da cui proviene la sua famiglia. È una testimonianza  bella, veritiera  e utile di quanto, anche da adolescente, sia arduo gestire questi mesi. Vale la pena mettere in rilievo almeno tre aspetti che emergono da queste righe. Il primo riguarda la dimensione psicologica: è importante per gli adolescenti custodire e sostenere la formazione del proprio Sé.  La capacità di guardarsi dentro, di porsi domande, di riflettere aiuta lo sviluppo nell’autonomia, nella comprensione del reale e consente di progredire nel percorso della crescita personale. Il secondo si rivolge alla valenza sociale: vivere lontano dalle relazioni con i coetanei,  dai compagni, nella solitudine e in condizioni difficili ci fa meglio capire quanto gravoso sia il peso che i ragazzi devono sopportare in questo frangente. Infine la dimensione spirituale: in questi tempi di prova e di sofferenza dell’anima, mentre non pochi degli “addetti ai lavori” si occupano prevalentemente  di ecologia e di sanificazione, è incoraggiante sentire parlare una giovane ragazza della fede e del rapporto personale con Dio come via maestra per mantenere viva la speranza (Gianpiero Camiciotti).

Salve prof,

in questo periodo in isolamento a casa, la mia testa ha iniziato a spaziare tra mille pensieri infiniti e domande senza risposte....
Nella nostra vita scolastica ci siamo sempre approcciati a periodi storici in cui varie catastrofi hanno colpito le popolazioni, ma non avrei mai pensato di trovarmi nella situazione in cui probabilmente, tra alcuni anni, i miei figli o comunque le generazioni future studieranno il periodo della mia adolescenza.
Durante questo periodo in cui le nostre emozioni, riflessioni e spostamenti sono dettati dal coronavirus, molti cambiamenti radicali hanno coinvolto le nostre vite.
Cambiamenti di vita che ciascuno di noi ha vissuto in maniera differente, condizionati dalle esperienze interiori ed esteriori che ci si sono presentate davanti.

(…) La prima conseguenza, che ci è stata immediatamente posta, è quella di essere stati indotti a interrompere i nostri legami con la società: gli amici, i compagni di scuola,  il tipo che ti dà la brioche al bar e a volte anche soli nella propria famiglia.
Spesso ci lamentiamo perché la tecnologia ha fatto in modo che i giovani si allontanassero dalle vecchie e sane abitudini che caratterizzavano lo stile di vita dei nostri genitori e ancor meglio dei nostri nonni, ma ora so per certo che non solo la tecnologia ha il potere di renderci passivi mentalmente e fisicamente. Non siamo stati più liberi di poter scegliere cosa fare e quindi di prendere posizione nelle nostre vite, perché c’è un nuovo dittatore, invisibile e irraggiungibile che ci muove come se fossimo dei burattini.
(…)

Il periodo più soffocante, che mi ha fatto sentire come se fossi in una stanza ristretta, fatta di acciaio e senza aria, dura ormai da più di un mese e mezzo.
Mia madre è stata contagiata ed è risultata positiva al tampone e di conseguenza ci siamo dovuti rinchiudere ancora di più nella nostra piccola casa per la quarantena.
Io, mio fratello di undici anni, mia madre e mio padre.
Chiusi tra quattro pareti con una sola camera da letto, una sala, una cucina e un bagno.

Uno dei motivi che mi causa la sensazione di oppressione è proprio il fatto di abitare con altre tre persone in una casa che in realtà sarebbe adeguata per due.
Non ci sono spazi privati in cui poter piangere e sfogarsi, senza avere l’ansia del fatto che la mamma possa entrare da un momento all’altro dalla porta e vederti piangere; un luogo in cui si possa avere qualche minuto in solitudine per poter riflettere e avere silenzio. Il silenzio è ciò che molte volte manca.
Quel  silenzio che molte volte rincorro, ma che spesso è davvero troppo lontano ed è diventato irraggiungibile.

Il problema è che quando la tua mente e il tuo corpo cercano la pace, ma non la trovano, tutti i rumori esterni ti sembrano amplificati al massimo: la testa comincia ad annebbiarsi per la frustrazione, il nervosismo inizia a percorrere il tuo corpo lungo tutte le tue vene, le lacrime cominciano a voler scendere dagli occhi e infine si innesca quella rabbia che viene sfogata con chi si trova nella tua stessa situazione, ma a sua volta è impotente per fare qualsiasi cosa.

I momenti più brutti sono quelli in cui hai bisogno di sfogarti e scaricare tutto il peso che ti senti sulle spalle … ma non puoi.
(…) Questo periodo lo sto passando senza ascoltare me stessa, senza guardare cosa c’è dentro di me e capire cosa voglio veramente. Non ho tempo per farlo.
Il mio tempo è dedicato totalmente alla realtà esterna: la mattina seguo le lezioni della scuola a distanza, il pomeriggio faccio da professoressa a mio fratello (essendo anche lui in quarantena, ho chiesto alla sua prof di mandarmi il programma scolastico in modo tale da non rimanere indietro rispetto alla classe), la sera gli dedico ancora  il mio tempo perché non vorrei che la situazione gli pesasse troppo, come sta pesando a me; poi, dopo aver cenato, mi chiudo in camera cercando di non sprecare tempo per occuparmi delle mie questioni scolastiche.

Il problema di tutto ciò è che il peso della stanchezza e le responsabilità si fanno sentire: i miei voti calano, la mia voglia di studiare scende, aumenta il bisogno di dormire in continuazione per recuperare il sonno, gli obbiettivi che mi propongo prima di qualsiasi interrogazione o verifica non vengono raggiunti e di conseguenza cresce l’angoscia di non riuscire a realizzarmi dal punto di vista scolastico.

L’unica cosa che ancora non mi fa perdere la speranza e mi fa dimenticare lo schifo di situazione in cui mi trovo, in cui il mondo si trova, è la mia fede in Dio.
La notte è il momento in cui tutti i pensieri, angosce, dubbi e preoccupazioni spariscono.
Ci sono solo io che prego e leggo la Bibbia.
La notte riesco a trovare quella pace che non ho trovato durante il giorno: tutti dormono, il mondo dorme e io mi dedico a ciò che veramente mi interessa e mi porta avanti in questa vita: la fede che ci sia qualcuno che, al contrario di tutti gli uomini terreni, possa e riesca a fare tutto.

Non rinuncio mai al momento in cui dedico il mio tempo alla mia vita spirituale perché mi fa star bene.
Spesso e volentieri vado a dormire anche verso le 4.30 del mattino perché cerco sempre di finire di studiare e non rimanere indietro per poi far quel che mi piace di più.
Questa è una piccola descrizione di ciò che sto provando in questo periodo.
Sono una ragazza che non sa esprimere realmente ciò che prova,forse perché non c’è nessuno che reputo abbastanza fedele per poter esternare il caos di dubbi, angosce ed emozioni che ho dentro.