• ECOLOGISMO

Cambiamento climatico, il mito dell'Africa innocente

L'Africa "non produce CO2, ma è vittima del riscaldamento globale causato dai Paesi industrializzati"? Pare che non sia vero. Una ricerca dell'università di Edimburgo rileva quanto l'Africa sia il secondo produttore di CO2 nel mondo, dopo gli Usa.

SIAMO DI PIU', CONSUMIAMO MENO di Stefano Magni

Kenya, agricoltura

Tutti continuano a dire che l’Africa contribuisce solo per il 4% alle emissioni di gas serra, ma molto ingiustamente è il continente che più risente delle conseguenze del cambiamento climatico di origine antropica.

Per le eccessive emissioni di CO2 si accusano il modo di produzione e gli stili di vita dei paesi che hanno adottato il modello di sviluppo occidentale e le emissioni di CH4, il gas metano, che è considerato molto più pericoloso, si imputano per metà ai bovini allevati a scopi alimentari: colpa anche in questo caso delle deplorevoli abitudini alimentari dei ricchi. Tutta la strategia di contrasto alla congettura di un global warming di origine antropica si fonda su queste asserzioni: i paesi industrializzati (di fatto quelli occidentali) devono ridurre a qualsiasi costo le emissioni di gas serra e farsi carico dei danni subiti dall’Africa, innocente vittima del nostro dissennato modo di vivere.

Ma nel 2019 i ricercatori dell’università di Edimburgo sono arrivati a conclusioni molto diverse, di sicuro sorprendenti. Le regioni tropicali africane, stando ai risultati delle ricerche svolte da una equipe di studiosi diretta dal professor Paul Palmer, hanno prodotto 5,4 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2015 e 6 miliardi nel 2016. Per capirne l’impatto, se le regioni tropicali africane fossero un paese, sarebbero il secondo maggior produttore di CO2 del pianeta dopo gli Stati Uniti che ne producono 5,3 miliardi di tonnellate. Secondo i ricercatori la causa di emissioni di tale portata va ricercata nelle enormi estensioni di torbiere presenti nel continente. Dei radicali cambiamenti nell’uso dei terreni possono aver causato degrado dei suoli ed estese deforestazioni favorendo l’emissione di CO2. All’elevata quantità di emissioni inoltre ha indubbiamente contribuito in misura determinante il fenomeno dell’El Nino. Quello del 2015-2016, uno dei più intensi mai registrati, ha infatti causato temperature tropicali particolarmente elevate.

Le rilevazioni effettuate tra il 2014 e il 2017 con due satelliti, uno giapponese, il GOSAT, e uno della Nasa, l’OCO-2, indicano che le emissioni di CO2 sono concentrate nel bacino del Congo, la più grande estensione di terreno torboso tropicale del mondo, nell’Africa occidentale e in alcune aree dell’Etiopia. Le regioni tropicali africane stanno rilasciando nell’atmosfera più CO2 di quanto siano in grado di assorbirne le loro piante e le loro terre, spiega il professor Palmer: “si tratta di una nuova prospettiva. Il nostro studio è il primo a collegare quel che succede ai suoli africani con i cambiamenti nell’emissione di CO2”.   

I ricercatori dell’università di Edimburgo hanno anche cercato di individuare le cause dell’improvviso, notevole aumento delle emissioni di gas metano registrate nel mondo tra il 2010 e il 2016: attualmente il CH4 è presente in ragione di oltre 1.869 parti per miliardo. Di nuovo, hanno scoperto una correlazione inaspettata: una significativa crescita delle emissioni di metano in Africa orientale e in particolare nel Sudan del Sud, che secondo loro è responsabile per circa un terzo dell’incremento globale rilevato. Nella regione i terreni sono diventati più umidi a causa dell’aumento del livello dei laghi dell’Africa orientale che ne alimentano i fiumi, tra cui il Nilo, e i microrganismi delle terre umide producono notoriamente molto metano. Il professor Mark Lunt, che ha presentato una relazione, illustrando le ipotesi di ricerca e i risultati raggiunti, al convegno dell’American Geophysical Union svoltosi a San Francisco dal 9 al 13 dicembre, spiega che l’area del Sudan del Sud considerata è molto vasta, 40.000 chilometri quadrati, due volte più il Galles, e quindi non deve meravigliare che emetta così tanto metano.

Le scoperte della equipe di ricercatori dell’università di Edimburgo sono state poco divulgate dai mass media. La comunità scientifica presumibilmente ne discute. Forse occorreranno ulteriori verifiche per consolidarne la fondatezza. “Hanno portato l’attenzione su una parte del mondo di cui sappiamo molto poco – ha commentato di recente il dottor Pep Canadell, direttore del Global Carbon Project, un centro di ricerca indipendente che rileva le emissioni di gas serra a livello mondiale – il fatto che sia stata individuata una nuova fonte di emissioni non vuol dire che la situazione sia peggiore di quanto avessimo stimato finora. Ma, dal momento che il totale delle emissioni non è cambiato, evidentemente altri fattori che producono gas serra sono stati sovrastimati”.

Il dottor Canadell intende dire che va rivisto il ruolo che le attività umane svolgono nell’accumulo di gas serra nell’atmosfera terrestre – ad esempio, nel caso del CH4, gli allevamenti di bovini – mettendo in conto che dei fattori naturali vi contribuiscano più di quanto finora si sia voluto ammettere.

Cosa altrettanto importante, le ricerche del professor Palmer e della sua equipe suggeriscono di riesaminare le responsabilità delle attività umane nella produzione di gas serra, dato che finora i paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli africani, sono stati considerati sostanzialmente esenti da colpe, vittime “innocenti” sacrificate a logiche di profitto, a tutto e unico vantaggio di un Occidente già accusato di innumerevoli altre colpe.