• RAPPORTO STATO-CHIESA

Biden e aborto, altolà dei vescovi. Ma il Vaticano li corregge

Le promesse elettorali del nuovo presidente Usa non sono in linea con il Magistero della Chiesa su vita e famiglia. Monsignor Gomez, presidente della Conferenza Episcopale Usa, scrive una dichiarazione che gli ricorda il "dovere di proclamare il Vangelo in tutta la sua verità e potenza (...) anche quando quell'insegnamento è scomodo". Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, esprime però il suo dissenso su Twitter. E anche la Segreteria di Stato del Vaticano pare che abbia "corretto" la dichiarazione.

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I vescovi Usa (mons. Gomez a destra)

Le presidenziali del 3 novembre 2020 hanno dilaniato l'America come mai era accaduto nei tempi recenti, offrendo l'immagine di un Paese con tanta voglia di partecipazione attiva (l'affluenza più alta da un secolo a questa parte) ma diviso a metà tra due visioni di società diametralmente opposte. Le conseguenze di questo clima esasperato si sono manifestate nelle scorse ore anche all'interno della gerarchia della Chiesa statunitense. A fare da detonatore è stato l'insediamento del 46esimo presidente Joe Biden, il secondo a professarsi cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy ma anche promotore di un'agenda favorevole al finanziamento pubblico dell'aborto, alle unioni fra persone dello stesso sesso e alla copertura assicurativa della contraccezione.

La preoccupazione per le promesse elettorali non in linea con il Magistero della Chiesa ha spinto monsignor José H. Gomez, presidente della Conferenza Episcopale Usa, a non lasciare spazio esclusivamente alla retorica o alle frasi di circostanza nella dichiarazione di buon lavoro alla nuova amministrazione. Accanto all'augurio che "Dio gli conceda saggezza e coraggio per guidare questa grande nazione e che Dio lo aiuti (...) ad alleviare le nostre intense divisioni politiche e culturali", Gomez non ha nascosto all'ex senatore del Delaware la possibilità di un "disaccordo di principio e forte opposizione" da parte della Conferenza Episcopale in virtù del "dovere di proclamare il Vangelo in tutta la sua verità e potenza (...) anche quando quell'insegnamento è scomodo o quando le verità del Vangelo sono contrarie alle indicazioni predominanti nella società". Il tema che sta più a cuore alla maggior parte dei vescovi statunitensi è quello dell'"ingiustizia dell'aborto" definita una "priorità preminente" perché determina "un attacco diretto alla vita che ferisce anche la donna e mina la famiglia" e non può essere vista soltanto come una "questione privata". Da qui la tirata d'orecchie rifilata al cattolico "adulto" Biden: "piuttosto che imporre ulteriori espansioni dell'aborto e della contraccezione, come ha promesso - ha scritto l'arcivescovo di Los Angeles - spero che il nuovo presidente e la sua amministrazione lavoreranno con la Chiesa (...) nella speranza (che si possa) iniziare un dialogo per affrontare i complicati fattori culturali ed economici che conducono all'aborto e scoraggiano le famiglie". Parole equilibrate, accompagnate dall'augurio - mai così appropriato come adesso in un quadro nazionale diviso quasi esattamente a metà e segnato dalla delegittimazione reciproca -  di riuscire a costruire una "vera riconciliazione" che in quanto tale "richiede un ascolto paziente di coloro che non sono d'accordo con noi e la disponibilità a perdonare e ad andare oltre i desideri di rappresaglia".

Eppure la dichiarazione firmata da monsignor Gomez non è andata giù ad uno dei vescovi a stelle e strisce più potenti, il cardinale Blase J. Cupich che ha affidato a Twitter il suo dissenso nei confronti dell'uscita dell'USSCB. L'arcivescovo di Chicago, membro del Sacro Collegio dal 2016, l'ha definita "una dichiarazione sconsiderata", criticando le modalità con cui è stata formulata e diffusa ("è stata elaborata senza il coinvolgimento del Comitato amministrativo", si è lamentato Cupich) ed evidenziando il fatto che "non ha precedenti" nella storia. In realtà non è così come dimostra un precedente piuttosto recente che ebbe protagonista proprio il suo predecessore a Chicago: il cardinale Francis Eugene George, all'epoca presidente della Conferenza Episcopale statunitense, non aspettò nemmeno il giorno dell'insediamento per esprimere le preoccupazioni cattoliche sulle politiche in materia di aborto attese dall'amministrazione Obama e l'11 novembre 2008, a pochi giorni dalle elezioni che videro la sconfitta del repubblicano McCain, emanò un comunicato nel quale si parlava di "minaccia incombente" a proposito dell'eventuale supporto obamiano al Freedom of Choice Act che avrebbe imposto a qualsiasi ospedale e dottore di praticare l'interruzione della gravidanza se richiesta dalla paziente. "Il bene comune - dichiarò il cardinal George salutando la vittoria di Obama - non può mai essere adeguatamente incarnato in una società in cui quanti sono in attesa di nascere possono essere uccisi legalmente" e già alla fine del 2008 cominciò a pungolare l'amministrazione entrante - supportato dalla maggioranza dei vescovi americani predominante sulle voci più 'morbide' di alcuni presuli che chiedevano alla presidenza della Conferenza una "voce profetica" e non toni aggressivi, tra le quali c'era quella dell'allora vescovo di Rapid City Blase J. Cupich - nel tentativo di impedire l'abolizione del divieto di finanziamento pubblico alle cliniche e ai gruppi abortisti.

A poche ore dal giuramento il 20 gennaio del 2009, i vescovi americani indirizzarono una lettera al nuovo presidente definendo "un grave errore" la possibilità di adottare politiche contrarie alla tutela della vita dei nascituri e difendendo le restrizioni ai finanziamenti pubblici alle organizzazioni pro-choice reintrodotte da George W. Bush. Ad Obama - che comunque in campagna elettorale si era impegnato a ridurre il numero degli aborti - la lettera dei vescovi ricordò che "promuovere (l'aborto come strumento di controllo delle nascite) nelle nazioni in via di sviluppo non solo è moralmente sbagliato ma aumenterebbe la sfiducia nei confronti degli Stati Uniti da parte di queste nazioni la cui cultura spesso rifiuta l’aborto". Il presidente dem, però, abrogò le restrizioni della Mexico City Policy già al suo terzo giorno di lavoro alla Casa Bianca facendo aumentare la diffidenza nei confronti della sua amministrazione da parte del vertice della Conferenza Episcopale che da lì in poi non risparmiò critiche più aspre, non taciute durante i faccia a faccia nello Studio Ovale: il cardinal George accusò l'amministrazione Obama di condurre il Paese "dalla democrazia al dispotismo" in materia di obiezione di coscienza degli operatori sanitari e di essere "dalla parte sbagliata sulla storia" sulla questione della difesa della vita.

Forti perplessità suscita anche l'altra affermazione fatta dal cardinal Cupich nel tweet critico pubblicato mercoledì, quella relativa al fatto che la dichiarazione firmata da monsignor Gomez sarebbe stata diffusa in maniera unilaterale, senza consultazioni: a sollevarle è la ricostruzione degli eventi pubblicata da The Pillar, quotidiano online d'informazione cattolica. Tre fonti vicine alla Conferenza Episcopale Usa hanno rivelato al portale che le "obiezioni alla diffusione della dichiarazione provenivano dal cardinale Joseph Tobin di Newark e dal cardinale Blase Cupich di Chicago". Dunque, secondo le informazioni raccolte da The Pillar, Cupich così come gli altri vescovi sarebbero stati consultati prima della pubblicazione della dichiarazione a nome dell'USSCB ed è probabile che - come ipotizzato dal vescovo di Providence Thomas Tobin da non confondere con il cardinale Joseph William - riflettesse il "sentire della maggior parte dei membri della Conferenza". Il sito cattolico d'Oltreoceano, inoltre, ha pubblicato un ulteriore retroscena sulla genesi della dichiarazione firmata dall'arcivescovo di Los Angeles confermato ai giornalisti da presunte fonti nella USSCB ed in Segreteria di Stato: la nota di Gomez, su cui si sarebbe discusso fino a martedì sera, sarebbe stata tenuta sotto embargo in attesa della pubblicazione del messaggio del Santo Padre al nuovo inquilino della Casa Bianca e sarebbe stata "corretta dopo l'intervento della Segreteria di Stato". Un anonimo funzionario vaticano ha lasciato intendere a Gerard O'Connell, vaticanista di America, che la circostanza riportata da The Pillar non sarebbe inverosimile e che un intervento della Segreteria di Stato, dunque, potrebbe essersi effettivamente verificato.

Quello della Segreteria di Stato, qualora confermato, sarebbe un intervento che riaprirebbe l'annosa questione del rispetto della sfera di competenze delle Conferenze Episcopali nazionali. Mantenere i rapporti con le autorità civili ed interessarsi alla vita della Chiesa nel singolo Paese sono funzioni che appartengono alla Conferenza le cui premesse giuridiche risalgono addirittura al Codex Iuris Canonici promulgato da Benedetto XV nel 1917 e che dal Concilio Vaticano II in poi hanno conosciuto un progressivo ed inesorabile riconoscimento e potenziamento. Nonostante ciò non sono mancate incomprensioni e sconfinamenti anche recentemente: come non pensare, ad esempio nel caso italiano, alla famosa lettera dell'allora Segretario di Stato Bertone al nuovo presidente della Cei Bagnasco nella quale l'ex numero due del Vaticano rivendicava a sé la guida delle relazioni con le autorità civili al termine del dominio ruiniano. Durante l'era Bertone proprio l'episcopato americano era stato uno dei più attenti difensori delle proprie prerogative di fronte alle lamentate ingerenze della Terza Loggia: i vescovi guidati dal cardinal George protestarono vigorosamente con Roma dopo che l'Osservatore Romano pubblicò un editoriale piuttosto benevolo sui primi mesi di Obama alla Casa Bianca ("I cento giorni che non hanno sconvolto il mondo") nonostante il braccio di ferro già avviato sulla bioetica tra la Chiesa nazionale e l'amministrazione dem.

Quella combattiva generazione di vescovi, prodotto dell'epoca wojtyliana-ratzingeriana, ha sempre tenuto a difendere la propria autonomia di azione e la distinzione degli ambiti e sembra determinata a farlo anche oggi. Il presunto intervento della Segreteria di Stato che secondo The Pillar avrebbe ritardato l'uscita della dichiarazione riproporrebbe, dunque, una disputa dal sapore antico ma non in linea con l'accelerazione sul decentramento dei poteri voluta dalle riforme di Papa Francesco che nella Evangelii Gaudium ha scritto che "un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria".

La rivista dei gesuiti americani, inoltre, ha riferito di "una reazione negativa da parte dei funzionari vaticani contattati alla dichiarazione rilasciata dall'arcivescovo Gomez a nome dell'USCCB" perché "è probabile che crei divisioni ancora maggiori all'interno della Chiesa negli Stati Uniti". In realtà, oltre al duro j'accuse del cardinale Cupich ed ai toni più accomodanti della diocesi di Newark e del vescovo di San Diego, il comunicato sull'inaugurazione di Biden ha incassato ovunque consensi pubblici da parte dell'episcopato statunitense: non c'è stato solo l'appoggio di vescovi considerati conservatori come Cordileone di San Francisco, ma anche l'adesione di presuli come l'arcivescovo Perez di Philadelphia, Vigneron di Detroit, Conley di Lincoln, Aquila di Denver, Stika di Knoxville e tantissimi altri tra i quali anche Mark J. Seitz, il vescovo di El Paso noto per la sua attività in favore dei migranti al confine con il Messico. D'altra parte, come ha ricordato monsignor Gomez, la Conferenza Episcopale Usa "lavora con ogni Presidente e ogni Congresso" e se "su alcune questioni ci troviamo più dalla parte dei Democratici, su altre ci troviamo dalla parte dei Repubblicani; le nostre priorità non sono mai di parte (perché) siamo innanzitutto cattolici che cercano solo di seguire fedelmente Gesù Cristo e di portare avanti la sua visione della fraternità e della comunità umana".

Bisognerà capire, invece, se il duro ed inaspettato attacco di un presule così importante come il cardinal Cupich, nonostante tutto, lasci pensare che la dichiarazione dell'USSCB fosse stata concordata prima di essere rilasciata, possa essere - esso sì - causa di divisione all'interno della Chiesa americana nonostante nel suo messaggio personale a Biden in occasione dell'insediamento lo stesso arcivescovo di Chicago ci abbia tenuto ad "implorare" che "ogni vita sia considerata, protetta e nutrita". 

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