Beirut, dove gli armeni della diaspora commemorano il genocidio
Il 24 aprile ricorre il giorno del Metz Yeghérn, la memoria del genocidio armeno del 1915. Anche gli armeni di Beirut lo commemorano. Garo, esponente del partito Hunchak, spiega che non sia ancora finito.
Il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano l'anniversario del Genocidio, l'eliminazione sistematica della popolazione armena cristiana perpetrata dall'Impero Ottomano a partire dal 1915 e costata la vita a un milione e mezzo di di persone.
Il Libano, che sin dagli ultimi decenni del Diciannovesimo Secolo ospita una comunità armena, è stato tra i primi Paesi ad accogliere i profughi del Metz Yeghérn, il "Grande Male”, giunti nel Paese dei Cedri dopo le esiziali “Marce della morte” attraverso il deserto siriano. I sopravvissuti si sono stanziati nel nord del Paese, a Tripoli, a Jbeil, a Batroun, fino alla Capitale. A Beirut il quartiere di elezione degli armeni è Bourj Hammoud, zona est della città. La strada che lo attraversa, perpendicolare al fiume Beirut, si chiama Armenia Street ed è una vivace arteria commerciale ricca di negozi, ristoranti, laboratori artigiani - gli armeni sono noti in tutto il mondo come orafi e commercianti di preziosi. Qui le insegne degli esercizi commerciali sono in lingua armena; qui si trovano le chiese delle confessioni cristiane d'Armenia – cattolica, ortodossa, evangelica - le scuole, i gruppi giovanili, le associazioni di beneficenza, i luoghi di ritrovo a disposizione della comunità.
Il 24 aprile, centoundicesimo anniversario del Genocidio, il quartiere è pavesato di bandiere armene e i negozi sono chiusi nonostante sia un giorno feriale. La comunità si è riunita per una commemorazione interconfessionale nella grande chiesa di Antelias, periferia nord di Beirut, a sette chilometri da Bourj Hammoud. «Normalmente ogni 24 aprile raggiungiamo Antelias a piedi per la Messa, uomini, donne e bambini – sono due ore e mezza di cammino - ma quest'anno a causa della guerra abbiamo rinunciato» ci spiega in inglese Garo, un compìto ex funzionario delle Nazioni Unite a cui abbiamo chiesto udienza. Alto e dritto nonostante l'età non più giovane, ci accoglie nella sede del Social Democracy Hunchak Party, uno dei tre partiti armeni presenti in Libano. «Ma il nostro partito è il più antico - ci spiega - L' Hunchak è stato fondato nel 1887, pochi anni dopo è nato il Tashnag, che si colloca più a destra, ed infine il Ramgavar, di area liberale, nel 1921. Non c'è però rivalità tra i nostri partiti: collaboriamo, siamo amici tra di noi».
Nel Parlamento libanese, che segue un sistema di tipo confessionale, sei seggi sono riservati alla comunità armena: cinque appannaggio degli ortodossi e uno dei cattolici. Nella attuale legislatura solo il partito Tashnag è rappresentato. Garo ci fa accomodare in un accogliente salottino; alle pareti spiccano i ritratti dei fondatori del partito, «impiccati dagli ottomani, ma le loro idee sono ancora qui», ci informa, una cartina dell'Armenia, alcune vecchie fotografie. Altri uomini siedono sui sofà, fumando e bevendo caffè; tutti parlano inglese e si respira un'atmosfera rilassata ed amichevole. «Il Genocidio non è solo quello del 1915», riprende Garo. «C'è stato prima e c'è stato dopo, ed è tuttora in corso». A poche settimane dall'anniversario è stata demolita la cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, nel Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno), regione strappata definitivamente all'Armenia dall'Azerbajan nel 2023.
«Ancora oggi vogliono distruggere l'identità, la cultura armena». Perché, secondo lei? chiediamo. Garo riflette prima di parlare: «L'Armenia è il primo Paese che ha adottato ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato nel 301. Abbiamo un patrimonio culturale che tramandiamo gelosamente, e un'identità a cui non intendiamo rinunciare. Forse è per questo». C'è mai stato, in Armenia? Gli chiediamo. «Ben tre volte», risponde. E in Libano com'è la situazione? «Vuol sapere della nostra comunità qui? Prima della guerra civile gli armeni in Libano erano mezzo milione; ora, dopo la guerra, la crisi finanziaria, l'esplosione del porto di Beirut siamo rimasti appena in 75mila. La nostra lingua madre è l'armeno, che parliamo tra di noi e impariamo nelle nostre scuole, assieme all'arabo e all'inglese o al francese, a seconda dei casi».
Chiediamo se gli armeni abbiano ricevuto buona accoglienza al loro arrivo nel Paese. «Gli armeni sono i primi stranieri a cui il governo libanese ha concesso la cittadinanza. In ogni caso, a noi non importa molto dove siamo. Dovunque nella diaspora ricreiamo le nostre comunità, anche se prendiamo la nazionalità del Paese in cui siamo: ad esempio, io sono un libanese armeno, e, come tutti noi qui, posseggo la doppia nazionalità. Quanto alle difficoltà, alla guerra, ai problemi che abbiamo trovato in Libano, beh, ci siamo abituati». Chiediamo a Garo cosa dovrebbero imparare i libanesi dagli armeni. «Forse la capacità di collaborare tra noi in maniera logica e organizzata, senza farci condizionarie da faziosità, invidie e passioni estreme. Del resto siamo avvantaggiati: viviamo in medioriente, ma non siamo arabi», conclude, con un sorriso malizioso.
Salutiamo Garo e attraversiamo di nuovo Bourj Hammoud. Uno scooter ci passa davanti con la bandiera armena sul parabrezza; un ragazzo scout rientra con la sua tromba da Antelias, dove ha suonato alla commemorazione. Anche questo anniversario è passato. Nel tramonto beirutino, mentre da una macchina escono a volume sostenuto le note di Alla mia dolce Armenia, una famosissima canzone popolare, ci troviamo ad immaginare un Paese che, più che sulle carte geografiche, sembra trovare spazio nel cuore dei suoi figli sparsi per il mondo.

