• LIBERTÀ RELIGIOSA

Attacco alle Messe di Natale, ora arriva dall'Unione Europea

Le linee guida anti-Covid della Commissione Europea chiederanno agli Stati membri di proibire le Messe di Natale o comunque di celebrarle con un numero minimo di fedeli. Una ingerenza sempre più pesante, avallata finora anche dalla CEI, anche se qualche vescovo - vedi mons. Camisasca - avverte la minaccia alla libertà religiosa. Ma ora si guarda alla risposta da papa Francesco, finora in aperto sostegno dei governi che impongono i lockdown. E i cui interventi sono usati negli Stati Uniti da Jeffrey Sachs - da anni tra i principali consiglieri di Santa Marta - per sostenere la chiusura delle chiese.
- SE OGGI È LO STATO CHE FA LA CHIESA, di Stefano Fontana
- MESSE "CHIUSE", MACRON BOCCIATO DAI GIUDICI, di Ermes Dovico

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Aggiornamento di giovedì 3 dicembre, dopo l'uscita del testo ufficiale della Commissione Europea: vedi qui

Ed eccoci arrivati al  «Ce lo chiede l’Europa». Ora è infatti la Commissione Europea a raccomandare a tutti gli Stati membri della UE di non far celebrare le Messe di Natale. Non solo la discussa Messa di mezzanotte, ma proprio tutte le Messe di Natale. È quanto anticipato ieri in una bozza circolata a Bruxelles del documento che verrà ufficialmente presentato domani 2 dicembre e che rappresenta le linee guida per gestire Natale e Capodanno in modo da minimizzare i rischi di contagio del Covid.

“Stay Safe Strategy” (Strategia per stare sicuri) si chiama il documento e, secondo quanto diffuso ieri sera, c’è la raccomandazione agli Stati di valutare di «non permettere la celebrazione delle messe». E in ogni caso si chiede di «considerare di evitare cerimonie religiose con grossi assembramenti, sostituendole con iniziative online, in tv o alla radio». Nel caso i governi insistessero a consentire la celebrazione delle Messe con popolo, dovranno essere garantiti posti in cui le famiglie possano isolarsi, distanziate dalle altre persone, e comunque dovranno essere proibiti i canti.

Ormai diventa difficile negare che siamo di fronte a un attacco gratuito contro le Messe e contro ogni presenza cristiana visibile. In diversi paesi in queste settimane le Messe con i fedeli sono state sospese, e laddove sono celebrate – come in Italia – ci sono misure perfino esagerate per evitare contatti pericolosi. E a Natale vigerebbero le stesse misure, per cui l’allarme della UE è del tutto fuori luogo, tanto più che le chiese non sono mai state segnalate come luogo di focolai.

È l’ennesima prova che la vera questione in gioco nella disputa delle Messe non è la salute dei cittadini, ma la libertà religiosa; è l’evidenza dell’ingerenza dello Stato (che sia nazionale o europeo poco importa) nella vita della Chiesa. E di fronte alla tiepida o inesistente (dipende dai paesi) reazione dei vescovi lo Stato osa sempre di più. Con l’intervento della Commissione Europea l’asticella si alza ancora o, meglio, il guinzaglio si accorcia ancora per le Chiese. E anche se le linee guida in uscita non sono vincolanti, restano però una formidabile arma di pressione politica.

Cosa farà adesso il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, tra l’altro, era stato tra i più insistenti a chiedere le linee guida della Commissione? E cosa diranno quei vescovi che hanno fin qui liquidato con sufficienza le polemiche sull’anticipo della Messa di Mezzanotte? L’ultimo è stato monsignor Giancarlo Bregantini, che a Repubblica, dopo aver affermato che per la CEI non c’è assolutamente problema ad anticipare le Messe, ha detto che «il Natale sobrio e solidale che si preannuncia quest’anno è il vero Natale». E chissà perché “un Natale ognuno per sé” dovrebbe essere più solidale. Ad ogni modo ora la Commissione Europea si dà da fare per rendere ancora più sobrio il Natale dei cattolici. Saranno contenti alla CEI? Vedremo oggi che è prevista la riunione del Consiglio Permanente.

Intanto però anche in Italia c’è qualche pastore che comincia ad alzare la testa. Ieri sera il vescovo di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca, intervenendo a Quarta Repubblica (Rete4), è stato molto chiaro. Dopo aver ironizzato sul virus che è più contagioso a mezzanotte che non alle 20, ha detto: «Io come cittadino sono attentissimo a ciò che lo Stato mi chiede e voglio assolutamente salvaguardare la salute mia e quella dei miei fratelli. Però nello stesso tempo non voglio uno Stato che entri a regolamentare quello che la Chiesa deve decidere. Quindi ci deve essere su questo punto una forte attenzione sui significati simbolici, culturali e di fede di ciò che la Chiesa vive».

Dunque il tema della libertà religiosa, e in particolare della libertà della Chiesa, è stato finalmente posto da un vescovo italiano. Probabilmente altri vescovi pensano la stessa cosa, ma ora gli occhi sono puntati soprattutto su Santa Marta. Finora il Papa, infatti, è stato il principale sostenitore dell’obbedienza piena ai governi che impongono i lockdown. Lui stesso ha già annullato la tradizionale cerimonia dell’8 dicembre in Piazza di Spagna e, sebbene non sia stato ancora reso pubblico il programma delle celebrazioni natalizie, si dà per scontato che ci sarà una presenza minima di fedeli. Del resto anche nelle anticipazioni dell’ultimo libro in uscita (“Ritorniamo a sognare”) bacchetta severamente quanti hanno protestato contro le misure di lockdown.

Ora le linee guida della Commissione Europea potrebbero generare qualche imbarazzo, vista la richiesta così esigente di rinunciare totalmente alle Messe con fedeli. O forse no: negli Stati Uniti infatti, l’approccio di papa Francesco al tema Covid e lockdown – messo in grande evidenza dal New York Times, che ha pubblicato come editoriale la parte del libro che affronta il tema – è servito proprio per sostenere la decisione dello Stato di New York di chiudere le chiese e gli altri luoghi di culto. Guarda caso è stato Jeffrey Sachs, l’economista ONU campione dello sviluppo sostenibile, che da anni è diventato un vero e proprio guru in Vaticano, a scrivere le cose più velenose contro i giudici della Corte Suprema che hanno bocciato il provvedimento di New York in nome della libertà religiosa.

Sachs, in un lungo articolo scritto per la CNN, se l’è presa soprattutto con il nuovo giudice voluto da Trump, Amy Coney Barrett, che ha cambiato gli equilibri della Corte Suprema, e pretende che sia la scienza (ma quale?) a determinare le decisioni. Se la scienza dice che chiudere le chiese serve a salvare delle vite, non c’è libertà religiosa che tenga, dice Sachs. Peccato che l’equazione chiudere le chiese=salvare vite sia tutta da dimostrare. Ma è interessante notare come Sachs citi a suo favore papa Francesco che ha accettato la quarantena «puntando sulle messe online».

E nel brano ripubblicato dal New York Times, dice ancora Sachs, il Papa «chiarisce che il bene comune ha la precedenza sui semplicistici appelli alla “libertà personale” nelle proteste contro le giustificate misure di salute pubblica». Per la parte che ci interessa, la visione di Sachs è che, una volta che la scienza ha chiarito cos’è il bene comune, i leader religiosi, devono unirsi ai politici e agli scienziati nel promuoverlo. Religioni ancelle del potere, insomma. E possiamo stare sicuri che Sachs sta in Vaticano esattamente con lo stesso scopo; così si spiegano ad esempio l’enciclica Laudato Si’ e il convegno sull’Economia di Francesco (entrambe con la consulenza decisiva di Sachs), che vanno proprio in questa direzione.

Usare gli argomenti di papa Francesco per giustificare la chiusura delle chiese: ci sarebbe bisogno di una risposta chiara da parte vaticana. Forse le linee guida della Commissione Europea saranno l’occasione giusta per far uscire la Santa Sede dall’ambiguità.

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