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ASSOLTI CONTE E SPERANZA

Ammissione-beffa dei giudici: lockdown inutili e dannosi

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La sconcertante ammissione del tribunale dei ministri che ha archiviato le accuse di epidemia colposa a carico di Conte e Speranza: "Non c'è nesso di causa tra zone rosse e vite salvate" e "lockdown dannosi per diritti costituzionali e economia". Eppure la pandemia è stata costruita su questi presupposti falsi che solo ora, per comodità, si contestano. 

Editoriali 13_06_2023

Lockdown e zone rosse non salvano vite. La sconcertante ammissione arriva inaspettatamente dal Tribunale di Brescia che ha così archiviato il procedimento per epidemia colposa a carico dell’ex premier Giuseppe Conte e dell’ex ministro della Sanità Roberto Speranza.

Si ricorderà che la tesi della Procura di Bergamo, che aveva mosso le indagini, partiva dalla morte di 57 persone per sostenere che la mancata istituzione tempestiva delle zone rosse di Alzano e Nembro aveva provocato quei decessi. Per sostenerlo, la Procura di Bergamo si era avvalsa dello studio matematico del professor Andrea Crisanti. Ma nell’archiviare la posizione di Conte e Speranza, il Tribunale di Brescia, riunito nel collegio per i reati ministeriali, ha ribaltato tutto, anche i dogmi che per tre anni sono stati sbandierati e giustificati e cioè che per uscire dal covid ci saremmo dovuti chiudere in casa.

Del resto, la posta in gioco era rischiosa: o ammettere che Conte e Speranza erano stati lenti nell’attivare le zone rosse in Val Seriana, ma poi ritrovarsi con la contraddizione di vedere condannati nel piccolo della bergamasca gli “eroi” della pandemia, che nel grande chiusero l’Italia intera; oppure liberare i sospetti che gravavano su di loro, ma a quel punto, logica imponeva che si ammettesse che la zona rossa non avrebbe cambiato nulla.

Il tribunale ha scelto la seconda strada e tutto questo è non soltanto clamoroso, ma sa anche di schiaffo perché con la stessa misura con la quale l’organismo giudicante ha rifiutato ogni nesso di causa tra le morti e le mancate chiusure, si può valutare l’inutilità dei lockdown che hanno fermato per due mesi l’Italia intera.

Scrivono dunque i giudici alla fine del loro dispositivo: «Agli atti manca del tutto la prova che 57 persone indicate nell’imputazione, che sarebbero decedute per la mancata estensione della zona rossa, rientrino tra le 4.148 morti in eccesso che non ci sarebbero state se fosse stata attivata la zona rossa». Curioso che adesso che a parlare sono le carte bollate, il tribunale sia alla ricerca di un nesso di causa tra le morti e le mancate chiusure; e altrettanto curioso che debba concludere allargando le braccia perché questo nesso non c’è: «Il prof Crisanti ha compiuto uno studio teorico, ma non è stato in grado di rispondere circa il nesso di causa tra la mancata attivazione della zona rossa e la morte di persone determinate».

E d’altra parte non poteva essere diversamente: però allo stesso modo con il quale per salvare Conte e Speranza si ammette che non può esserci un collegamento tra le morti e i mancati lockdown, allora bisogna riconoscere che questo collegamento non c’era neppure per giustificare la chiusura forzata del Paese terrorizzando i cittadini e raccontando loro che standocene chiusi in casa a cantare sui balconi, il virus sarebbe passato. Questo lo capimmo tutti dopo 15 giorni dato che il virus continuava a girare indisturbato nei mesi di marzo e aprile 2020, solo il Governo continuò a difendere la scelta. Ebbene, ciò che è beffardo è che per difendersi dalle accuse, in sostanza, lo Stato utilizzi proprio le argomentazioni di coloro che criticando i lockdown sono stati censurati, accusati delle peggiori nefandezze e boicottati come negazionisti no covid e no mask.

Proseguono così i giudici: «La contestazione dell’omicidio colposo in relazione alla morte delle persone indicate in imputazione si basa quindi su una mera ipotesi teorica sfornita di ben che minimo riscontro». Perfetto, ma allora adesso bisogna ammettere che non c’era nessun riscontro che chiudendo gli italiani in casa, si sarebbe sconfitto il virus.  

Infatti, non contente, le toghe così concludono: «È noto, infatti, che la possibilità di contrarre il virus tramite contatti con persone infette non è mai stata esclusa neppure all’interno delle zone rosse». Noto a chi? Non è certo questa la narrazione che per tre anni è stata propagata dai governi che si sono susseguiti e cioè che le misure di lockdown fossero necessarie per uscire dalla pandemia, accanto alla vaccinazione forzata di massa, perché solo i lockdown ci davano la certezza che il virus non si sarebbe propagato. Erano balle e oggi i giudici ammettono che quella del #iorestoacasa è stata una colossale sciocchezza mascherata da misura sanitaria.

Ma non contenti, i giudici, sempre con l’obiettivo di salvare Conte e Speranza, ricordano persino che i lockdown andavano maneggiati con cautela dato che mettono in crisi dei diritti costituzionali: «Ed infatti – scrivono a pagina 18 del dispositivo – l’istituzione di una zona rossa comporta il sacrificio di diritti costituzionali quali il diritto al lavoro (art 1 e 4), il diritto di circolazione (art 16), il diritto di riunione (art 17), l’esercizio del diritto di culto (art 18); prevedendo poi la chiusura delle scuola il diritto allo studio (34) e infine, limitando il diritto di iniziativa economica (art 41)» i lockdown «creano ricadute gravissime in termini di occupazione, di crisi sociale e di produzione del Pil nazionale».

Questo ha scritto il tribunale dei ministri per giustificare la decisione di Conte e Speranza di non istituire già da fine febbraio la zona rossa in Val Seriana. Peccato che poi, quegli stessi diritti siano stati violati e sacrificati nel resto d’Italia appena una settimana dopo provocando tutte quelle pesanti ricadute anche in termini di violazioni costituzionali che il governo ha sempre negato o giustificato al bisogno da uno stato di necessità tutto da dimostrare.

Insomma, la bocciatura dei lockdown arriva da parte di un tribunale involontaria e contro producente: inutili a impedire morti, pericolosi per i diritti e dannosi per l’economia.