Altari antichi verso il popolo? L’errata interpretazione di Nußbaum
L’erudito Karl Otto Nußbaum ha contribuito a fraintendere la verità storica sull’orientamento della preghiera e delle chiese antiche. Pur riconoscendo che queste ultime erano costruite sull’asse est-ovest, sosteneva – senza elementi solidi – la leggenda di celebrazioni verso il popolo.
Una costante delle rivoluzioni in ambito liturgico è l’incontro tra novità e antichità, la convergenza tra progressismo e archeologismo. Nel recente libro dedicato alla pratica della Comunione sulla mano, Il cibo dei Serafini. Comunione sulla mano, sì o no?, si è cercato di mostrare come questo fenomeno si sia concretizzato proprio fraintendendo il senso delle fonti antiche, interpretate alla luce di convinzioni ideologiche del tutto estranee a quel contesto, con il risultato di una nuova forma rituale, che ben poco ha a che vedere con la Chiesa dei primi secoli, mentre molto ha a che fare con idee eterodosse più moderne.
Qualcosa di analogo è accaduto anche per l’orientamento della preghiera e degli edifici sacri. A dare man forte a questo fraintendimento è stato un grande studioso, Karl Otto Nußbaum (1923-1999), professore ordinario di Liturgia all’Università di Bonn e autore di un libro in due volumi, di grande erudizione, pubblicato nel 1965, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar vor dem Jahre 1000. Eine archäologische und liturgiegeschichtliche Untersuchung (La posizione del celebrante all’altare cristiano prima dell’anno 1000. Un’indagine archeologica e storico-liturgica).
Nußbaum riconosceva che le prime chiese cristiane erano costruite sull’asse est-ovest, con l’abside o con la facciata rivolte a oriente, ma arrivava all’incredibile conclusione che «quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il celebrante. Egli poteva rimanere sia davanti sia dietro l’altare». In pratica, per lo studioso tedesco, l’orientamento pressoché universale delle chiese non indicava necessariamente un orientamento altrettanto universale della preghiera e, dunque, della collocazione del celebrante (Liturgen), il quale poteva liberamente collocarsi di fronte o dietro all’altare, guardando sia verso oriente che verso occidente. Secondo il teologo tedesco, quando l’abside era posta ad oriente, il sacerdote poteva celebrare sia verso il popolo che verso est; invece, quando era l’ingresso ad essere rivolto ad est, allora il sacerdote era sempre rivolto verso il popolo, con l’altare interposto tra il Liturgen e l’assemblea. Fu soltanto a partire dal VI secolo che le cose mutarono e il sacerdote finì per ritrovarsi tra l’altare e l’assemblea, rivolto verso l’abside.
Recensendo il libro di Nußbaum sulla rivista della Facoltà di teologia dell’Università di Innsbruck, Zeitschrift für katholische Theologie (n. 88, 1996), un altro grande esperto di storia della liturgia, il tirolese Josef Andreas Jungmann, membro della Commissione liturgica durante il Concilio Vaticano II, non ebbe remore a dichiarare che «l’affermazione, spesso ripetuta, che l’altare paleocristiano presupponesse di regola il fatto di volgersi verso il popolo risulta una leggenda». Una stroncatura.
In effetti, Nußbaum non concludeva a favore di celebrazioni verso il popolo sulla base di dati archeologici o scritti inequivocabili, ma in virtù di interpretazioni più che opinabili di alcuni di questi dati. Per esempio, l’esistenza della cattedra e dei gradini per il presbiterio nell’abside sarebbero per lui la prova della celebrazione versus populum; ma questa collocazione, come abbiamo già spiegato, fornisce indicazioni sulla prima parte della Divina Liturgia, dedicata al canto e all’ascolto della Parola di Dio, che avveniva da un ambone posto solitamente tra la navata e il presbiterio, ma non testimonia nulla relativamente alla liturgia propriamente sacrificale. Altro esempio di libera interpretazione: egli riteneva che la chiesa di Kalat Siman, costruita sul luogo in cui visse san Simeone Stilita, a 30 chilometri da Aleppo, fosse un esempio di celebrazione verso il popolo, sebbene i resti archeologici non consentano di collocare con esattezza l’altare e sebbene le ipotesi più probabili collochino l’altare molto addossato alla parete absidale, così da suggerire che il celebrante dovesse per forza collocarsi sul versante ovest dell’altare, guardando così a est.
È piuttosto evidente che, nell’interpretazione dei dati archeologici offerta da Nußbaum, sia in gioco una forte componente pregiudiziale, che tra l’altro offuscava ai suoi occhi le numerose testimonianze scritte in base alle quali l’orientamento della preghiera era un dato assodato, persino attribuito all’insegnamento degli stessi Apostoli. Basti pensare alla sua lettura della presenza dei resti di due chiese ad Abu Mena, in Egitto: sebbene entrambe le chiese presentino l’abside ad est, egli riteneva, senza prove fondate, che in una si celebrasse verso oriente e nell’altra verso occidente. O all’interpretazione del fatto che l’orientamento delle chiese, in particolare le basiliche a Roma e nell’Africa del nord, con la facciata verso est, deponesse per una celebrazione verso il popolo.
Ma qual era questo pregiudizio? «La giustificazione logica addotta da Nußbaum per dare sistematicamente priorità nella sua teoria alla celebrazione versus populum è che si trattasse della forma originale dell’Eucaristia. Nußbaum ritiene che i primi cristiani partecipassero alla Liturgia della Parola nel tempio, ma che celebrassero il banchetto eucaristico nelle loro case. Quando infine le due forme di culto vennero unite, era usuale che chi presiedeva fosse dietro la mensa sacra, rivolto verso le persone come l’oratore di fronte a un’assemblea» (Uwe M. Lang, Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica, 2006, p. 45). E così ritorniamo da dove questa nostra indagine era partita: il mito della chiesa domestica (qui) e delle tavole come mense comuni (qui, qui e qui). I primi cristiani, una volta avuti dei luoghi di culto, avrebbero celebrato verso il popolo, perché l’Eucaristia era stata celebrata nelle case come pasto fraterno nella memoria del Signore. Il comando del Signore nell’Ultima Cena – «fate questo in memoria di me» – sarebbe stato inteso come il perpetuarsi del modello conviviale, nel quale ovviamente tutti i commensali si porgono il volto. Solo in un secondo momento, quando al modello conviviale si venne ad affiancare, per poi prevalere, il modello sacrificale, il celebrante aveva finito per dare le spalle al popolo.
Il problema di questa interpretazione è che essa, per quanto ormai assai diffusa nell’immaginario comune, non poggia su solide testimonianze; le quali depongono invece per una comprensione dell’Eucaristia come sacrificio (e quindi anche come pasto sacrificale) fin dal principio, testimoniano di edifici dedicati al culto e non di comuni sale da pranzo, e di veri e propri altari e non di tavole da pranzo. Così come ci sono una grande quantità di prove che confermano che l’orientamento della preghiera della Chiesa fin dai primi secoli era verso oriente e non era affatto “libera”. Le eccezioni, come avremo modo di considerare, trovano spiegazioni fattuali, dovute a precise circostanze, che non hanno nulla a che vedere con una celebrazione verso il popolo.
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San Tommaso ci offre l’architettura dei sette doni dello Spirito Santo, spiegandoci quali di essi agiscono nella ragione dell’uomo e quali nella volontà. Il presupposto dei sette doni e la loro connessione: la carità. Il rapporto tra virtù e doni.
L’altare verso il popolo, una novità della nostra epoca
I testi e le chiese dei primi secoli cristiani ci dicono che non esistevano altari e celebrazioni “verso il popolo”. La loro introduzione, come possibilità, non si deve al Vaticano II, che mai ne parla, bensì a uno strappo dell’Inter Oecumenici. Vescovi e liturgisti hanno fatto il resto, proibendo l’orientamento “ad Deum”.
L’orientamento delle chiese antiche
Le chiese dell’antichità erano costruite su un asse con orientamento est-ovest, di modo che l’abside, nella cui prossimità era posto l’altare, fosse ordinariamente collocata ad oriente, simbolo del Sole che sorge: Gesù Cristo.
Il mito delle chiese domestiche
L’archeologia non fornisce alcuna prova dell’esistenza delle presunte “chiese domestiche” e anzi sembra smentirle. Essa – come nel caso di Megiddo e anche, a ben vedere, di Dura Europos – supporta l’esistenza di luoghi adibiti esclusivamente al culto.
Il mosaico di Megiddo, testimonianza sull’altare cristiano
Nel 2005, nell’altura di Megiddo, sono stati rinvenuti quattro mosaici, uno dei quali riporta un’iscrizione di grande importanza, che conferma che già i primi cristiani usavano un altare consacrato, dedicato esclusivamente alla celebrazione dell’Eucaristia.
L’altare dei cristiani, gli scritti di Ignazio di Antiochia e Clemente
San Clemente di Roma fa esplicito riferimento all’altare, come unico luogo consono per offrire il sacrificio. Sant’Ignazio di Antiochia, nelle sue lettere, parla dell’altare per sei volte. E la sacralità dell’altare cristiano è data, come spiegava Origene, dal sangue di Gesù.
Mensa del Signore e altare sacro: la specificità cristiana
La Lettera agli Ebrei parla inequivocabilmente di un altare, esclusivo per la comunità cristiana, il che fa traballare le convinzioni sottese alla “svolta costantiniana”. Lo stesso termine θυσιαστήριον indica anche la mensa sacra, legata a un sacrificio. Le ricerche di mons. Heid sulla specificità del cristianesimo.

