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FRANCIA E ISLAM

Algeria, le colonie estive per i ragazzi delle banlieue

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L'Algeria offre colonie estive per i ragazzini algerini cresciuti nelle banlieue francesi. Paga il presidente. Questa politica, vecchia di almeno vent'anni, è uno dei motivi per cui non si integra la comunità musulmana algerina.

Libertà religiosa 05_08_2023
Spiaggia ad Algeri

Sono novecento i bambini che da Parigi arriveranno a Orano, Algeria nordoccidentale, nelle prossime settimane. La cerimonia di benvenuto per il primo gruppo di centosessanta piccoli franco-algerini si è svolta direttamente all’aeroporto, con tanto di bandierine, fiori e doni, alla presenza dell’Ispettore Generale del Ministero della Gioventù e dello Sport, Djaâfar Reggane.

Tutto come voluto dal presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune. I bambini trascorreranno dodici giorni nella colonia estiva di Salamande, nel distretto di Mostaganem. Il progetto rientra nel quadro di un’iniziativa che, non nasce certo quest’anno, e mira a regalare vacanze halal ai giovanissimi delle banlieues nella patria di mamma e papà. Ad aspettarli un ricco programma ideato a loro misura, ricreativo, ma soprattutto culturale. L’obiettivo è disintossicarsi dalla pariginità per una nuova familiarità con le loro origini. 

In Francia gli algerini rappresentano la comunità straniera più numerosa. Nel 2021, secondo l’INSEE, 887.100 cittadini algerini vivevano sul territorio francese. Cifra che non contempla i figli di algerini e quelli che nel frattempo hanno scelto la nazionalità francese.

Ma chi paga l’operazione “colonia estiva in Algeria”? Il presidente Abdelmadjid Tebboune in persona, quello che non ha mai smesso di criticare l’Eliseo per non essersi mai scusato realmente per i “crimini del colonialismo” e che recentemente ha condannato pubblicamente Parigi per essere stata troppo mite con il poliziotto coinvolto nella morte di Nahel. È lui a sostenere l’operazione con la mediazione della Grande Moschea di Parigi. 

L’istituto religioso islamico, e ufficialmente francese, è infatti controllato direttamente dall’Algeria che ogni anno devolve due milioni di euro con sovvenzioni dirette. Ed è con questo denaro che vengono finanziate anche le colonie estive in Algeria. Le “guide” estive per i bambini nati in Francia, ma da algerini, sono reclutate proprio dalla Grande Moschea di Parigi e pagate in valuta estera per accompagnare i “suoi figli” in Algeria, è così che li chiama Tebboune. 

La Grande moschea di Parigi, simbolo dell’islam oltralpe, la più grande di Francia e la terza in Europa, è guidata dal franco-algerino Dalil Boubakeur e si prende cura della più grande comunità musulmana d’Europa. 

Per gli imam l’operazione colonia estiva è motivo di orgoglio in quanto rende possibile un legame forte delle nuove generazioni con il Paese di origine. A guardarla da fuori, però, è solo, ancora, uno sei sintomi di quel separatismo che Macron denuncia da un po’, ennesima fotografia di un’islam che continua a riempire gli spazi vuoti delle istituzioni francesi e che per l’integrazione non nutre interesse.

La colonia estiva è il percorso di un riavvicinamento a quella che per gli algerini resta l’unica patria; il richiamo storico e politico, oltre che religioso, che coccola un sentimento di rivendicazione nutrito dai vari imam algerini in Francia. Ed è per questo che i ragazzini vengono sottratti alla République proprio durante le vacane estive dalla scuola: l’ultimo simbolo di quella laicità che sta loro stretta. 

Un genere di viaggio tanto sostenuto dai genitori come un modo di allontanare i figli da un fantomatico razzismo che subiscono in Francia, ma che non fa che alimentare la teoria della “doppia assenza” del sociologo Abdelmalek Sayad: gli immigrati sono solo fisicamente assenti dall’Algeria e non vogliono un posto vero in Francia.

Niente di nuovo, sia chiaro. Le colonie estive in Algeria esistono da almeno vent’anni. Eppure quest’anno assumono un significato diverso se ogni cosa è guardata al cospetto delle rivolte che hanno devastato la Francia tra giugno e luglio. Nahel era di origine algerina e Algeri non ha mancato di sottolinearlo. In un comunicato stampa il Ministero algerino degli Affari Esteri e della Comunità Nazionale all’Estero ha espresso sgomento per le circostanze inquietanti della tragedia e ha esortato il governo francese ad «assumere pienamente il proprio dovere di protezione» nei confronti degli algerini di Francia, affermando di essere «preoccupato per la tranquillità e la sicurezza di cui i nostri connazionali devono beneficiare nel Paese che li ospita».

Va ricordato che l’ingresso degli algerini in Francia è agevolato da una serie di norme previste dall’accordo del 1968.  A loro non è richiesto un visto per soggiorni di lunga durata e beneficiano della libertà di stabilimento per esercitare un’attività commerciale o una professione indipendente in Francia.

L’accordo tiene conto di diverse specificità nella direzione di facilitarne l’ingresso, la permanenza e l’integrazione sul suolo francese. E addirittura ha trascritto nel diritto francese la “kafala”, l’usanza musulmana di adozione. L’istituto giuridico che non va a cancellare il legame che ha il minore con i propri genitori naturali, bensì a creare un affidamento del minore a un altro soggetto. A patto che l’affidatario professi la fede islamica. Oggi è tra gli strumenti principali con cui i minori si trasferiscono in Francia.

Il “clima di vantaggi” migratori è sempre stato tale che, nel 2002, il governo francese pensò di fissare a 180mila il numero dei permessi annui per gli algerini sul territorio nazionale: nel 2018 venne raggiunto il picco di 413mila visti. Nonostante ciò, però, agli algerini non appassiona sentirsi francesi. Sebbene la Francia adotti misure tutt’altro che razziste, e tutte volte all’integrazione, ad Algeri non interessa. 

Sotto l’ombrellone della colonia estiva, l’importante è far sentire i giovani delle banlieues più lontani possibile dall’Occidente.