a cura di Anna Bono
  • Camerun

Al voto in Camerun in un clima di estrema tensione

 

 

Il 7 ottobre il Camerun è andato al voto per eleggere il capo dello stato in un clima di estrema tensione. Il paese infatti dal 2016 ha visto crescere la protesta della minoranza anglofona, esasperata a causa delle discriminazioni e della marginalizzazione subite. Alle istanze indipendentiste delle regioni in cui si concentra la popolazione di lingua inglese il governo ha risposto con una repressione violenta. Ormai si contano centinaia di villaggi in gran parte distrutti e abbandonati e quasi 300.000 profughi: oltre 246.000 sfollati, i rimanenti rifugiati in Nigeria. Molti sfollati vivono in tende improvvisate, privi di assistenza sanitaria, patendo gravi carenze alimentari. Privi di mezzi di sussistenza e di una casa a cui tornare, perché le regioni rurali da cui sono fuggiti sono tuttora teatro di scontri armati tra indipendentisti e forze governative, molti sfollati decidono di raggiungere i grandi centri urbani del paese, soprattutto la capitale Douala. Sperano di trovare aiuto, di che sopravvivere, ma finiscono quasi tutti a mendicare per strada senza un posto dove abitare. In risposta alla sempre più grave crisi umanitaria e a crescenti pressioni internazionali, il governo si difende dicendo di essere aperto al dialogo, ma di dover far fronte a una rivolta feroce e negando le accuse di violazioni sistematiche dei diritti umani da parte delle sue forze di sicurezza. Il presidente Paul Biya, che si è ricandidato, ha 85 anni e detiene il potere da 36.