Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Venerdì Santo a cura di Ermes Dovico
il caso

Al capezzale di Arditti gli avvoltoi mediatici a caccia di clic

Ascolta la versione audio dell'articolo

La corsa ad annunciare in anticipo il decesso del giornalista è sintomo di una corsa a dare "la notizia" che teme il buco più dell'errore. Un atteggiamento sistematico che non si ferma neanche di fronte a una tragedia. 

Attualità 03_04_2026
ALESSANDRO AMORUSO - IMAGOECONOMICA

Nelle ultime ore il caso di Roberto Arditti ha offerto uno spaccato inquietante dello stato del giornalismo italiano contemporaneo. Nella giornata di mercoledì 1° aprile, la notizia della sua morte è stata diffusa con sorprendente rapidità da numerose agenzie di stampa, rilanciata da diversi quotidiani online e amplificata da una moltitudine di profili social. Una dinamica ormai familiare, in cui la velocità prevale sulla verifica, e l’eco conta più della fonte. Eppure, a distanza di poche ore, la realtà ha smentito clamorosamente quella narrazione: il bollettino ufficiale dell’ospedale San Camillo di Roma e le dichiarazioni della famiglia hanno chiarito che Arditti non era morto, ma si trovava in coma cerebrale a seguito di un infarto. Una condizione gravissima, certo, ma ben diversa da quella raccontata con troppa leggerezza da gran parte del sistema informativo.

Il cortocircuito mediatico è stato tale che persino la pagina Wikipedia del giornalista era stata aggiornata con la data della morte, salvo poi essere corretta quando la notizia si è rivelata infondata. Un dettaglio che, più di altri, dimostra quanto la disinformazione possa propagarsi in modo quasi automatico, anche in contesti che dovrebbero basarsi su verifiche condivise. Si parla tanto di fake news diffuse da avventurieri e dilettanti ma spesso a infestare i circuiti mediatici è anche l’informazione professionale.
Non è la prima volta che accade qualcosa di simile. Il precedente più noto risale al 2005, quando le voci sulla morte di papa Giovanni Paolo II si rincorsero per ore prima della conferma ufficiale. Anche in quel caso si assistette a un’oscillazione tra anticipazioni azzardate e smentite, in una corsa collettiva a “dare per primi” una notizia che richiedeva invece prudenza e rispetto.

Ciò che colpisce nel caso Arditti è la sistematicità dell’errore. Non si tratta di un singolo scivolone, ma di un comportamento diffuso, quasi strutturale. È il segno di un giornalismo sempre più “predittivo”, che si comporta come un indovino: non racconta ciò che è accaduto, ma ciò che presume stia per accadere. E lo fa spesso senza attendere conferme, senza verifiche adeguate, senza il necessario filtro critico.
La logica è chiara, per quanto discutibile: meglio rischiare un errore che prendere un “buco”, ovvero arrivare secondi su una notizia. In un ecosistema dominato dalla competizione immediata e dai clic, l’accuratezza diventa un lusso, mentre la rapidità si trasforma in valore assoluto. Ma il prezzo di questa scelta è altissimo.

Le carte deontologiche del giornalismo parlano da sempre con estrema chiarezza, soprattutto quando si tratta di salute: le informazioni devono provenire esclusivamente da fonti ufficiali, come i bollettini medici. Nel caso di Arditti, l’unica notizia corretta e verificata era quella di un malore notturno e di un coma cerebrale provocato da un infarto. Tutto il resto era, semplicemente, una forzatura. Andare oltre quei limiti non è solo un errore professionale, ma una violazione deontologica. Significa trasformare la sofferenza di una persona in un contenuto da consumare rapidamente, sacrificando la dignità del soggetto e il rispetto per i familiari. Significa, in ultima analisi, piegare l’informazione alle logiche del sensazionalismo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un ulteriore calo di credibilità per un sistema mediatico già in difficoltà. Ogni notizia sbagliata, ogni anticipazione infondata, ogni corsa a pubblicare senza verificare erode la fiducia del pubblico. E senza fiducia il giornalismo perde la sua funzione essenziale: essere un punto di riferimento affidabile per comprendere la realtà.

Il caso Arditti non è soltanto un episodio sfortunato. È un sintomo. E come tale dovrebbe essere preso sul serio, non archiviato rapidamente. Perché dietro quell’errore collettivo c’è una domanda più profonda, che riguarda il futuro stesso dell’informazione: vogliamo un giornalismo che racconti i fatti, o uno che li anticipi rischiando di inventarli, violando i diritti dei protagonisti dei fatti e il diritto dei cittadini di ricevere notizie documentate e attendibili?

Il fatto che ieri pomeriggio la commissione medica nominata dalla direzione dell'ospedale San Camillo Forlanini di Roma abbia confermato lo stato di morte cerebrale del giornalista, ricoverato in terapia intensiva dalla notte tra il 31 marzo e il 1° aprile in seguito a un arresto cardiaco e che abbia quindi formalmente constatato il suo decesso non cambia i termini della questione. Nel bollettino diffuso ieri dall’ospedale si specificava che «la famiglia ha chiesto il massimo rispetto della privacy».
I giornalisti avrebbero fatto una figura decisamente migliore se la privacy di Arditti l’avessero rispettata fin dall’inizio di questa tragedia umana, senza smanie di protagonismo e forsennate rincorse all’audience.



l'indagine di perugia

Giornalismo o spionaggio? Una destabilizzazione politica

04_03_2024 Ruben Razzante

Spacciare per giornalismo investigativo quelle che sono vere e proprie manovre di destabilizzazione del quadro politico è un grave atto di disonestà intellettuale. Il caso Perugia scuote la politica. 

DIRITTO E INFORMAZIONE

Il Garante bacchetta i media: “I giornalisti rispettino la privacy”

16_07_2025 Ruben Razzante

La Relazione presentata ieri dal Garante della privacy rappresenta un monito netto su vari fronti. Pasquale Stanzione tira le orecchie anche ai giornalisti per il loro eccessivo voyeurismo nei casi di cronaca nera (come Garlasco).