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Afghanistan, il rischio di attacchi talebani con i soldi Usa

Un Rapporto dell'Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell'Afghanistan, fa luce sulle modalità del disastroso ritiro Usa lo scorso agosto. Ed esprime preoccupazione per la destinazione dei fondi già elargiti dal governo Usa, visto che il governo di Kabul controlla anche le ONG presenti nel paese.

“La divisione del servizio estero - la spina dorsale della struttura che avrebbe dovuto ricostruire lo stato afghano - ha lo stesso numero di addetti delle bande musicali del Dipartimento della difesa”. È una delle osservazioni che si possono leggere nell’ultimo rapporto diffuso dallo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, il Sigar - organismo istituito dal Congresso statunitense per monitorare obiettivi e risultati della missione Usa nel paese asiatico. Trecentotrentasei pagine che raccontano di tutta la distanza che esiste tra il proposito e l’esito effettivo della guerra al terrorismo. 

In un momento in cui l’Afghanistan deve affrontare il tema della libertà delle donne e combatte contro la fame, la povertà, la disoccupazione e la crisi economica, riemerge la questione di come il fragile Stato afghano sia collassato in meno di un mese. Gli americani sono gli unici a tentare una riflessione sui vent’anni di guerra afghana, e in un rapporto al Congresso, il Sigar ha provato a indagare le cause del crollo militare della Repubblica di Ghani, difesa dall’Afghan National Defense and Security Forces (ANDSF), circa 300mila uomini, costato al contribuente americano 90 miliardi di dollari tra il 2002 e il 2021 e 800 milioni a quello italiano.

L’ispettore generale, John Sopko, che ha supervisionato e firmato il rapporto, è certo che una delle responsabilità più evidenti stia nell’aver ridotto, drasticamente, i raid aerei: 7.432 nel 2019, l’anno successivo erano 1600. In questo modo è stato tolto il “vantaggio fondamentale per tenere a bada i talebani”; inoltre, il Sigar aggiunge, “l’Andsf disponeva di armi e rifornimenti, ma non aveva le capacità logistiche per spostarli.  Così il governo non è riuscito a sviluppare una strategia di sicurezza nazionale” per il dopo. Insomma, colpe americane ma anche delle forze afghane. 

Il Sigar critica anche le modalità con cui le forze armate Usa hanno lasciato l’aeroporto di Bagram, nel luglio 2021: hanno abbandonato la base di notte senza avvisare il nuovo comandante della base afghana. Sopko afferma persino che le forze armate statunitensi abbiano interrotto l’elettricità, così favorendo il saccheggio della base prima che le forze di sicurezza ne prendessero il controllo. I leader militari hanno più volte dichiarato di aver raccomandato di lasciare circa 2500 soldati sul territorio, ma il piano non è stato approvato.

Non s’è fatta attendere la replica di John Kirby, portavoce del Pentagono, che, esprimendo tutto il suo disaccordo con la visione espressa dal rapporto, ha replicato: “Non credo che saremmo affatto d’accordo sul fatto che la nostra partenza dall’Afghanistan sia stata un errore. Le nostre truppe avevano combattuto lì per 20 anni, avevano compiuto la missione per la quale erano state inviate. Non c’è stato nessun attacco simile all’11 settembre contro gli Stati Uniti dall’attacco che ha avuto origine dall’Afghanistan. E nel processo, abbiamo sicuramente apportato miglioramenti in Afghanistan”.

Il rapporto Sigar è su tutt’altra lunghezza d’onda. E quando scrive che, “il governo ha costantemente sottovalutato la quantità di tempo necessario per ricostruire l’Afghanistan, creato scadenze e aspettative irrealistiche che hanno indotto gli attori in campo a spendere velocemente piuttosto che focalizzarsi sull’efficacia dei programmi e sulla riduzione della corruzione”, ribadisce come gli Usa si trovassero di fronte a un compito non semplice, ma certamente mal gestito. 

Vent’anni di addestramento e 146 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Afghanistan hanno forgiato una forza di sicurezza locale totalmente incapace di operare da sola, e che è stata pure abbandonata. A ciò va aggiunto che il governo afgano non possedeva alcuna strategia di sicurezza nazionale quando gli Usa hanno dichiarato di aver stipulato un accordo con i talebani per lasciare il paese. “Dopo 20 anni di formazione e sviluppo, l’ANDSF non è mai diventata una forza coesa e sostanziale in grado di operare da sola. I governi degli Stati Uniti e dell’Afghanistan condividono la colpa”, scrive Sopko.

L’accordo stipulato a Doha tra Stati Uniti e talebani prevedeva che le truppe dei primi si sarebbero ritirate solo nel caso in cui i talebani avessero promesso di mettere un freno alle azioni terroristiche di Al-Qaeda e del sedicente Stato islamico. Ma l’accordo ha alimentato le incertezze nei rapporti tra Usa e Afghanistan. Per tanti afghani l’accordo era un atto di tradimento e niente più: il segnale evidente che gli Usa stavano consegnando l’Afghanistan nelle mani nemiche lasciando il Paese. La caduta è stata così definita da Sopko “prevedibile”.

Quando a marzo 2021, Biden aveva dato la cornice alla sua politica definitiva in Afghanistan, i talebani già minacciavano, con segnali credibili, di riprendere gli attacchi contro tutte le forze Nato se non si fossero ritirate entro l’inizio di maggio. Secondo il rapporto Sigar, quindi, l’annuncio del ritiro del presidente Biden nell’aprile 2021 “ha distrutto il morale di ANDSF”. E il 15 agosto 2021, quando i talebani giunsero alle porte di Kabul, sei dei sette corpi dell’esercito afghano si erano già arresi o erano stati sciolti.

John Sopko ha accusato anche le decisioni prese dall’ex presidente afghano. È stata, infatti, dettagliatamente analizzata la mancanza di pianificazione di Ghani e come abbia contribuito alla caduta delle forze armate del Paese e del suo stesso governo. L’ex presidente ha deliberatamente ignorato lo stato del proprio esercito realizzando troppo tardi che erano gli Stati Uniti a fornire tutto il necessario per sopravvivere alle forze afghane, mentre il contributo del governo era la sola presenza dei soldati. “Con l’annuncio di Biden del 14 aprile 2021 della data finale del ritiro delle truppe e degli appaltatori, la cerchia ristretta del presidente Ghani ha affermato di essersi resa conto che l’ANDSF non aveva capacità di approvvigionamento e logistica”, scrive Sopko. “Sebbene il governo afghano avesse operato in questo modo per quasi 20 anni, la loro realizzazione è avvenuta solo 4 mesi prima del suo crollo”.

“Possiamo inviare tutti i soldi del mondo in Afghanistan, ma sarà una tragedia se quei soldi finiranno nelle mani del regime talebano”: probabilmente è stata questa parentesi di Sopko ad aver, però, indispettito i più, perché con ogni probabilità sarà la questione determinante per il futuro.
Biden ha inviato 986 milioni di dollari all’Afghanistan da quando i talebani hanno preso il potere. Soldi dei contribuenti che, continua a insistere, non andranno ai talebani. Ma i talebani controllando l’Afghanistan controllano anche le ONG. E hanno già tassato il sistema ḥawāla - sistema di rimessa alternativo, fortemente radicato nella cultura islamica e basato sulla fiducia -, il che significa che il denaro trasferito, come ha detto l’ambasciatore Linda Thomas-Greenfield, è dei talebani.
Parte di quasi 1 miliardo di dollari di aiuti esteri sottratti alle buste paga dei lavoratori americani saranno utilizzati, quindi, per finanziare un nuovo jihad contro l’Occidente.

 

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