• PAOLO IL CALDO

Acqua, si stava meglio ai tempi di Roma (antica)

Tra i tanti problemi dell’Italia d’oggi c’è anche quello delle gestioni idriche. Eppure, 2300 anni fa, l'acquedotto Appio già serviva 2 milioni di romani, a un prezzo paragonabile a quello attuale. Siamo una terra benedetta dall'acqua, ma non la sappiamo gestire. Merito di uno sciagurato referendum.

La campagna del referendum sull'acqua

Tra i tanti problemi dell’Italia d’oggi c’è anche quello delle gestioni idriche, delle quali non si conosce cittadino che sia soddisfatto. Bisogna ricordare che da sempre il nostro Paese è, da questo punto di vista, tra i più fortunati del mondo: abbiamo abbondanza di acqua di grande qualità, che ci deriva da un’orografia benedetta; le sorgenti sono assai ben distribuite sul territorio; il trasporto della risorsa non è particolarmente complesso.

Tutto questo ha contribuito a fare dell’Italia fin dall’epoca romana un vero e proprio “impero dell’acqua”, da quando – era il 441° anno dalla fondazione dell’Urbe, quindi il 312 a.C. – il censore Appio Claudio Cieco realizzò l’acquedotto Appio, che portava agli usi pubblici di Roma ben 75.000 metri cubi di ottima acqua al giorno. In epoca tardo imperiale a Roma arrivavano per servire più di un milione di cittadini liberi che risiedevano nell’Urbe (contando gli schiavi si arrivava a quasi due milioni) circa un milione e mezzo di metri cubi d’acqua al giorno, ben più di quanta che arrivi oggi, sia in assoluto che pro capite. E l’ingegneria e i mezzi tecnici dell’epoca, pur mirabili per quei tempi, non erano certo paragonabili ai nostri. Oltretutto, fatti sotto la guida di Frontino i calcoli necessari, risulta che i canoni per l’uso dell’acqua erano paragonabili, ma leggermente inferiori in termini di potere d’acquisto, a quelli pagati oggi dai romani.

Roma è particolarmente fortunata; ma, anche se con piccole differenze tra le varie zone del Paese, la disponibilità lorda di acqua è presente ovunque; e se in talune situazioni non ne è garantita agli utenti l’effettiva disponibilità, la responsabilità è della gestione. 

Lo sciaguratissimo referendum celebrato in argomento di gestione dei servizi pubblici, ma in particolare dell’acqua, ha dimostrato la vergognosa insipienza degli elettori, ed ha riconsegnato ad una genia di imbroglioni incompetenti, dalla protervia accresciuta a seguito della “vittoria” riportata, un settore di attività connotato da grandi volumi di spesa e di incassi, sui quali si posa da sempre l’occhiuta e concreta attenzione (oltre che la rapace mano) dei malavitosi in colletto bianco che lo governano in rappresentanza dei partiti e dei gruppi imprenditoriali collusi.

Con la responsabilità oggettiva di questo governo parolaio e inconcludente, che era nato con l’impegno proclamato come primario di tagliare la spesa pubblica improduttiva e la presenza della mano pubblica in economia, e che in quasi un anno di vita ha solo saputo far innalzare deficit e debito pubblico. Ricordo in proposito l’assoluto segreto che copre le relazioni di Cottarelli, e l’assenza totale di conseguenze operative che le sta caratterizzando.

Avevamo un’ottima legge che governava il settore idrico prevedendone l’industrializzazione, la legge n. 36 del 5 gennaio 1994, cosiddetta “legge Galli” dal nome del parlamentare che più si era impegnato per portarla all’approvazione. Ebbene, dopo una infinita serie di difficoltà nella sua applicazione, oggi è stata praticamente azzerata da personale politico e burocratico che probabilmente non la ha neanche letta, e certo non ne ha capito il significato.

Insomma: sprechi, ruberie, incompetenza. Le gestioni idriche, tutto sommato, sono oggi in media col resto d’Italia. Andava meglio – molto meglio – all’epoca di Roma antica.

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