a cura di Benedetta Frigerio
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Accolta in India una petizione in favore dei dalit cristiani

In India i cristiani esultano. La Corte suprema ha accettato di esaminare la petizione con cui la Chiesa chiede l’inclusione dei dalit (i fuori casta, n.d.A.) cristiani nelle quote dei posti pubblici di lavoro e di istruzione riservati alle caste svantaggiate, quote che attualmente, in base a un ordine presidenziale che risale al 1950, includono solo i dalit indù, sikh e buddisti. La petizione, presentata l’8 gennaio dall’avvocato Franklin Caesar Thomas del Nazional Council for Dalit Christians, è motivata dal fatto che “il cambio di religione non elimina la discriminazione inflitta alle persone che appartengono alla comunità dalit”. Nel rallegrarsi per il passo avanti, monsignor Sarat Chandra Nayak, presidente dell'Ufficio per i dalit e le caste svantaggiate della Conferenza episcopale indiana, Cbci, ha ricordato che è dal 2004 che i dalit convertiti al cristianesimo reclamano di essere inseriti nelle quote: “in quasi 20 anni abbiamo usato tutti i mezzi democratici e non violenti possibili in questa battaglia continua, a volte scontando la violenza brutale del potere statale. Ora tutte le nostre speranze risiedono nella Corte suprema. Preghiamo per i giudici e per noi stessi”. I dalit cristiani costituiscono i due terzi dei cristiani (18 milioni su quasi 28 milioni) e il 17% della popolazione indiana. Il Cbci nel 2016 ha promosso un piano d’azione per i dalit, un insieme di politiche intese a migliorare le condizioni dei dalit nella Chiesa e nella società, in particolare quelle dei dalit convertiti al Cristianesimo, oggetto di molte forme di discriminazione. La costituzione indiana vieta il sistema della caste che però persiste. Quel che è peggio, anche all’interno della Chiesa, dicono i vescovi, esiste ancora una diffusa accettazione delle discriminazioni, eredità dei primi missionari gesuiti che consideravano il sistema delle caste “tollerabile nello sforzo di evangelizzazione”.