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Abramo, simbolo della fede che non vacilla

Nell'udienza generale del 23 gennaio Benedetto XVI ha proseguito le sue catechesi per l'Anno della fede, annunciando che le prossime meditazioni si concentreranno sul Credo. Preghiera fondamentale della Chiesa, di cui Abramo è un simbolo luminoso.

Papa Benedetto XVI

Nell'udienza generale del 23 gennaio Benedetto XVI ha proseguito le sue catechesi per l'Anno della fede, annunciando che le prossime meditazioni si concentreranno sul Credo.
Questa preghiera fondamentale della Chiesa si apre con le parole «Io credo», la cui spiegazione è offerta dal «Catechismo della Chiesa Cattolica»: «la fede è un atto personale, è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela» (n. 166).

Ma dove Dio si rivela? «Fondamentale è la Sacra Scrittura, in cui la Parola di Dio si fa udibile per noi e alimenta la nostra vita di "amici" di Dio. Tutta la Bibbia racconta il rivelarsi di Dio all’umanità; tutta la Bibbia parla di fede e ci insegna la fede narrando una storia in cui Dio porta avanti il suo progetto di redenzione e si fa vicino a noi uomini, attraverso tante luminose figure».

Nella catechesi del 23 gennaio il Papa ha voluto attirare l'attenzione sull'importanza per comprendere che cos'è la fede su una di queste figure luminose, Abramo.
Quel grande comunicatore della fede che fu san Paolo dice di Abramo nella Lettera ai Romani che «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (4,18). E la Lettera agli Ebrei lo presenta così: «Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (11,8-10).

In questo brano c'è anzitutto l'idea di abbandonare il noto per l'ignoto, con totale fiducia in Dio che chiede: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Ad Abramo è richiesta «una partenza al buio, senza sapere dove Dio lo condurrà; è un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, a cui solo la fede consente di accedere».
A questa richiesta di obbedienza totale è collegata una promessa: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome… e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2.3).

Nella tradizione del Vecchio Testamento, la benedizione «è collegata primariamente al dono della vita», che promette ad Abramo di diventare «padre di una moltitudine di popoli» (Gen 17,5; cfr Rm 4,17-18). Spesso non riflettiamo abbastanza sul carattere paradossale di questa promessa. Quando la riceve, Abramo è troppo vecchio per avere i figli che non ha mai avuto, ha una moglie sterile, Sara, e la terra che gli viene promessa non è deserta ma occupata da altri: «nel paese si trovavano allora i Cananei» (Gen 12,6).

Abramo, dunque, non solo parte al buio, ma lo fa in una situazione dove umanamente tutto gli sconsiglia di partire. «Egli - scrive ancora san Paolo - credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento» (Rm 4,18-21).

Proprio perché il suo è un «cammino paradossale», Abramo è il più grande maestro e testimone che ci indica che cos'è davvero la fede. «Abramo è benedetto perché, nella fede, sa discernere la benedizione divina andando al di là delle apparenze, confidando nella presenza di Dio anche quando le sue vie gli appaiono misteriose».
Ma che cosa dice la figura di Abramo a noi oggi? «Quando affermiamo: "Io credo in Dio", diciamo come Abramo: "Mi fido di Te; mi affido a Te, Signore", ma non come a Qualcuno a cui ricorrere solo nei momenti di difficoltà o a cui dedicare qualche momento della giornata o della settimana. Dire "Io credo in Dio" significa fondare su di Lui la mia vita, lasciare che la sua Parola la orienti ogni giorno, nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di me stesso».

Abramo, che sembra così lontano, è attuale perché insegna a seguire la voce di Dio anche quando sembra contrastare con quanto il mondo intorno a noi considera evidente. La fede ci rende «portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento, ci chiede di adottare criteri e assumere comportamenti che non appartengono al comune modo di pensare.
Il cristiano non deve avere timore di andare "controcorrente" per vivere la propria fede, resistendo alla tentazione di "uniformarsi"».

Una figura apparentemente così remota come Abramo è il maestro di cui abbiamo bisogno in un'epoca di relativismo e di tecnocrazia, quando «in tante nostre società Dio è diventato il "grande assente" e al suo posto vi sono molti idoli, diversissimi idoli e soprattutto il possesso e l’"io" autonomo», quando la tecnica «ha indotto nell’uomo un’illusione di onnipotenza e di autosufficienza, e un crescente egocentrismo ha creato non pochi squilibri».

Il Pontefice torna infine su un punto che gli sta a cuore: nonostante il relativismo, «la sete di Dio non si è estinta», ci sono ancora credenti e «Abramo, il padre dei credenti, continua ad essere padre di molti figli che accettano di camminare sulle sue orme e si mettono in cammino, in obbedienza alla vocazione divina».
Abramo, allora, c'insegna e ci aiuta a «portare nella realtà quotidiana in cui viviamo la certezza che ci viene dalla fede: la certezza, cioè, della presenza di Dio nella storia, anche oggi; una presenza che porta vita e salvezza, e ci apre a un futuro con Lui per una pienezza di vita che non conoscerà mai tramonto».