Aborto per motivi religiosi e indifferentismo ateo
Un caso paradossale nello Stato dell'Indiana invita a riflettere su cosa si intenda davvero per laicità. Sospeso il giudizio sulle religioni, ne derivano gravi conseguenze sulla verità e sulla vita.
Nello Stato americano dell’Indiana un giudice ha emesso una sentenza a favore di due donne che sostenevano il proprio diritto ad abortire per motivi religiosi (si veda qui). Una si era dichiarata ebrea e l’altra si era riferita a motivi religiosi personali. La legislazione dell’Indiana ammette l’aborto in pochi estremi casi e ora il Procuratore generale farà ricorso contro la suddetta sentenza.
Al di là delle questioni strettamente giuridiche il caso invita a riflettere sul tema dell’indifferentismo religioso dello Stato laico. Per laicità dello Stato oggi si intende la sua neutralità rispetto alle religioni, le quali vengono tutte ammesse e lo Stato si riserva nei loro confronti l’unica funzione di garantirne la libera adesione, ossia di evitare le costrizioni. Anche la Chiesa cattolica sembra ormai aver accettato questa visione, chiamata spesso “positiva” o “buona” o “aperta”.
A prima vista potrebbe sembrare che questo atteggiamento dello Stato manifesti un apprezzamento del fatto religioso e che le religioni vengano positivamente considerate utili per la vita civile e politica, parti importanti del confronto sulle idee e gli stili di vita, attori che forniscono alla democrazia i valori di cui essa non sa dotarsi da sola ma di cui ha comunque bisogno.
Nello stesso tempo, però, si può vedere in questo atteggiamento un vero e proprio indifferentismo nei confronti delle religioni, perché viene sospeso il giudizio sulla loro verità, e sulle conseguenze, positive o negative, che esse hanno nei confronti del bene comune. Indifferenza significa che per lo Stato tutte le religioni sono vere, ma ciò comporta nello stesso tempo che tutte siano false. Se non c’è una religione più o meno vera di un’altra, una nebbia avvolge il tutto nella indistinzione.
Leone XIII insegnava che l’indifferentismo è una forma di ateismo: «Ragione e giustizia del pari condannano lo Stato ateo o, ciò che è lo stesso perché porterebbe all’ateismo, indifferente verso i vari culti e largitore degli stessi diritti ad ognuno di essi» (enciclica Libertas, 1888). Se tutte le credenze religiose sono valide e non valide contemporaneamente, Dio non esiste, è un bisogno umano, oppure è una scelta individuale insindacabile, anche irragionevole. Accogliendo nella pubblica piazza tutti indifferentemente gli dei, si nega la presenza in pubblico a Dio. Al massimo la si concede al “divino”, ad un indistinto mondo pseudo-trascendente che mette d’accordo tutti attorno al nulla.
Il caso dell’Indiana mostra che l’indifferentismo di per sé non conosce limiti e arriverebbe, se lasciato a se stesso, ad accettare anche l’aborto per motivi religiosi (e chissà cosa altro …). Però – si dirà – c’è il ricorso del Procuratore generale, il che mostra che un residuo di razionalità e buon senso è rimasto vivo. È vero, però l’indifferentismo tende ad erodere l’uso della ragione applicata al bene comune, perché toglie ad essa la luce, il sostegno e la correzione necessarie e che solo possono derivare da una religione vera, ossia non assimilabile a tutte le altre in un indifferentismo generico. L’indifferentismo religioso indebolisce progressivamente la ragione perché non la interpella più sulla verità o meno delle religioni.

