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400mila alla Marcha, le lobby accusano il clero

In 400mila ieri a Città del Messico per la Gran Marcha Nacional por la familia che ha visto i messicani scendere in strada contro il progetto di legge dei matrimoni gay e la gender education. Testimoni coraggiosi contro tutto e tutti, anche le liste di proscrizione delle lobby gay che hanno accusato i vescovi di essere omosessuali. 

La marcha di sabato a Città del Messico

400mila magliette bianche al grido di Familia unida jamas sarà vencida, uno slogan preso in prestito dagli Intillimani, che non sono messicani, ma in fondo se c’è da tirare in ballo il popolo, el pueblo, va sempre bene. 

A Città del Messico ieri è andata in scena la seconda puntata del Family Day voluto per chiedere al governo di Enrique Pena Nieto di interrompere l’iter legislativo che porterà il Messico ad avere una legge federale sui matrimoni gay e sull’educazione di genere. 

Dopo la Marcha por la Familia, che si era svolta due settimane fa ion 120 città dello stato centr’americano, ieri il Frente Nacional por la Familia ha chiamato a raccolta famiglie e bambini nella Capitale per manifestare lungo il corso Angel de la Independencia per la Gran Marcha Nacional.

Difesa della famiglia naturale matrimoniale, rispetto del diritto dei genitori di educare i propri figli, affermazione del principio della libertà di educazione. Sono questi i punti forti della marcha che ha preso il via alle 12, le 20 ora italiana, con una simpatica parodia di un celebre canto popolare messicano ed ha fatto il suo arrivo nella piazza simbolo dell’indipendenza messicana, dove si è concluso con alcuni appelli e l’inno nazionale.

«Il presidente Pena Nieto ha risvegliato il vulcano che dormiva», ha detto uno degli attivisti del Frente che ora ha già detto di essere ascoltato in Parlamento dove il Capo dello Stato è intenzionato ad andare avanti con l’approvazione, non curandosi del grido dei 400mila di ieri. 

Un grande palco, dove si sono alternati vari relatori e sopra la scritta “venimos sin odio y en paz”, “veniamo senza odio e in pace”. Una frase che è stata voluta fortemente anche a seguito della vigilia infuocata. Proprio nei giorni scorsi alcuni gruppi Lgbt avevano chiesto al Municipio di Città del Messico di poter manifestare contro la Gran Marcha, un permesso accordato dal sindaco e che ha creato non pochi malumori e tensioni dentro lo stesso Frente dato che la provocazione degli attivisti gay era palese. 

Provocazione che il giorno prima della marcha è esplosa con un metodo totalitario quando alcuni gruppi gay hanno pubblicato una lista di proscrizione all’interno della quale figuravano i nomi di alcuni tra sacerdoti e vescovi messicani accusati di essere omosessuali. 

«Una calunnia», ha subito replicato l’Arcidiocesi di Città del Messico denunciando quella che è «una vendetta delle lobby gay per il successo della Marcha nelle 120 città e per bloccare il successo della Gran Marcha a poche ore dal suo inizio». Una lista di 38 nomi tra i quali figurano anche prelati che hanno combattutto assieme alle famiglie in questi giorni di manifestazione e che ha tutta l’aria di essere una classica “polpetta avvelenata” anche perché come ha fatto notare il portavoce dell’Arcidiocesi, le fonti di informazione sono esclusivamente i social network come Facebook dove ognuno può impunemente accusare qualcuno senza alcuna prova.

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