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11 settembre: continua lo scontro di civiltà

L’islam è nato quindici secoli fa in una società tribale e con essa si è identificato. Sei secoli prima, anche la venuta di Gesù si era compiuta in una società tribale. Il cristianesimo ha però subito iniziato a scardinarne valori e istituzioni. È fra queste due società, una tribale e l'altra libera, che è tuttora in corso un conflitto di civiltà. 

11 settembre

Quasi 20 anni fa il politologo statunitense Samuel Huntington pubblicava un saggio intitolato Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Il libro evidenziava l’importanza che i fattori culturali avrebbero assunto nei futuri conflitti, suscettibili di esplodere soprattutto nei punti e nelle linee di faglia in cui civiltà diverse – Huntington ne aveva individuate nove – si incontrano creando attriti inevitabili.

All’epoca, schiere di studiosi, politici, giornalisti, religiosi si sono affrettati, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre, a negare qualsiasi “scontro di civiltà”, se non come il prodotto della superbia e dell’intolleranza dell’Occidente, incapace – sostenevano – di convivere fraternamente con altri popoli, di apprezzare il valore di altre culture, di ammetterne la superiorità in molti ambiti della vita umana.

Scomparsa da tempo dal lessico politico e giornalistico, l’espressione “scontro di civiltà” è ricomparsa di recente in qualche analisi e commento a proposito delle minacce jihadiste all’Occidente e delle violenze estreme commesse nell’IS, il califfato di al Baghdadi: l’esistenza di sistemi di valori inconciliabili – al punto di vantare una “cultura della morte” in contrapposizione alla “cultura della vita” occidentale – è diventata ormai evidente, indiscutibile.

Se i valori inconciliabili sono anche valori fondanti per le rispettive civiltà, le previsioni di Huntington si avverano. Ogni civiltà, infatti, per continuare a esistere, deve essere capace di cambiare, di adattarsi, ma è altrettanto importante che sia in grado di difendere i propri valori fondanti, irrinunciabili e non negoziabili.

Per l’Occidente, fondamentale è il valore attribuito alla persona umana, affermato dall’esistenza di diritti inerenti alla condizione umana: inalienabili, poiché non vengono conferiti e non dipendono da nessuna autorità né civile né religiosa, e universali, uguali per tutti. Con la Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, questo cardine della civiltà occidentale sembrava ormai patrimonio dell’umanità intera. Ma non era così, né lo è tuttora.

In realtà, affermando in questi termini valore e diritti della persona, l’Occidente aveva scavato un solco profondo tra sé e altre società.

Spesso identificate con l’approssimativo termine “tribali”, sono società arcaiche, autoritarie, patriarcali e gerontocratiche che non concepiscono l’esistenza di diritti umani universali. In esse, ogni comunità – lignaggio, clan, casta… – ritiene gli estranei privi di diritti, neanche quello alla vita, e definisce il valore e i diritti dei propri componenti in base al loro status sociale che, a sua volta, dipende in gran parte da fattori ascritti: essere maschi o femmine, primogeniti o cadetti, la posizione sociale della famiglia in cui si nasce. Valore e diritti variano poi nel corso della vita di ciascuno. Di solito i bambini contano poco finché non vengono formalmente ammessi allo status di adulti. Da quel momento, gli uomini crescono nella considerazione sociale con gli anni fino a conquistare lo status, e quindi i diritti, di anziani. Le donne invece, sempre inferiori e sottomesse agli uomini, valgono se sono in grado di generare figli maschi e sani.

L’articolo 1 della “Dichiarazione universale dei diritti umani” afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”; e all’articolo 3 si legge: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”.

Ma le società tribali non concepiscono la universale pari dignità degli uomini: se lo facessero, l’intero loro sistema sociale ne risulterebbe sconvolto e trasformato. Il diritto alla vita che l’Occidente intende, per tutti, applicato all’arco intero dell’esistenza, nelle società tribali trova il suo limite nel dovere dei capifamiglia di disporre dei famigliari in funzione del bene superiore della comunità: si giustificano così istituzioni quali l’omicidio d’onore e l’infanticidio selettivo. L’Occidente difende la libertà individuale di decidere di sé e da sé e proclama inviolabile la persona umana nella carne e nello spirito. Altre istituzioni tribali limitano le libertà personali fino a escluderle e sacrificano la sicurezza individuale in nome dell’ordine e della sicurezza comuni: tra queste, i matrimoni imposti, le mutilazioni genitali femminili, il prezzo della sposa...

I valori tribali persistono, sopravvivono anche in contesti moderni, se niente li contrasta.

Lo “scontro di civiltà”, almeno nei termini di un confronto tra valori fondanti e inconciliabili, è una realtà che oggi sembra destinata a tradursi in scontro di religioni: quella islamica e quella cristiana.

L’islam è nato quindici secoli fa in una società tribale e con essa si è identificato, diventandone la religione. Ne ha elevato i valori a volontà divina e ne ha sacralizzato le istituzioni, ridefinendole in parte. Ad esempio, alle tradizionali divisioni – liberi e schiavi, uomini e donne – ne ha aggiunta una terza: quella tra fedeli e infedeli.

Sei secoli prima, anche la venuta di Gesù si era compiuta in una società tribale. Il cristianesimo ha però subito iniziato a scardinarne valori e istituzioni: fin dall’inizio, con la straordinaria, scandalosa scelta di Dio di inviare l’angelo a Maria, una adolescente, non ai suoi genitori né a suo marito ai quali, secondo le istituzioni tribali, Maria apparteneva.