• FEDE ROVESCIATA

Zuppi e il “paradiso” (dove Dio è dimenticato)

Da Maria di Betania che versa sui piedi di Gesù abbondante olio di nardo alla triplice domanda a Pietro sul suo amore per Lui, il nucleo del Vangelo è donarsi completamente a Dio e stare con Dio, da cui discende ogni altro bene. Una prospettiva che nella Chiesa di oggi molti hanno dimenticato. Vedi la risposta problematica data dal cardinal Zuppi in una recente intervista, riguardo alla vita dopo la morte.

Maria di Betania compie un atto di pura gratuità nei confronti del Maestro, allorché gli si accosta e versa sui suoi piedi abbondante nardo profumato (cfr. Gv 12, 1-8).

Questo gesto non è compreso. Secondo Giovanni è il solo Giuda ad indignarsi; Marco (14, 4) amplia il raggio e parla di “alcuni” che erano presenti, mentre Matteo precisa che si trattava dei “discepoli” (26, 8). In tutte e tre le narrazioni, lo sdegno si riferisce all’utilizzo che si poteva fare del denaro ricavato con la vendita di una tale quantità di olio profumato: Maria non ha tenuto conto dei poveri, ha sprecato delle risorse; oggi diremmo che ha inteso il suo rapporto con il Signore in modo intimistico, egoistico e non si è aperta ai bisogni dei poveri.

Giovanni, che mette in bocca il rimprovero al solo Giuda, chiarisce che in realtà a lui non importava nulla dei poveri; quella dei poveri era una scusa, della quale Giuda, prossimo a tradire Gesù, si voleva servire per mascherare il proprio animo avido di denaro. Vale per i Giuda di ieri e per quelli di oggi. Matteo e Marco parlano invece di uno sdegno generale, proprio da parte di coloro che stavano con Gesù, che lo servivano, che lo ascoltavano e che, ad imitazione del Maestro, erano abituati ad aiutare i poveri.

Perché dunque si sdegnano? E perché, come scrive Marco, addirittura si infuriano contro Maria di Betania? C’è qualcosa che Giuda, questi “alcuni”, i discepoli non riescono a capire e cioè che il Signore si ama per Sé stesso e che l’amore di Lui vale bene lo “spreco” di una vita, senza nessun’altra utilità che non sia quella di amare Lui. E Gesù difende energicamente la logica dell’amore di questa donna, facendo indietreggiare l’altra logica, che sempre si insinua nel cuore dei discepoli di ogni tempo: «Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me» (Mt 26, 10). Verso di me, senza secondi fini, anche se buoni.

Il Maestro pronuncia poi una frase, che dovremmo meditare a lungo: «I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete» (Mt. 26, 11). Lo stesso Gesù che aveva detto: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40), si erge ora a difensore dell’amore rivolto esclusivamente a Lui, non come alternativa all’amore verso i poveri, che rimangono sempre con noi e nei quali possiamo servire proprio Lui, ma per ricordare che Lui è una persona reale, e che a Lui va il nostro amore, tutto il nostro amore. Questa è la garanzia che tutto quello che amiamo, lo amiamo in Lui. Stare con Lui, donargli tutto il nostro cuore è il nucleo del Vangelo, tant’è vero che solo di questo gesto gratuito Gesù dice: «In verità vi dico: ovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei» (Mt 26, 13).

L’amore verso la persona di Gesù “sporge” rispetto all’amore del prossimo e guai se così non fosse, guai se venisse meno l’amore di Gesù per Lui stesso; per questo la Chiesa ha sempre insegnato la priorità del dono di sé a Cristo, difendendo la gratuità della preghiera, dell’adorazione, del culto, e ancora ergendosi a custode di una vita “sprecata” nella verginità consacrata, una vita che non è in funzione di una famiglia, né di opere caritative, anche se queste opere possono certamente esserci.

Anche la vita apostolica non può dimenticare questa “sporgenza” dell’amore gratuito alla persona del Signore, a prescindere dai poveri e dall’apostolato. Quando Gesù riabilita Pietro, dopo il suo rinnegamento, per porlo a capo delle pecore e degli agnelli, non gli chiede se ama i poveri, se ama le pecore, ma gli domanda per tre volte se ama Lui (cfr. Gv 21, 15-17).

L’abbiamo presa larga, ma senza questa premessa è impossibile capire quanto segue. In una recente intervista a Michele Brambilla, il cardinale e arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, alla domanda su come si immagina la vita dopo la morte, ha risposto così: «Come una luce. Una pienezza di luce senza diaframmi, in cui tutto si chiarisce e tutto si riconcilia. Anche il peccato, il buio, le cicatrici della nostra vita: tutto viene pienamente amato. E poi l’amore con gli altri: quello che divideva, scompare. Saremo tutti una cosa sola».

Non sappiamo quanti se ne siano accorti, ma in una risposta così c’è più di qualche problema. E questo problema rivela un’impostazione della fede rovesciata. Che importa, infatti, una vita eterna in una pienezza di luce, in una riconciliazione di tutto, in una comunione con gli altri, senza il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo? Cosa ce ne facciamo di un “paradiso” senza il Signore? Se tutta la nostra vita - come dovrebbe essere - fosse donata al Signore, alla sua persona, donata a Lui non per fare qualcosa ma per stare con Lui, se dunque tutta la nostra vita fosse così, o tendesse a questo, allora preferiremmo mille volte l’inferno con il Signore che il paradiso senza di Lui: è evidente che si tratta di un paradosso, ma è un paradosso che mette a nudo il nostro cuore.

Una risposta come quella data dal cardinal Zuppi è eloquente di questa nuova specie di cristianesimo, che svuota dall’interno il senso della nostra fede, che è Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, Redentore e Salvatore, unico affetto e unica speranza della nostra vita. È un cristianesimo che parla anche della preghiera, ma è una preghiera che aiuta a star meglio o che è funzionale ad un apostolato più fecondo: non è più il semplice, “inutile” stare con il Signore. Parla anche della liturgia, ma questa non è più il vaso di alabastro spezzato che effonde profumo solo per Lui, solo per il Signore, in un luogo, un tempo e un’azione sacra riservati a Lui: la chiesa, la liturgia sono occasione per fare altro; anche qualcosa di buono, di ottimo, ma pur sempre altro. Si vedano i pranzi per i poveri nelle chiese.

Insomma, che in questo Aldilà, in versione Comunità di Sant’Egidio, manchi proprio il Padrone di casa dà a pensare. Qualcuno potrà obiettare che non c’è sempre bisogno di dire ciò che è ovvio. Ma è proprio nelle risposte a bruciapelo che si capisce dov’è il tuo cuore: «La bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12, 34). E qui si è perso di vista l’Essenziale.

Si deve riconsiderare con molta serietà il monito che Gesù rivolgeva a quanti si erano indignati con Maria di Betania. Ovunque si proclami il Vangelo, per parafrasare Gesù, occorre proclamare anche quel gesto; quella pagina del Vangelo è una seria messa in guardia a non fare del Signore lo strumento del nostro benessere interiore, il mezzo per il raggiungimento della concordia e della pace, la ragione del nostro impegno sociale: il Signore è il Signore e domanda di essere amato per quello che è; tutto il resto nasce da questa gratuità. E se è vero che la cartina di tornasole del nostro amore per quel Dio che non vedo è l’amore per il fratello che vedo (cfr. 1Gv. 4, 20), è anche vero che l’amore al fratello che vedo è espressione di quell’amore a Dio che non vedo: tutto dunque parte da Dio e a Lui ritorna.

Ma allora torna la domanda: non è che l’idea di un paradiso pieno di luce, pieno di carità fraterna, ma dove si è dimenticato Dio, rivela il grande male che affligge la Chiesa?