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Vittoria di Pirro di Johnson, vittima collaterale del Covid

Boris Johnson ha passato uno dei più duri test da primo ministro: ha vinto un voto di fiducia nel Partito Conservatore. Anche se il 41% del suo partito, quasi la metà, gli ha votato contro. Si tratta di un risultato abbastanza risicato, per essere a circa metà del mandato. Era accusato di aver violato le dure regole del lockdown da lui imposte.

Boris Johnson

Boris Johnson ha passato uno dei più duri test da primo ministro: ha vinto un voto di fiducia nel Partito Conservatore. Anche se il 41% del suo partito, quasi la metà, gli ha votato contro. Si tratta di un risultato abbastanza risicato, per essere a circa metà del mandato. Ma i motivi del malcontento conservatore nei suoi confronti non sono quelli che potremmo attenderci, da osservatori italiani. Anzi, sono spesso proprio l’opposto.

Il premier conservatore è conosciuto nel mondo per aver prima caldeggiato e poi portato a termine la Brexit. Dall’anno stesso in cui i cittadini britannici hanno votato per l’uscita dall’Ue, si è diffusa la voce che si fossero pentiti subito dopo, come si può verificare facilmente dalla cronaca e dalle opinioni di tutti i quotidiani italiani. L’elezione di Johnson, in elezioni anticipate nel 2019, ha smentito questa teoria clamorosamente. Oggi come oggi, tutti i conservatori che potrebbero sostituire Johnson, in caso di sue dimissioni, a partire dal ministro degli Esteri, Liz Truss, sono tutti dei “brexiters” convinti.

Mentre il suo governo conduceva le ultime, difficili, trattative per portare a termine il processo di uscita dall’Unione Europea, nel mondo scoppiava la pandemia di Covid-19. In quel caso, allora, Johnson è tornato agli onori della cronaca per essere sostenitore della “selezione naturale”, cioè di una strategia di coesistenza con il virus, giudicata “cinica” da tutti i Paesi europei continentali che (ad eccezione della Svezia) avevano adottato strategie di lockdown. Ma il “party gate”, lo scandalo che ha catalizzato le opposizioni nel suo partito, è la dimostrazione che anche la teoria della “selezione naturale” attribuita a Johnson è un altro falso mediatico.

L’accusa rivolta a Johnson, infatti, è quella di aver tenuto alcuni ricevimenti al civico 10 di Downing Street, di cui uno nel giorno del suo compleanno, in violazione delle regole del lockdown. Quindi, vuol dire che c’era il lockdown, esattamente come negli altri Paesi dell’Europa continentale e che Johnson è stato punito, a posteriori, per averlo imposto ma non rispettato in prima persona. La tesi della “selezione naturale” voluta da Johnson, per far circolare liberamente il virus, è un clamoroso fraintendimento mediatico. Infatti, citò quella teoria solo per scartarla. Johnson stesso si ammalò gravemente di Covid, finendo in ospedale con problemi seri di respirazione. In quegli stessi giorni, i cittadini britannici ricevevano l’ordine di restare a casa, non diversamente che in Italia, sulla base dei suggerimenti di Neil Ferguson (Imperial College), uno dei maggiori sostenitori della strategia del lockdown. Lo stesso Neil Ferguson, all’inizio di maggio, dovette dare le dimissioni per aver violato il lockdown, incontrandosi con la sua compagna.

Per un cittadino britannico, molto più che per un italiano, il lockdown è stato un trauma. Dover giustificare anche perché si esce di casa e non poter incontrare amici e parenti, per chi non è neppure abituato ad avere una carta d’identità, è stato un impatto molto duro. Sapere che il primo ministro che ha ordinato questo sacrificio, ha violato le regole e ha festeggiato in una residenza che è anche sede pubblica (ufficio del premier) ha creato un movimento di opposizione molto forte. A maggior ragione fra i conservatori che sono, tradizionalmente, i maggiori difensori della libertà economica, quindi anche di quella individuale.

Nei due anni successivi al primo lockdown, il Regno Unito è tornato a vivere più liberamente, con sempre meno restrizioni e un “freedom day”, nel luglio del 2021, che è stato rispettato senza ritardi, per la fine di tutte le restrizioni. Boris Johnson ha anche condotto una campagna vaccinale senza imporre obblighi o restrizioni, ma puntando sulla rapidità, vaccinando più cittadini possibili, il prima possibile, bruciando sul tempo la lenta e burocratica Ue. Tuttavia, il malcontento per il lockdown e la macchia della sua violazione proprio da parte del premier hanno lasciato il segno. Johnson è stato successivamente accusato di aver anche mentito: aveva cercato di negare l’esistenza di questi ricevimenti clandestini nella residenza del premier. La menzogna di fronte al Parlamento è sufficiente per chiedere le dimissioni. Da parte del governo, la difesa ha sempre sostenuto che Johnson non ha affatto mentito, ma ha parlato in buona fede, che ha sbagliato, ma non ha violato la legge.

Il malcontento risale in questi mesi difficili, soprattutto per la crisi economica che inizia a profilarsi all’orizzonte. I dati non sono confortanti: l’inflazione è la più alta degli ultimi 40 anni, come negli Stati Uniti, come in Europa continentale, come ovunque. Non si tratta di un problema solo britannico, ma di tutto il mondo. Però il tempismo di una crisi economica con un premier già in discussione è la tempesta perfetta.

Il voto di fiducia è partito, come da prassi con la lettera di sfiducia di 54 parlamentari del Partito Conservatore. Ieri sera si è votato e il verdetto è stato chiaro, anche se abbastanza risicato: 211 voti di fiducia e 148 contrari. È una vittoria a metà, vuol dire che il 41% del partito di maggioranza è contrario al suo primo ministro. Theresa May, nel 2018, era sopravvissuta a un voto di sfiducia con il 37% di voti contrari, ma sei mesi dopo ha dovuto comunque rassegnare le dimissioni. Johnson, dopo il voto di ieri, si è detto felice perché “ora possiamo occuparci di questioni che interessano veramente alla gente”. Finché dura.

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