a cura di Benedetta Frigerio
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Vince le elezioni del 25 luglio Imran Khan, un politico tra i più vicini ai talebani

 

La Commissione nazionale Giustizia e pace della Conferenza episcopale pakistana alla vigilia del voto del 25 luglio in Pakistan aveva auspicato elezioni libere e giuste, con pieno diritto di tutti i cittadini di partecipare, minoranze incluse. Ma così non è stato. All’indomani del voto, la Chiesa pakistana si è unita al coro di chi denuncia irregolarità, ritardi sospetti nella pubblicazione dei risultati, l’estromissione dei rappresentanti di alcuni partiti dai seggi. Il Christian National Party ha respinto l’esito delle votazioni nel Punjab, dove aveva presentato nove candidati. Un suo portavoce ha spiegato che tutti i commissari elettorali del partito sono stati espulsi dai seggi e il partito non ha ricevuto il documento previsto dalla legge in cui sono riportati i dati di ogni candidato e il numero di voti ricevuti, firmato dai presidenti di seggio e dagli scrutatori.  Le elezioni per il rinnovo del parlamento nazionale e delle quattro assemblee provinciali sono state vinte dal Pakitan Tehreek-i-Insaf e dal suo leader, Imran Khan. Il nuovo premier, che è stato un leggendario campione di cricket, è considerato uno dei politici più vicini ai talebani. Lo scorso marzo aveva li aveva definiti “combattenti contro lo strapotere americano”, proponendo l’apertura di un ufficio di collegamento dei talebani, e durante la campagna elettorale ha promesso che, in caso di vittoria, non avrebbe mai autorizzato l’esercito a entrare nelle aree tribali controllate dai talebani. Il Pakistan è uno dei paesi in cui i cristiani sono più perseguitati. Nell’indice 2018 dell’associazione OpenDoorsUsa compare in quinta posizione tra gli stati in cui la persecuzione è tale da essere definita estrema.