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il caso

Ventotene, l'ira funesta di Prodi per una domanda scorretta

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La giornalista estrapola un passaggio del Manifesto, che assume un senso profondamente diverso, l'ex premier perde le staffe e viene accusato di sessismo. Una polemica gestita male su entrambi i fronti in un clima politico sempre più polarizzato, dove ogni incidente è buono per sollevare un polverone.

Politica 25_03_2025
SERGIO OLIVERIO - imagoeconomica

Romano Prodi, noto per il suo aplomb britannico, ha perso le staffe in un episodio che è rapidamente diventato un caso politico e mediatico. Tutto è accaduto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, a margine della presentazione del suo libro Il dovere della speranza.
La giornalista Mediaset Lavinia Orefici gli ha posto una domanda relativa a un passaggio del Manifesto di Ventotene, citato in Parlamento dalla premier Giorgia Meloni. Nello specifico, la frase riguarda la proprietà privata, che secondo il documento redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni durante il confino fascista, deve essere «abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio».

Una citazione che, decontestualizzata e riportata a oggi, assume un significato profondamente diverso rispetto a quello originale, suscitando una reazione accesa da parte dell’ex presidente del Consiglio. Prodi, infastidito, ha risposto con toni duri, accusando la giornalista di fare politica in modo volgare e ribattendo: «Ma che cavolo mi chiede? Io mai detto una roba del genere in vita mia!». Alla replica della cronista, che sottolineava come la frase fosse effettivamente presente nel Manifesto di Ventotene, Prodi ha ribattuto con veemenza: «Lo so benissimo signora, creda, non sono mica un bambino sa? Ma era il 1941, gente messa in prigione dai fascisti… Cosa pensavano, secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». Un botta e risposta che ha fatto salire la tensione, culminando in una chiusura secca da parte del Professore: «Allora io le cito un verso di Maometto e lei mi dice cosa ne pensa di Maometto? Questo è far politica in modo volgare, scusi». Fin qui, una polemica politica accesa, ma non insolita.

Tuttavia, il caso ha preso una piega ancora più controversa quando Lavinia Orefici ha denunciato di essere stata fisicamente toccata da Prodi durante la discussione. Secondo la giornalista, l’ex premier le avrebbe tirato una ciocca di capelli, un gesto che ha definito “scioccante” e offensivo sia come donna che come giornalista. Prodi, dal canto suo, ha smentito categoricamente, affermando di averle semplicemente appoggiato una mano sulla spalla, senza alcuna aggressione fisica.

Un episodio che ha immediatamente scatenato reazioni politiche: la Lega e Fratelli d’Italia hanno parlato di un comportamento inaccettabile da parte di Prodi, accusandolo di sessismo e chiedendo l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa. Il Pd, invece, ha mantenuto un silenzio quasi imbarazzato, evitando di prendere posizione. Un atteggiamento che ha stupito, considerando che in altri contesti la sinistra è sempre stata in prima linea nel denunciare episodi di questo tipo, soprattutto quando coinvolgono esponenti politici di altre aree.

Anche il mondo del giornalismo, di solito pronto a difendere i propri componenti in caso di attacchi, ha mostrato una reazione piuttosto tiepida, segno forse del fatto che la questione fosse ritenuta strumentale o comunque non abbastanza grave da meritare una condanna unanime. In effetti, entrambe le parti in causa hanno le proprie responsabilità. La domanda della giornalista, pur legittima, è stata posta in modo subdolo, decontestualizzando un’affermazione che nel 1941 aveva un significato ben preciso e che oggi, se letta in modo isolato, può essere facilmente travisata. D’altro canto, la reazione di Prodi è stata eccessiva e, a prescindere dall’interpretazione del gesto fisico, l’atteggiamento nei confronti della giornalista è stato tutt’altro che rispettoso.

L’episodio dimostra ancora una volta come il dibattito politico in Italia sia sempre più polarizzato, con ogni incidente che diventa immediatamente un caso nazionale in base alla convenienza delle parti. Se fosse stato un esponente di destra a compiere un gesto simile, la reazione sarebbe stata probabilmente molto più dura e compatta da parte della stampa e della politica progressista. Il fatto che il protagonista sia stato Romano Prodi ha invece portato a un certo imbarazzo nel campo del centrosinistra, che ha preferito minimizzare la vicenda. Alla fine, forse, sarebbe bastato un semplice “ho sbagliato” da parte di Prodi per spegnere sul nascere una polemica che, al di là degli schieramenti politici, lascia l’amaro in bocca per il modo in cui è stata gestita.

Peraltro Romano Prodi ha una storia democristiana e dunque difendere il Manifesto di Ventotene non è propriamente nelle sue corde. Forse anche per questo ha perso le staffe. Senza dimenticare il suo essere di natura un po’ rancoroso, tanto più dopo la vicenda dei 101 franchi tiratori che nella primavera del 2013 gli sbarrarono la strada per il Quirinale. Da quel momento il suo spirito di rivalsa si è accentuato e probabilmente occasioni come questa gli offrono il destro per togliersi ancora qualche sassolino dalla scarpa. Per fortuna in questo caso a farne le spese è stata una giornalista che non si è affatto comportata correttamente ed ha formulato una domanda che non andava posta in quei termini, con quelle premesse e con quei toni.



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