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Vendola e l'Ilva. Nulla da dichiarare?

Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, è indagato dalla Procura di Taranto nell’ambito dell’indagine sul disastro ambientale provocato dall'Ilva. Alcune sue email intercettate sono molto compromettenti.

Nichi Vendola

Nella videolettera con quale si rivolge ai cittadini per commentare il provvedimento di chiusura delle indagini nei suoi confronti - nella vicenda Ilva deve rispondere di concussione in concorso - Nichi Vendola si richiama a Montesquieu: «La magistratura deve essere autonoma e indipendente dal potere politico e qualche volta ha bisogno di guardare più a fondo. Io non mi lamento», dice e, con tono ieratico, aggiunge: «Vivo anche questa prova con serenità, come ho vissuto le altre prove». “A chi gli vuol bene e a chi lo combatte”, dice di avere la coscienza a posto e di aver provato a capovolgere la storia, anche omertosa, nei confronti di un potere reale, come quello della grande industria e del suo riverbero in termini di inquinamento e di asfissia; «Ho operato con orgoglio, scoperchiando una pentola, non avendo nessuna soggezione reverenziale nei confronti di Emilio Riva». Continua il panegirico su se stesso e aggiunge: «Ho sfidato in solitudine quel potere, che era vissuto dalla comunità tarantina come una sorta di occupazione militare». Annuncia di voler essere ascoltato dal magistrato: «Lo farò con grande serenità, perché non potrei vivere se non avessi fiducia nella giustizia. Quando si ha rispetto per la legge nel senso più pieno, si deve anche sopportare il peso di un dolore e di un’amarezza. Sono stato educato al rispetto sacrale del rispetto della legalità».

Ascoltato Vendola, che anche in questa circostanza non rinuncia al suo tono aulico e declamatorio, badiamo ai fatti.

Primo fatto. Insieme ad altre 52 persone, politici, amministratori dell’Ilva e altri soggetti - tra questi, il sindaco del centrosinistra di Taranto, Ippazio Stefàno, Michele Conserva il parlamentare di Sel, Nicola Fratoianni (all'epoca assessore regionale), l'attuale assessore regionale all'Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, il consigliere regionale del Pd Donato Pentassuglia, l'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, agli arresti domiciliari da 5 mesi, l'ex assessore provinciale all'Ambiente, Michele Conserva, il direttore generale e quello scientifico dell'Arpa Puglia, rispettivamente Giorgio Assennato e Massimo Blonda, i dirigenti regionali Davide Pellegrino e Antonello Antonicelli, rispettivamente capo di gabinetto del governatore e responsabile dell'Ambiente, e Francesco Manna, ex capo di gabinetto di Vendola – il Presidente della Regione Puglia è indagato dalla Procura di Taranto nell’ambito dell’indagine sul disastro ambientale, che negli ultimi due anni ha avuto sviluppi drammatici e imprevedibili. Come tutti coloro che sono indagati, non sono colpevoli. Sarà l’iter dell’inchiesta a stabilire se le intercettazioni - in una di queste, riportate dai giornali, Vendola dice a Girolamo Archinà, l’uomo che cura i rapporti istituzionali del Gruppo Riva: «Archinà state tranquillo, non è che mi sono scordato. Volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che il presidente non si è defilato (...) Però lei lo sa, io ho fatto veramente le battaglie e in difesa della vita e della salute» - e le email in cui sarebbe coinvolto Vendola, possano costituire fattispecie penalmente rilevanti.

Secondo fatto. Vendola - come gli altri, del resto - nonostante l’inchiesta della magistratura nei loro confronti, rimangono al loro posto. Non si dimettono e nessuno chiede le loro dimissioni. Cosa ben diversa è accaduta e accade quando ad essere coinvolti da inchieste della magistratura sono esponenti dell’altro schieramento politico. È Vendola stesso, nel 2012 a rispondere così alla domanda sulle dimissioni del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni: «Non mi faccia questa domanda. C’è l’onda, uno tsunami di melma che lo travolge». Nel 2009, dopo le prime inchieste della magistratura sulla sanità pugliese, sempre Vendola, con un colpo di teatro, chiede le dimissioni a tutti i suoi assessori, azzera la sua giunta e rimpiazza 3 o 4 assessori. Colpevoli? Ancora non si sa. Certo che dopo 4 anni di sua amministrazione, Vendola definisce un “casino” il sistema sanitario (“Gazzetta del Mezzogiorno” dell’1 luglio 2009), che «nonostante gli sforzi giganteschi compiuti dalla giunta regionale di centrosinistra, si conferma permeabile agli interessi delle lobby, delle corporazioni e anche a spinte corruttive».

Terzo fatto. Il comportamento dei giornali e dei mezzi d’informazione in generale, che relegano in ottava o nona pagina le notizie che riguardano Vendola. Lo trattano con delicatezza che più delicatezza non si può, abituati a sbranare chiunque - soprattutto nel centrodestra - sia sfiorato da un minimo sospetto. Figuriamci se si dovesse trattare di un’informazione di garanzia o di un provvedimento di rinvio a giudizio o di una sentenza di primo grado. Sono due pesi e due misure inaccettabili. Siamo sicuri che questo giudizio sia condiviso anche dal democratico e garantista Vendola, che anche in questa circostanza si richiama alle regole dello stato di diritto. Ma esiste lo stato di diritto?

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