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Variante indiana: l'allarmismo smontato dai dati in India

L’India è al centro dell’attenzione mondiale per la sua nuova ondata di Covid-19, la più letale di tutte, origine di quella che ormai è nota come la “variante indiana” del coronavirus. La paura è tale da spegnere l'entusiasmo per il vaccino. Eppure i dati che arrivano dall'India, in rapporto alla sua popolazione, non sono così devastanti. A provocare l'alto numero di morti è soprattutto la disorganizzazione della sanità.

Delhi, scorta di bombole d'ossigeno

L’India è al centro dell’attenzione mondiale per la sua nuova ondata di Covid-19, la più letale di tutte, origine di quella che ormai è nota come la “variante indiana” del coronavirus. La paura è tale che le notizie sulla nuova mutazione proveniente dal Paese asiatico hanno spento l’entusiasmo per il vaccino. Pare di rivivere l’inverno del 2020, quando il virus era ancora alle sue origini cinesi: in questi giorni sono gli indiani ad essere intervistati ovunque si trovino, bloccati negli aeroporti, guardati con il sospetto di chi pensa all’untore. Siamo all’alba di una nuova fase della pandemia? Ricomincia tutto daccapo? O c’è di mezzo la solita attenzione morbosa dei media che amplifica le notizie?

Con 230.151 vittime del coronavirus l’India è ora diventata il terzo Paese con più morti al mondo, in termini assoluti, dopo Usa e Brasile. Fa notizia soprattutto perché registra il maggior numero di nuovi casi: i 412mila nella sola giornata di ieri (5 maggio 2021) è un dato fuori scala rispetto a quello degli altri Paesi più colpiti dalla nuova ondata pandemica, come gli Stati Uniti (32mila nuovi casi), la Turchia e la Francia (entrambe sui 26mila).

Tuttavia si commette, nei confronti dell’India, la stessa ingiustizia di informazione che si è commessa precedentemente con gli Usa e con il Brasile: stiamo parlando, infatti, di un Paese che ha dimensioni continentali, per di più con la seconda popolazione al mondo (dopo la Cina) con quasi 1,4 miliardi di abitanti. Sicuramente 412mila casi in un giorno sono tanti, ma non hanno lo stesso impatto che avrebbero in Italia o in un qualsiasi Paese europeo. Bisogna misurare la gravità della situazione in rapporto alla popolazione.

Ebbene, se rifacciamo i conti tenendo conto delle proporzioni, vediamo che l’India registra 165 morti per milione di abitanti. Non solo è un dato molto inferiore a quello italiano (2020 morti per milione di abitanti), ma anche inferiore alla media mondiale (417 morti per milione di abitanti). Se guardiamo al numero cumulativo dei casi, sempre in proporzione alla popolazione, tenendo conto che è un dato molto più difficile da verificare (dipende da quanti test vengono eseguiti), vediamo che l’India registra, ad oggi, 15.144 positivi accertati per milione di abitanti. Anche questo dato è molto inferiore rispetto a quello italiano (67.405 casi) e alla media mondiale (19.970). Come sempre, quella che sta vivendo l’India è una tragedia, ma non così grande come la pandemia che abbiamo subito noi, in Italia e in Europa.

La tragedia indiana è dovuta soprattutto a una grande disorganizzazione della sanità. Molti dei morti di queste settimane, negli ospedali di Delhi, non hanno trovato bombole, o non hanno neppure trovato un posto letto. Il governo si è mosso in ritardo perché si era illuso che la pandemia fosse passata. Dopo il picco dei 90mila casi giornalieri di metà settembre, si era arrivati a una media 20mila in gennaio e febbraio.

Qualunque sia la causa della seconda ondata, è l’impreparazione della sanità pubblica che ha causato il maggior numero di morti. Benché si parli solo di Delhi, sotto gli occhi del mondo, l’India è composta da 28 Stati e 8 territori, di cui 23 Stati sono colpiti in modo significativo dal Covid. E di questi, solo 6 sono colpiti in modo molto duro, con più di 2 milioni di casi cumulativi: Maharashtra, Karnataka, Kerala, Uttar Pradesh, Andhra Pradesh e Delhi. Curiosamente, nonostante l’attenzione mediatica superiore, Delhi non è lo Stato più colpito, né per quantità di casi attivi, né per numero di vittime. I dati peggiori sono quelli del grande Stato centro-occidentale del Maharashtra. L’ex ministro della Sanità di quello Stato, Mahesh Zagade, dichiara alla BBC «Quando la prima ondata stava passando, era quello il momento in cui ci si sarebbe dovuti preparare per una seconda ondata e prevedere il peggio. Avrebbero dovuto creare una scorta di ossigeno e di farmaci come il remdesivir, oltre ad aumentare la capacità produttiva».

In Stati che si sono organizzati prima e meglio, come il Kerala, la tragedia non è così spaventosa. Un membro della commissione locale per il Covid dichiara alla televisione britannica che lo Stato ha procurato, da ottobre, sufficienti scorte di ossigeno e di farmaci per lottare contro il virus: «Ci siamo anche riforniti di scorte sufficienti di remdesivir e di tocilizumab e altri farmaci, molto in anticipo. Abbiamo anche predisposto un piano di incremento delle scorte per affrontare anche un aumento esponenziale di casi nelle prossime settimane».

Un grado diverso di preparazione si riflette anche nei numeri: i morti nello Stato del Kerala sono molto inferiori rispetto agli altri Stati più colpiti. In fatto di contagi, con 324mila casi attivi, il Kerala è terzo in tutta l’India dopo il Maharashtra e il Karnataka (rispettivamente 664mila e 405mila casi attivi), ma in fatto di numero di morti è agli ultimi posti dell’India, con 5.357 vittime dall’inizio della pandemia contro le 70mila del Maharashtra, le 16.559 di Delhi, le 15.794 del Karnataka, le 14.193 del Tamil Nadu, solo per citare gli Stati più colpiti. E questa se vogliamo vedere è una notizia nella notizia: gli ospedali che curano i pazienti, anche con farmaci come il remdesivir salvano più vite, nonostante l’Oms lo sconsigli tuttora.

Però questi dati non fanno notizia. Si preferisce trasmettere le immagini delle numerose pire che bruciano i cadaveri. Qualche giornalista particolarmente ignorante ritiene che siano accese “perché ormai non sanno più dove seppellire i cadaveri”, ma le pire sono un’usanza religiosa induista e non sono necessariamente una soluzione disperata. Piuttosto sono diventati oggetto di scherno in Cina, potenza asiatica rivale dell’India. Sul social network Weibo, un account legato al Partito Comunista ha accostato le immagini delle pire indiane a quello del lancio del missile Lunga Marcia 5B. “Voi i fuochi del Covid, noi quelli dei missili”. L’orbita del missile non è andata come previsto: ora il razzo vettore è in caduta libera verso la Terra e si teme possa provocare molti danni. Gli indiani lo chiamerebbero “karma”.

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