• BRUXELLES

Unione Europea, il pensiero unico in una risoluzione

Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con cui si chiede alla Commissione di istituire un meccanismo vincolante in materia di “democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali”. Si obbligano gli Stati membri ad applicare i "nuovi diritti" scavalcando il principio di sussidiarietà. Contro gli stessi Trattati Ue.

Giustizia europea

Il pensiero unico e il collegato tentativo di limitare la sovranità nazionale fanno un altro passo avanti, anche se in questo caso è ragionevole pensare che il processo possa essere bloccato, quantomeno in relazione alle sue pretese più radicali. Questi i fatti. Nella seduta di martedì il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza (405 voti favorevoli, 171 contrari e 39 astensioni) una risoluzione con cui si chiede alla Commissione di istituire un meccanismo vincolante in materia di “democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali”, tale da poter essere applicato uniformemente in tutti i Paesi membri. 

La risoluzione, che ha avuto come relatrice l’eurodeputata olandese Sophia in’ t Veld, prevede che Bruxelles monitori le violazioni e, con l’ausilio di un gruppo di esperti, predisponga una relazione annuale contenente raccomandazioni specifiche per tutti gli Stati che non si adegueranno a quanto stabilito nelle suddette materie e per i quali potrebbe scattare la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea (TUE), ossia la sospensione del loro diritto di voto in seno al Consiglio. Oltre a questa misura già di per sé estrema, la risoluzione propone una modifica dell’articolo 7 del TUE per indicare chiaramente gli altri diritti di cui possono essere privati i Paesi inadempienti, suggerendo di includere “sanzioni pecuniarie o la sospensione dei finanziamenti dell’Unione”; al contempo, chiede di erogare “fondi a supporto degli attori locali” che promuovono i diritti fondamentali così come riconosciuti a livello comunitario. 

Il documento votato dai parlamentari europei ha una portata vastissima perché, se il meccanismo verrà messo in pratica, le raccomandazioni dirette agli Stati membri potranno riguardare ben 19 campi, tra cui la separazione dei poteri, la libertà e il pluralismo dei media, l’accesso alla giustizia, l’uguaglianza dinanzi alla legge e la non discriminazione. Riguardo a quest’ultimo campo, la risoluzione strizza l’occhio alle rivendicazioni dei gruppi Lgbt, visto il significato che i termini “uguaglianza” e “non discriminazione” hanno assunto nella neolingua (che li usa come mantra per promuovere tutta l’agenda arcobaleno) e visto il contenuto dell’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, che prevede esplicitamente l’orientamento sessuale tra le categorie da tutelare.

Basta ricordare il retroterra culturale della relatrice Sophia in’ t Veld, una liberaldemocratica appartenente al gruppo Alde, per rendersi conto come tra gli obiettivi di questa risoluzione ci sia anche la volontà di imporre i “nuovi diritti” in tutti gli Stati membri. La parlamentare - membro onorario della National Secular Society, un’organizzazione britannica che promuove il secolarismo alla stregua di una nuova religione - è nota soprattutto per le sue battaglie a favore dell’aborto, per l’opposizione alla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici, per aver proposto nel 2008 una mozione di condanna delle frasi di Benedetto XVI sull’uso del preservativo (mozione poi bocciata dal Parlamento europeo) e per aver attaccato pochi mesi dopo lo stesso papa, che aveva semplicemente messo in luce i pericoli della teoria del gender.

È alla luce di questo background che vanno quindi lette le esortazioni della relatrice olandese su quelli che lei considera valori fondanti comunitari, rispetto ai quali “l’Unione non applica l’intransigenza e la fermezza che dimostra invece nel garantire l’adeguata attuazione delle norme economiche e fiscali”. Per questi motivi, si legge ancora nella relazione, “tutti i vecchi Stati membri dovrebbero, pertanto, essere soggetti a valutazione periodica in modo da verificare se le loro legislazioni e prassi sono conformi con i criteri e i valori comuni su cui si fonda l’Unione”. Tra gli esperti che dovrebbero aiutare la Commissione a redigere la relazione annuale sulle presunte violazioni, si prevede che ci siano rappresentanti dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) e dell’Agenzia per i diritti fondamentali (Fra), che promuovono pure tematiche care agli ambienti Lgbt.

Nella risoluzione si raccomanda poi alla Commissione di presentare, entro settembre 2017, una proposta per la conclusione di un Patto dell’Unione sulla democrazia, lo Stato di diritto e i diritti fondamentali “sotto forma di un accordo interistituzionale che stabilisca le modalità atte a facilitare la cooperazione delle istituzioni dell’Unione e degli Stati membri nell’ambito dell'articolo 7 TUE e a integrare, allineare e completare i meccanismi esistenti”. Non a caso, nell’intervista rilasciata da in’ t Veld alla tv ufficiale del Parlamento europeo vengono prese di mira la Polonia e l’Ungheria («quanto spazio c’è in Europa per “democrazie illiberali” come l’Ungheria, che con la Polonia è accusata di ridurre la democrazia?», si chiede il giornalista all’inizio del filmato), entrambe governate da partiti di ispirazione cristiana che stanno cercando di resistere alla diffusione del pensiero unico, invise all’establishment politico e mediatico anche in ragione della loro contrarietà alle politiche che Bruxelles vorrebbe portare avanti in tema di immigrazione.

Per essere certi che il meccanismo proposto diventi vincolante, che cosa propone la risoluzione? Ebbene, chiede di sopprimere l’articolo 51 della Carta dei diritti fondamentali, cioè la norma a tutela del principio di sussidiarietà, la cui ratio principale è evitare che la politica comunitaria invada ambiti di competenza dei singoli Paesi, in questioni quali la famiglia, la libertà di educazione e l’obiezione di coscienza. Se l’articolo venisse soppresso come chiede ora il Parlamento europeo, si avrebbe in sostanza un’ulteriore limitazione della sovranità nazionale, che su questi temi sarebbe scavalcata dai diktat dei burocrati comunitari. Ma la risoluzione non si ferma alla richiesta di abolire il principio di sussidiarietà in materia di diritti fondamentali: al punto successivo, infatti, chiede di rivedere il requisito dell’unanimità “nei settori relativi al rispetto, alla tutela e alla promozione dei diritti fondamentali, come l’uguaglianza e la non discriminazione”. Chiaro il concetto? Con questo meccanismo, un Paese che per esempio crede che la differenza sessuale sia un fondamento del matrimonio sarebbe costretto ad adeguarsi, sotto la minaccia di sanzioni, di fronte a una possibile presa di posizione dell’Ue volta a dichiarare il “matrimonio” gay come diritto fondamentale.

Per attuare un programma così radicale, che implica una sottrazione di sovranità popolare, sarebbe comunque necessaria una rinegoziazione di alcuni trattati fondamentali dell’Ue. È perciò lecito sperare che uno Stato membro non sia tanto autolesionista da votare a favore di un provvedimento che mette sotto scacco il suo potere decisionale su questioni così importanti, subordinandolo ai desiderata dei governanti europei e delle lobby. Sapendo come queste ultime agiscono, non si può però certo abbassare la guardia. “Ciò che è più ironico – ha commentato Scott Schittl di CitizenGo – è che questo provvedimento parla di rispetto delle regole della democrazia, ma non rispetta quelle stesse regole. Non solo questo è illegale, ma è anche antidemocratico e pericoloso per le nostre libertà”.