• LA BRAMA DI DIO

Ungaretti e l'immenso a cui anela ogni cuore

Cinquant’anni fa moriva Giuseppe Ungaretti, uno dei massimi poeti italiani che descrive l’atto di meravigliarsi di fronte al Creato, la sua esperienza della guerra e la bellezza nel dramma. In Dannazione si chiede: “Chiuso tra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?”. E in un testo afferma “il cuore umano non è quella buca che credono i libertini piena di lordura", ma...

Cinquant’anni fa, il primo giugno 1970, moriva Giuseppe Ungaretti, che fu uno dei massimi poeti italiani del secolo passato. Nato nel 1888 in Egitto da genitori italiani, Ungaretti ebbe importanti esperienze in Francia, a contatto con la vitale cultura d’oltralpe che avrà una forte influenza nella sua poesia. In Italia poi conobbe onori e incomprensioni, finendo per essere comunque riconosciuto come uno dei poeti più importanti del secolo.

Tutti noi abbiamo qualche ricordo di Ungaretti dagli anni scolastici, se pensiamo alla poesia forse più breve mai scritta, Mattina, che dice soltanto “M’illumino d’immenso”. In questa brevissima poesia l’autore descrive l’atto di meravigliarsi di fronte al Creato, come questa immensità informi chi la osserva, lo illumina appunto. Il meravigliarsi già in Aristotele era considerato come principio della conoscenza, come atto alla base della nostra voglia di conoscere. E non c’è dubbio che Ungaretti nella sua lunga vita di esperienze conoscitive ne fece molte, alcune anche tragiche, pensiamo alla sua esperienza della guerra. Alcune sue poesie ci riportano alla tragica realtà delle guerre, alla catastrofe umana e sociale di cui sono portatrici, alle perdite e alle ferite che molto difficilmente possono rimarginarsi.

Francesco Agnoli, in un articolo pubblicato su La Croce Quotidiano e poi ripubblicato su Aleteia, ci parla della conversione religiosa di Ungaretti: “Al fronte, sulle montagne del Carso, sull'Isonzo, Ungaretti depone l'ideologia, perché tocca con mano la realtà: l'odio, la morte, la distruzione, la carne dilaniata dei compagni uccisi; ma anche la speranza, l'attaccamento alla vita, il rapporto di solidarietà tra i commilitoni, e il senso di Dio. Qui, infatti, nel dolore e nella durezza di ogni giorno, Dio riaffiora. Nasce così una poesia poco studiata, benché contenuta nella celebre raccolta “L'Allegria”. È del 1916, e si intitola Dannazione. Sono pochi, bellissimi versi: “Chiuso tra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?”. Il sentimento religioso è già tutto qui: ogni cosa muore, persino “i cieli, passeranno”; eppure nell'uomo, e solo in lui, vi è il desiderio di Dio. Un desiderio che non può rimanere “murato”, e che non può neppure essere saziato da cose, ideologie, illusioni mortali. L'uomo desidera nulla di meno di Dio, del Bene, della Verità. Desidera nulla di meno dell'Amore”. Questo desiderio di Dio è in Ungaretti una ricerca dell’essenzialità, che si trasforma anche nell'essenzialità della forma poetica, che culmina nella poesia citata sopra, composta da un'icastica frase, “M’illumino d’immenso”.

Un testo molto citato di Ungaretti afferma: Oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è pura bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e, deliberatamente, vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile. Egli sa che spetta solo a Dio leggere infallibilmente nell’abisso dei singoli e conoscere veramente il passato, il presente e l’avvenire. Egli sa che anche il cuore umano non è quella buca che credono i libertini piena di lordura. Egli sa che nel cuore umano non si troverebbe che debolezza e ansia – e la paura, povero cuore, di vedersi scoperto”. È un bel pensiero, una riflessione che fa capire che esiste un elemento religioso in cose che non sono in primis indirizzate alla religione.

Certo, questo elemento religioso va distinto dall’elemento liturgico. Cioè, se una data musica o poesia esprimono indirettamente un elemento religioso, ciò non le fa adatte all’uso per la liturgia della Chiesa. Ma ne fa oggetto di considerazione attenta, per leggere nei cuori degli uomini alcune luci, dove spesso si pensa ci siano solo tenebre.