• FOCUS

Un'agenda poco rassicurante

Il manifesto del premier Monti non è ancora pubblicato, ma già si capiscono alcune linee: se troverà abbastanza consensi, è disposto a guidare un raggruppamento di centro che si alleerà con la sinistra, e che comunque lavora per la fine del bipolarismo. E per famiglia e vita non ci sarà molto spazio.

Mario Monti

Non si è ancora potuto leggere il manifesto di Monti dal titolo “Cambiare l’Italia e riformare l’Europa” preannunciato ieri dal Presidente del Consiglio dimissionario ma che, nel momento in cui scriviamo, non è ancora in rete. In attesa dei contenuti, è però possibile dire qualcosa sul piano politico del progetto del Professore illustrato ieri alla conferenza stampa di fine legislatura. Dalle varie risposte alle numerose domande, molte delle quali in perfetto politichese, qualche pezzo del mosaico lo si può comporre, completandolo poi con qualche interpretazione laddove Monti è stato volutamente lacunoso e reticente.

Il primo punto è che egli ci sarà, ma non subito e solo a certe condizioni. L’area di centro, quella di Casini, Fini, Montezemolo e Riccardi, aspettava con ansia la sua discesa in campo a capo di una lista per l’Italia da essi promossa. Monti non ha mai detto veramente di sì e, fino a ieri, il ministro Riccardi, ergendosi quasi a suo portavoce, spiegava che il Presidente deve riflettere autonomamente ma che entro breve scioglierà il nodo. Il nodo è stato sciolto ma fino ad un certo punto.

Monti ha preferito presentare dapprima un documento programmatico da cui si possano capire i contenuti della cosiddetta “agenda Monti” di cui Casini parla quindici volte al giorno ma che finora nessuno ha mai visto. Si tratta appunto del documento “Cambiare l’Italia e riformare l’Europa” di cui si è in attesa. Si tratta di un documento, egli dice, fuori dalle parti perché solo di idee e proposte. In questo modo egli si pone in continuità con la sua figura di tecnico non di parte e soddisfa anche il Presidente Napolitano che proprio questo gli aveva chiesto. Del resto Monti mica poteva dire semplicemente sì a Casini-Fini-Montezemolo-Riccardi ponendosi così al loro seguito anziché alla loro guida. Il documento, dice sempre Monti, non è indirizzato a qualche partito o raggruppamento particolare ma è una proposta trasversale. Se uno o più gruppi politici lo accoglieranno facendolo proprio, Monti dice di essere disposto a pensare se scendere in campo alla loro guida. Ecco perché il nodo, almeno a parole e per tattica, non è ancora sciolto.

Insomma, Monti ha fatto una attenta regia della sua discesa in campo. Ha creato la suspance, ha lanciato un programma dall’alto della sua posizione di Presidente di un Consiglio tecnico, seppure dimissionario, e si è riservato ulteriormente di decidere in base alle adesioni che riceverà.

Ma a chi mira, in particolare?
Nonostante egli dica che il suo programma è rivolto a tutti, è evidente che, per come ha impostato la conferenza stampa di ieri, egli pensa ai partiti del centro che lo stanno aspettando da tanto tempo. Non si è concesso loro subito, ma è logico che conti prima di tutto su di loro. Questi loro, però, nel frattempo, non si sa più bene chi siano. Casini e Fini ci sono per stato di necessità. Riccardi ci sta per infatuazione. Ma le Acli non ci sono più perché il presidente Olivero ha fatto la scelta solitaria di entrare in campo e Raffaele Bonanni ha smentito che lui o la Cisl fossero disponibili ad appoggiare Monti come qualsiasi altro partito. Certamente Monti penserà anche ad altri settori, da Pisanu agli ex popolari. E’ possibile che dal Partito democratico arrivino dei rinforzi. Poi bisognerà vedere i sondaggi, perché al di là dei partiti c’è il corpo elettorale che, in questa fase, è aperto ad una notevole volatilità di consensi. Nel frattempo si sono mobilitati pro Monti i grandi giornali nazionali.

Sul piano politico ci sono già due conseguenze sul tappeto. La prima è che la coalizione politica di Monti non sarà alternativa alla sinistra. Anzi, è certo che si prepara a governare con il Partito democratico. L’ha detto Monti stesso a Scalfari: “- Ci sono molti punti comuni con il Pd”. "- Certo". “- Tu pensi ad un'alleanza post elettorale?”. "- La considero indispensabile. Dobbiamo ricostruire la pubblica amministrazione e costruire lo Stato dell'Europa federale. Ti sembrano compiti che possano essere portati avanti da un solo partito? Ci vuole una grande alleanza perché si tratta di una vera e propria rivoluzione". E’ vero che c’è il problema Vendola, ma in politica tutto si può aggiustare.

Le parole che Monti ha riservato nella conferenza stampa di ieri a Bersani sono state molto diverse da quelle rivolte a Berlusconi. Quindi, alla fine, il Monti super-partes si ridurrà a guidare una rosa di gruppi di centro pronti ad allearsi a sinistra. Ne consegue che i punti programmatici su vita e famiglia del Partito democratico non trovano in Monti nessun tipo di opposizione. Staremo a vedere cosa dice su questi punti il manifesto montiano, ma dalle premesse di questi giorni non ci aspettiamo granché.

La seconda è che Monti lavora per porre fine al bipolarismo, il quale, dal punto di vista dei principi non negoziabili, ha avuto un merito: ci ha abituato a distinguere tra un’area in cui l’attacco alla famiglia e alla vita è sicuro e un’area in cui è possibile. Il male possibile è comunque meno peggio del male sicuro. Ora Monti sembra indicare un’area in cui l’attacco alla famiglia e alla vita è incerta ma tende ad allearsi con l’area in cui è sicuro. Il che non è per nulla rassicurante.