Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
criminalità

Un terzo dei denunciati è straniero, l'integrazione che non c'è

Ascolta la versione audio dell'articolo

Il 34,7% dei soggetti perseguiti penalmente è di nazionalità straniera e la quota schizza al 60% per i reati predatori. Tra i dati più allarmanti la percentuale di under17 e l'importazione dell'aggressione sessuale collettiva. Un monito sulle future criticità per la sicurezza nazionale.

Attualità 25_02_2026
SAVERIO DE GIGLIO - imagoeconomica

Nel 2024, il 34,7% dei soggetti perseguiti penalmente, quindi oltre un terzo delle persone denunciate, è di nazionalità straniera, una quota che tuttavia esplode oltre il 60% quando l’analisi si stringe attorno alla piaga dei reati predatori.
Rispetto al 2019, l’anno zero prima della paralisi della emergenza sanitaria, il balzo è netto: un incremento dell’8,1% nelle segnalazioni che segna il superamento della soglia dei 265.869 individui. Ma per leggere il fenomeno serve guardare alla demografia: l’Italia oggi ospita 5,7 milioni di stranieri, il 9% della popolazione totale, e sono circa 321mila gli irregolari.  

In un’ottica analitica di lungo periodo, una delle ricerche più autorevoli in materia commissionata dal Ministero dell’Interno (Barbagli, Colombo, 2011) — basata sul monitoraggio del ventennio 1988-2009 — evidenziava come ben il 70% dei reati ascrivibili a cittadini stranieri sia stato perpetrato da soggetti in condizione di irregolarità. E la dinamica attuale ci dice che non è cambiato niente. 

I dati rivelano una specializzazione delittuosa che vede gli stranieri prevalere in termini di arresti nelle fattispecie più “visibili”: furti con destrezza 69%; scippi 61%; rapine in pubblica via 60,1%; violenze sessuali al 43%, spaccio di stupefacenti al 39%, furti di autovetture al 24,5%, contrabbando al 29%, omicidi volontari al 23,7%. Si tratta di ordini di grandezza vertiginosi, ancor di più se rapportati all’esigua incidenza statistica che tale gruppo rappresenta sull’intera popolazione nazionale.

La geografia del fenomeno vede Prato capolista delle città dove gli stranieri hanno maggior peso tra gli arrestati:  nella provincia toscana un residente su quattro è cittadino straniero e il 62% di chi sta dietro le sbarre non è italiano. Seguono Milano e Firenze che guidano la classifica delle aree metropolitane più colpite dalla criminalità di strada: qui l’incidenza degli autori di nazionalità straniera raggiunge soglie critiche, attestandosi rispettivamente al 55,8% e al 56%. Parallelamente, le province di frontiera come Imperia, Bolzano e Trieste — tutti territori con incidenze superiori al 50% — confermano come i varchi d’Europa siano, oggi più che mai, i sismografi di un’integrazione che non esiste.

Parallelamente, il sistema sanzionatorio rivela una zona d’ombra speculare. L’«Area Penale Esterna» è il modo in cui in burocratichese si indicano i 140.000 condannati che non sono dietro le sbarre; tra questi, oltre 30.000 sono stranieri. Quindi, in giro per le nostre città, ci sono trentamila immigrati condannati, ma lasciati liberi. Che vanno a sommarsi ai 20.000 in carcere. Si tratta di un bacino alimentato dalla Riforma Cartabia, che impedisce la detenzione per condanne inferiori ai quattro anni, lasciando in circolazione delinquenti di varia natura. 
I rilievi statistici del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità aggiornati al 15 gennaio 2026 delineano con estrema precisione l’identità di questi “invisibili”: un contingente fatto di marocchini, albanesi, tunisini, nigeriani, egiziani, peruviani, ucraini e via così. 

C’è poi il nodo delle Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza): il 25% degli ospiti è straniero, con una quota del 30% tra rifugiati e richiedenti asilo affetti da disturbi post-traumatici. Il sovraffollamento di queste strutture genera cortocircuiti pericolosi  con soggetti bisognosi di cure e potenzialmente violenti che rimangono liberi per mancanza di posti letto, trasformando il disagio psichico in un allarme di ordine pubblico. Emblematico è il caso del cittadino straniero che nel quartiere San Lorenzo a Roma ha aggredito brutalmente diversi passanti — culminando nell’episodio della madre colpita al volto mentre era in bicicletta con il figlio — la cui posizione giuridica ne ha comunque garantito la permanenza in stato di libertà.

Se le tabelle ministeriali sono chirurgiche nel quantificare i flussi in entrata, diventano reticenti sui provvedimenti di revoca. Non esiste un database pubblico sulle misure interrotte e su chi viola le prescrizioni e torna dietro le sbarre. Le cronache locali, tuttavia, suppliscono al silenzio statistico: da Napoli a Bologna, da Agrigento a Ferrara, si moltiplicano gli episodi di semidetenuti che, approfittando della libertà vigilata o dei servizi sociali, tornano a colpire.

A complicare il quadro interviene la giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 15896/2024), la quale stabilisce che un singolo “comportamento deviante” non è più condizione sufficiente per la revoca automatica del beneficio. La pena, dunque, si mimetizza: non è più un confine invalicabile, ma un percorso elastico dove il reato non sempre comporta il ritorno in cella.

Questa analisi non può prescindere dal dato più allarmante: la genesi di una nuova geografia criminale che affonda le radici nella criminalità minorile. A marzo 2025 il rapporto Antigone censiva 597 detenuti nei penitenziari per minori; di questi, il 49,9% è composto da stranieri, in prevalenza minori non accompagnati provenienti dal Maghreb.
I dati sulla responsabilità penale degli under 17 sono inequivocabili: gli stranieri rappresentano il 59,4% dei fermi per furto, il 59,8% per rapina e il 41,7% per estorsione. Ancora più cupo è il bilancio dei reati di sangue, con una partecipazione del 47,3% nei tentati omicidi.

La cronaca recente cristallizza questa emergenza in episodi di brutale nitidezza. Nel gennaio 2026, a La Spezia, il diciottenne Zouhair Atif ha ucciso a coltellate il coetaneo Abanoub Youssef all’istituto “Einaudi Chiodi”. Pochi giorni prima, a Roma, un funzionario ministeriale era stato vittima di un feroce pestaggio presso la stazione Termini per mano di una gang di giovani stranieri. Analogamente, a Torino, otto nordafricani tra i 15 e i 20 anni sono stati identificati come i responsabili di una guerriglia urbana, condotta con armi bianche e pistole scacciacani, durante i cortei pro-Pal.

L’allarme si estende alla violenza sessuale con l’insorgere della taharrush gamea (aggressione collettiva), importata in Italia dagli immigrati islamici in una sequenza iniziata nel 2022 e che s’è fatta incessante. Per non parlare degli emblematici casi di Padova, dove tre giovani nordafricani — guidati da un leader con precedenti sin dalla minore età — hanno abusato di una ragazza sotto minaccia di coltello, e di Catania, dove sette minori egiziani, ospiti di un centro di accoglienza, sono stati individuati come gli autori dello stupro di una tredicenne nei giardini di Villa Bellini.

I dati di cronaca e le evidenze statistiche non costituiscono un mero consuntivo giudiziario, ma rappresentano il principale indicatore predittivo delle future criticità per la sicurezza nazionale. L’esperienza di Londra e Parigi avrebbe dovuto offrire un monito tempestivo; al contrario, dopo aver allo stesso modo importato dinamiche sociali e subculture della violenza estranee al nostro contesto, il sistema fatica oggi a intercettare il fenomeno prima ancora che porsi da argine.