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Una tragedia che si consuma nel silenzio

Da poche ore la Repubblica Centrafricana ha un nuovo presidente. È Michel Djotodia, capo della alleanza antigovernativa Seleka che lo scorso fine settimana ha marciato in armi sulla capitale Bangui e se ne è impadronita.

Centrafrica

Da poche ore la Repubblica Centrafricana ha un nuovo presidente. È Michel Djotodia, capo della alleanza antigovernativa Seleka che lo scorso fine settimana ha marciato in armi sulla capitale Bangui e se ne è impadronita, mettendo in fuga il presidente François Bozize. Da allora Bangui è devastata e messa al sacco dai miliziani della Seleka che svuotano magazzini, depositi, negozi portando via di tutto: generi alimentari, frigoriferi, sedie, tavoli, suppellettili di ogni sorta.

Tutto è incominciato lo scorso anno ad agosto con la decisione di tre gruppi armati antigovernativi  di unire le forze prendendo il nome di Seleka, che in lingua sango significa alleanza, con l’obiettivo di ottenere dal governo il rispetto di accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2008 e che il presidente Bozize non avrebbe rispettato. A dicembre la Seleka ha avviato dal nord del paese un’offensiva armata che in pochi giorni ha preso il controllo di vasti territori scendendo poi verso sud fino a minacciare la stessa capitale. L’11 gennaio a Libreville, Gabon, con la mediazione internazionale, Seleka e governo avevano però raggiunto un accordo per deporre le armi e formare un governo di unità nazionale presieduto da un leader dell’opposizione, Nicolas Tiangaye, in cui la Seleka deteneva cinque ministeri, incluso quello cruciale della difesa. Inoltre il presidente Bozize rimaneva in carica fino alla fine del suo mandato, nel 2016, ma si impegnava a non ricandidarsi, a indire le elezioni legislative entro un anno, a non sostituire nel frattempo il premier Tiangaye, a espellere dal paese tutti i militari stranieri e a liberare i prigionieri politici. 

Ma la tregua è durata poco e anzi non è mai stata rispettata del tutto. Dalla Seleka si è staccato un gruppo che ha accusato Bozize di non rispettare gli accordi appena conclusi e che ha quindi ripreso a combattere: bene armati e organizzati e, si dice, sostenuti da governi stranieri, i miliziani hanno avuto ragione non solo dell’esercito nazionale, ma anche del contingente francese rinforzato con 350 uomini inviati per proteggere i francesi residenti nel paese, ex colonia di Parigi, dei militari inviati dalla Fomac, l’esercito multinazionale dell’Africa centrale, e dei 200 soldati scelti inviati dal Sudafrica in difesa di Bozize tra i quali si registrano numerose perdite e che avrebbero deciso di proporre una tregua ai ribelli, rinunciando a difendere la città. 

Man mano che giungono notizie, trovano conferma le preoccupanti testimonianze che nelle scorse settimane dalle città occupate dalla Seleka parlavano molti stranieri nelle fila dell’alleanza. Le fonti religiose contattate a Bangui dell’agenzia di stampa MISNA sostengono che tra i miliziani che stanno saccheggiando la capitale e minacciando la popolazione pochi parlano sango e sono centrafricani, per il 90% arrivano dal Sudan e dal Ciad e parlano arabo. Sarebbero dei jihadisti penetrati nel paese per instaurare un regime islamista, benché il Centrafrica sia in maggioranza cristiano.

In effetti l’allarme per la presenza di miliziani jiahdisti era già stato lanciato da qualche tempo da altri religiosi tra cui Monsignor Juan José Aguirre Munos, vescovo della città sud orientale di Bangassou, in mano alla Seleka dall’11 marzo.
Intervistato il 12 marzo dall’agenzia Fides, Monsignor Munos ha inoltre confermato quanto già denunciato da altri testimoni, vale a dire – e su questo non sembrano sussistere dubbi – che molte chiese, missioni e istituti religiosi sono stati attaccati, razziati e distrutti dai miliziani Seleka mentre le moschee sono state risparmiate. L’ultima aggressione si è verificata a Bangui dove durante la messa della domenica delle Palme i ribelli hanno invaso la cattedrale costringendo i fedeli a consegnare le chiavi delle loro auto e rubando qualsiasi cosa sembrasse di qualche valore.

Pur ritenendo che i jihadisti costituiscano in realtà una minoranza nella Seleka, anche l’imam della comunità islamica centrafricana, Kobir Layama, ha tuttavia confermato le aggressioni ai cristiani esprimendo viva preoccupazione per il forte rischio dell’insorgere di un conflitto tra cristiani e musulmani che peggiorerebbe ulteriormente la situazione.

Nelle città conquistate, inoltre, i miliziani hanno sistematicamente disperso e bruciato registri e archivi comunali e giudiziari contenenti atti di nascita, certificati di nazionalità, sentenze: un danno enorme, “un’azione volta a distruggere la memoria storica delle popolazioni locali – sostiene Monsignor Munos – la situazione è molto simile a quella del Mali, ma il Centrafrica non sembra allarmare il mondo allo stesso modo”.