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Un libro spiega la vocazione di Scola

Esce oggi in libreria «Il futuro e la speranza», la biografia del cardinale Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, scritto da Andrea Tornielli.

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Esce oggi in libreria «Il futuro e la speranza», la biografia del cardinale Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, scritto da Andrea Tornielli (edizioni Piemme, pag. 190, 14,50 euro). Presentiamo un brano del capitolo dedicato all'incontro di Scola con don Giussani.


"Gioventù come tensione": l'incontro con don Giussani



Gli amici che Angelo Scola stava per incontrare appartenevano al primo gruppo di studenti che si erano messi ad andar dietro a un prete ambrosiano tutto d’un pezzo, il quale aveva deciso di lasciare l’insegnamento al Seminario di Venegono dopo un viaggio in treno: don Luigi Giussani. Siamo alla metà degli anni Cinquanta, la Chiesa appare ancora una realtà di popolo, radicata. A Roma attorno al Papa Pio XII si tengono grandi adunate di giovani, l’Italia è – o almeno sembra – cattolicissima. Eppure già allora cominciano a manifestarsi con sempre maggiore evidenza i primi segni della secolarizzazione.


Ecco il racconto che don Giussani farà di quel viaggio in treno destinato a cambiare la sua vita. «Tutto cominciò con un piccolo episodio, destinato tuttavia a mutare la mia vita: recandomi sul litorale adriatico per un periodo di vacanza, durante il viaggio in treno parlai per caso con alcuni studenti trovandoli paurosamente ignoranti della Chiesa. Ed essendo costretto – per lealtà, per sanità d’animo – ad attribuire a tale ignoranza il loro disgusto e la loro indifferenza per la Chiesa stessa, pensai allora di dedicarmi alla ricostruzione di una presenza cristiana nell’ambiente studentesco»[1].


Don Giussani chiede e ottiene dai suoi superiori di lasciare Venegono e di venire a Milano, a insegnare religione al liceo classico “G. Berchet”.


«Fin dai primi giorni del mio incarico al Berchet, l’iniziale intuizione, di cui quell’incontro in treno era stato spunto, trovò purtroppo piena verifica. Fermavo i pochissimi studenti con il distintivo dell’Azione Cattolica o degli Scouts, che incontravo durante gli intervalli nei corridoi o sulle scale, e chiedevo loro esplicitamente: “Ma voi credete davvero in Cristo?”. Mi guardavano interdetti, e non ricordo che uno solo mi abbia risposto ‘sì’ con la spontaneità caratteristica di chi ha dentro di sé una vera radice di fede. E un’altra domanda che facevo a tutti, i primi tempi, era: “Secondo te, il cristianesimo e la Chiesa sono presenti nella scuola, hanno un’incidenza nella scuola?”. La risposta era quasi sempre stupore o sorriso. Questo avveniva a metà degli anni ‘50, quando secondo l’opinione comune la Chiesa era ancora una presenza salda nella società italiana; e infatti lo era, ma solo come esito di un passato non ancora sconvolto da un attacco che con ogni evidenza si stava attivamente preparando in quelle fucine di uomini nuovi, di società nuova, che sono la scuola e l’università. Mi apparve allora chiaro che una tradizione, o in genere un’esperienza umana, non possono sfidare la storia, non possono sussistere nel fluire del tempo, se non nella misura in cui giungono ad esprimersi e a comunicarsi secondo modi che abbiano una dignità culturale».


Alla guida della grande arcidiocesi ambrosiana è appena arrivato da Roma un uomo che ha trascorso metà della sua vita nella Segreteria di Stato: è Giovanni Battista Montini, bresciano, catapultato sotto la Madonnina senza la berretta cardinalizia perché divenuto troppo potente Oltretevere dove ha lavorato per lunghi anni in perfetta simbiosi con Papa Pacelli. Un allontanamento che in realtà lo prepara al pontificato. Anche il nuovo arcivescovo si rende presto conto che ci sono ormai interi «mondi» milanesi – da quello operaio a quello della moda e della finanza – sempre più impermeabili al messaggio cristiano.


Attorno a don Giussani si riuniscono studenti con origini diverse, alcuni dei quali non provengono dalle parrocchie o dagli oratori, ma appartengono alla borghesia laica. «Il sacerdote che allora più spesso capitava di incontrare – racconta Robi Ronza – era una persona nella quale i modi clericali contrastavano con una cultura sostanzialmente secolare che mal s’intrecciava con richiami morali troppo spesso ridotti a moralismo. Non mancavano eccezioni, anche lodevoli, ma prive di fascino perché velate dal postulato, sempre evidente anche se non sempre espresso, che per essere davvero cristiani si dovesse comunque rinunciare a un po’ della propria umanità. Sullo sfondo di tali esperienze l’incontro con don Giussani fu per me, come per molti, una folgorante sorpresa. Benché rigorosamente vestito in abito talare, come allora per i sacerdoti era d’obbligo anche in Italia, l’uomo da un lato non aveva nulla di clericale, ma dall’altro non esitava a sostenere esplicitamente qualcosa di impensabile per la cultura dominante dell’età moderna, ovvero che Cristo, centro del mondo e della storia, è la risposta alle urgenze esistenziali dell’uomo, al suo bisogno di felicità. Colpiva poi subito in lui, oltre ad una cultura vastissima ed originale, la passione per la  vita, e la capacità inesauribile di instaurare immediatamente con ogni suo interlocutore, anche in breve incontro, un profondo rapporto personale»[2].


L’anno scolastico 1954-1955 è il primo di don Giussani al “Berchet”. L’anno dopo il sacerdote inizia a fare degli incontri a Varese e a Lecco, due città che appartengono alla diocesi ambrosiana. Un fine settimana va in una, quello dopo nell’altra. Don Giussani rivitalizza una sigla nell’ambito dell’Azione Cattolica che fino a quel momento esisteva quasi solo sulla carta: GS, Gioventù studentesca.

Angelo Scola e Fabio Baroncini sono tra i primi che vi aderiscono a Lecco, Robi Ronza è tra i primi di Varese, dove il responsabile di GS è Attilio Nicora, futuro sacerdote, rettore del Seminario milanese, poi vescovo e cardinale.


«La prima volta che vidi don Giussani – ha raccontato Scola – fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù Studentesca, ancora legata all’Azione Cattolica di Roma, invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola che vinse le mie resistenze. Non amavo molto la Gioventù Studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni quasi tutti di estrazione “borghese”, piuttosto che a me»[3].


«Don Luigi Giussani – continua Scola – tenne una splendida lezione sulla “gioventù come tensione” e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati - sulla scia dell’impegno socialista massimalista di mio padre - sulla politica e sulla letteratura russa e americana. Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa».


Il nuovo arcivescovo di Milano considera Giussani «un genio dell’educazione, capace di un pensiero originale - io lo definisco “sorgivo” - che lo portava non solo a mettere a frutto una notevole messe di letture, ma soprattutto a interpretare in maniera autentica l’esperienza elementare dell’uomo. Ciò gli ha consentito di affascinare centinaia di migliaia di persone di ogni generazione, e in maniera particolare i giovani».


Don Giussani e Scola hanno avuto entrambi un padre socialista e una madre religiosissima. Quell’incontro del 1958 è destinato a segnare l’esistenza del futuro cardinale di Milano. «Durante l’ultimo anno di liceo cominciai a parlare di Cristo con i miei compagni. Ci misi la faccia. La mia vita è cambiata in quel momento».


I coetanei di Angelo Scola lo ricordano magro come un chiodo, rosso di capelli, sportivo, di carattere forte, con una personalità da leader. Personalità che emerge anche il giorno dell’esame di maturità.

«“Interessante questa teoria sui Promessi Sposi: di chi è?”, gli chiese il professore all’esame di maturità. “Del noto studioso Angelo Scola”, rispose lui, con un sorriso. E dentro la battuta c’era tutto: una preparazione di ferro, la fierezza di rivendicare una visione originale, l’autoironia di chi conosce i propri limiti, la gioia di giocare con la cultura»[4].


L’ultimo anno al liceo «Manzoni» Scola invita a entrare in GS un ragazzo della quarta ginnasio, Roberto Formigoni. «L’ho conosciuto quando era un ragazzo di 14 anni e faceva scherma. Lo invitai io ad aderire a Gioventù Studentesca di Lecco. Adesso ci incrociamo al massimo una volta l’anno, a Natale», dirà di lui l’amico divenuto nel frattempo cardinale.


«Lo ricordo benissimo – ha raccontato Formigoni –. Ero un ragazzino, era il 1960 e mi ero appena iscritto alla quarta ginnasio del liceo Manzoni di Lecco. Ricevetti una telefonata da Angelo Scola, che aveva cinque anni in più di me, aveva appena fatto la maturità ed era presidente locale della Gioventù Studentesca, quella che poi sarebbe diventata Comunione e liberazione… Scola non era ancora don. Sarebbe entrato in seminario una decina di anni dopo. Si stava per iscrivere al Politecnico: fece lì due anni e poi passò a Filosofia. Mi disse: abbiamo dato vita a questo giornale studentesco che si chiama “Il Michelaccio” (che vuol dire ragazzo discolo), vorremmo che tu facessi una tre giorni a Gazzada per parlare del giornale. Verranno a tenerci seminari anche il giornalista Giorgio Bocca e il mitico Robi Ronza»[5].

«Il Michelaccio» è un giornale studentesco diffuso a Busto Arsizio, Gallarate, Lecco, Como, Varese e Sondrio. «Facevamo le riunioni  di redazione ogni mese, ogni volta in una città diversa – ricorda Ronza – e non avevamo le macchine per spostarci. Era uno strumento che teneva collegate le comunità. Scola era uno dei redattori, avevamo un vicedirettore in ogni città. Il direttore era Nicora»[6].


Il futuro arcivescovo di Milano sarebbe diventato capo della redazione lecchese del «Michelaccio», che usciva con otto numeri all’anno, da ottobre a maggio, aveva circa una quarantina di pagine e riusciva a mantenersi grazie alle vendite e alla pubblicità.


Cesare Chiericati, uno dei redattori di allora, ricorda: «Era confezionato e stampato a Varese ma ogni redazione contribuiva con pezzi e apporti pubblicitari. Ogni mese vi era una riunione inter redazionale itinerante nelle sei città lombarde, ciascuna inseriva da quattro a otto pagine locali per rispettare e assecondare le realtà locali. Il “fenomeno” Michelaccio va inserito nel contesto nazionale della stampa studentesca – cattolica e no – che a cavallo degli anni ‘50/’60 fu particolarmente fiorente. Al punto che persino il Ministero della Pubblica istruzione se ne interessò organizzando alcuni convegni sull’emergente fenomeno. Analogo fenomeno si manifestò in Francia dove pure partecipammo ad alcune riunioni. In questo quadro va letto l’inserimento nel giornale di Angelo Scola, redattore a Lecco dall’ottobre 1960, poi dal novembre ’61 vicedirettore della sede fino al maggio 1962»[7].

«Scola – ricorda ancora Chiericati – non scriveva molto ma la sua era una presenza incisiva a livello di impostazione complessiva e dei temi da affrontare. Fortemente identitario - non solo come cattolico ma anche in quanto lecchese – non risultava comunque mai dogmatico. Al contrario era aperto al mondo, alle istanze sociali (viste anche le origini operaie della famiglia), alle altre culture e civilizzazioni. Noi varesini lo giudicavamo amichevolmente un “sanguigno” per il piglio con cui si esprimeva e anche per il gran ciuffo rosso dei suoi capelli. Dopo il’62 si dedicò più a fondo alla crescita di Gioventù Studentesca a Lecco e si precisò la sua vocazione sacerdotale. Nella redazione del Michelaccio sono nate alcune vocazioni sacerdotali (Nicora, Giudici – attuale vescovo di Pavia – D’Elia, a Varese; Scola a Lecco) e molte vocazioni giornalistiche…».


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[1] Luigi Giussani, Il movimento di Comunione e Liberazione. Conversazioni con Robi Ronza, Jaka Book, 1986, pp. 12-13.

[2] Luigi Giussani, El movimiento de Comunión y Liberación. Entrevista de Robi Ronza, introduzione alla nuova edizione spagnola, Edizioni Encuentro, 2010.

[3] «Giussani e il genio cristiano dell’esperienza umana», intervista di Paolo Rodari con Angelo Scola, «Il Riformista», 25 febbraio 2009.

[4] «Professore di ironia “nato poverissimo” e scelto da Wojtyla», di Gianantonio Stella, «Il Corriere della Sera», 10 aprile 2005.

[5] «Il cardinale? Gli piacciono il calcio e la politica E sugli immigrati vi stupirà», intervista di Sabrina Cottone con Roberto Formigoni, «Il Giornale», 29 giugno 2011.

[6] Colloquio di Robi Ronza con l’autore, 5 luglio 2011.

[7] Colloquio di Cesare Chiericati con l’autore, 8 luglio 2011.

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