a cura di Riccardo Cascioli
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Un ammalato in fuga diffonde il virus Ebola nella Repubblica democratica del Congo

Il 27 marzo, mentre l’Oms contava di poter annunciare di lì a poco la fine dell’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo, trascorsi 42 giorni dall’ultimo caso registrato, un uomo di 26 anni è stato ricoverato a Beni con i sintomi della malattia. Il 9 aprile è morto. Tre giorni dopo è stato individuato un secondo caso – una bambina di 11 mesi, morta anche lei nonostante le cure tentate per salvarla – e altri cinque nei giorni successivi. La speranza che l’epidemia, scoppiata nell’agosto del 2018, fosse terminata è svanita, proprio mentre nel paese si verificano i primi decessi causati dal Covid-19. A peggiorare la situazione, uno dei nuovi ammalati di Ebola, un taxista di 28 anni, il 17 aprile è scappato dal centro sanitario di Beni in cui era ricoverato e ha fatto perdere le sue tracce. Le forze dell’ordine lo stanno cercando ed esortano la popolazione a non nasconderlo. Ma decenni di instabilità e malgoverno hanno eroso la fiducia nelle autorità del Congo. Benché Ebola abbia ucciso già più di 2.200 persone, molti continuano addirittura a credere che il virus non esista. “Stiamo facendo tutto il possibile per trovarlo, finora senza esito. Le ricerche continuano  – ha dichiarato il responsabile dell’Oms in Congo, Boubacar Diallo – ci saranno altri nuovi casi a causa sua, tra le persone con cui è entrato in contatto”. Per fermare i contagi è indispensabile individuare tutte le persone che entrano in contatto con ogni nuovo ammalato, metterle in quarantena e, adesso che per la prima volta è possibile, vaccinarle. “Dato che non viene curato morirà – dice il vice sindaco di Beni Muhindo Bakwanamaha – ma nel frattempo molti avranno rapporti con lui e si ammaleranno a loro volta”.