• IRLANDA DEL NORD

Ulster, quale riunificazione se Dublino diventa come Londra?

Le elezioni del 5 maggio hanno visto a Belfast la storica vittoria del partito repubblicano Sinn Féin, che è primo partito anche nella Repubblica d'Irlanda. Ma mentre si parla di riunificazione più vicina, il dato evidente è che con la secolarizzazione l'Irlanda ha perso la sua originalità e identità, omologandosi ai paesi nord-europei.

I commenti di questi giorni sulle importanti elezioni svoltesi giovedì 5 maggio nell’Irlanda del Nord si concentrano sulla vittoria dello Sinn Féin (27 seggi), la prima volta che un partito repubblicano si troverà ad esprimere il Primo ministro delle sei contee dell’Ulster che sono rimaste parte del Regno Unito con la partizione del 1921, quando il resto d’Irlanda ha conquistato l’indipendenza. Si tratta di una vittoria che avvicina la possibilità di un referendum per la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda, ma la strada non sarà comunque né facile né breve.

Già ora sarà complicato formare il governo, dato che gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 – che misero fine ai Troubles, 30 anni di violenze e terrorismo – prevedono ora un vice premier del principale partito unionista; e il Democratic Unionist Party (DUP), 25 seggi – che finora era sempre stato il primo partito – per ora non ha intenzione di partecipare, per lo stesso motivo per cui negli ultimi mesi le istituzioni nord-irlandesi sono state paralizzate. Vale a dire il Protocollo dell’Irlanda del Nord allegato alla Brexit, che mantiene il territorio libero ai commerci con l’Unione Europea e impone i dazi ad alcune merci provenienti dalla Gran Bretagna. Gli unionisti vedono questa disposizione come un passaggio per sganciare l’Irlanda del Nord dal Regno Unito e quindi pongono come condizione per partecipare a un governo a Belfast la cancellazione di questo protocollo o, quanto meno, una sostanziosa modifica.

Il dialogo è peraltro reso più difficoltoso anche dal fatto che le urne premiano i due partiti estremi dei rispettivi schieramenti, entrambi legati ai gruppi terroristici durante i Troubles: Sinn Féin era il braccio politico dell’IRA (Irish Republican Army), il DUP aveva creato il gruppo paramilitare Ulster Resistance, alleato dell’Ulster Volunteer Force, certamente la formazione unionista più violenta e sanguinaria. Anche se i due partiti hanno ufficialmente abbandonato la lotta armata da ormai 25 anni, restano evidentemente il punto di riferimento di buona parte della popolazione di entrambi gli schieramenti che, accordi o non accordi, non si fida della controparte.

Ma se c’è una novità che le elezioni del 5 maggio hanno messo in evidenza è che nell'opinione pubblica nordirlandese questo tema tende a sfumare, anzitutto perché le preoccupazioni della vita quotidiana sono più urgenti: non per niente i temi principali della campagna elettorale sono stati il costo della vita e l’assistenza sanitaria, e anche lo Sinn Féin non ha affatto toccato il tema della riunificazione con l’Irlanda, pure se è ben noto il suo obiettivo.

Inoltre c’è una nuova generazione, che in gran parte non ha conosciuto direttamente i Troubles, che è stufa di una contrapposizione che paralizza le sei contee e ne frustra il desiderio di sviluppo. E infatti la novità più interessante di queste elezioni è stata l’affermazione del partito di centro Alliance, diventata la terza forza del paese con 17 seggi. Alliance è nato in ambito unionista ma sostiene il superamento di queste etichette.
Anche l’identificazione dei cattolici con i partiti repubblicani e dei protestanti con i partiti unionisti non è più rigida come un tempo, non ultimo perché questi partiti non rappresentano più l’identità religiosa delle rispettive comunità. Discorso che vale soprattutto per i cattolici che – come abbiamo già spiegato in un precedente articolo – non vedono più difesi dai partiti repubblicani né il diritto alla vita né la libertà di educazione.  

Per i cattolici peraltro non va molto meglio nella Repubblica d’Irlanda dove la vicenda degli abusi sessuali del clero è diventata una fenomenale arma in mano alle forze che combattono la presenza della Chiesa e ha accelerato drasticamente il processo di secolarizzazione. Da notare che già nel 1997 la giornalista e scrittrice irlandese Mary Kenny scriveva un libro dal titolo significativo, Goodbye to Catholic Ireland (Addio all’Irlanda cattolica), proprio per descrivere questo processo. Probabilmente non è causale che nelle elezioni del 2020 lo Sinn Féin sia diventato il primo partito anche nella Repubblica d’Irlanda: una crescita vertiginosa se si pensa che appena dieci anni prima aveva un ruolo del tutto marginale nel Parlamento di Dublino.
E in ogni caso anche i due partiti tradizionalmente considerati democristiani, il Fianna Fáil e il Fine Gail, hanno ormai sposato da tempo un’agenda liberal.

La secolarizzazione dell’Irlanda è dimostrata da un semplice dato, ovvero il crollo demografico, che sempre accompagna l’allontanamento di una popolazione dalla pratica religiosa cattolica: se in Irlanda nel 1965 nascevano 4.03 figli per donna (in Italia erano 2.5), e nel 2010 si era ancora a 2 figli per donna, oggi si è scesi sotto gli 1.8 e il tasso di fertilità continua a scendere.

Ciò significa che l’Irlanda ha ormai perso in gran parte la sua originalità e la sua vera identità nazionale, omologandosi nei fatti alle nazioni nord europee e quindi anche alla Gran Bretagna. Per quegli strani scherzi della storia, se non ci saranno colpi di scena, la riunificazione dell’Irlanda potrà avvenire perciò quando ormai, dal punto di vista dei valori e dell’identità, avrà perso qualsiasi significato.

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