• LETTERE IN REDAZIONE

Ucraina, tra sospetti e verità

Dall'Ucraina giungono le incredibili immagini della esposizione al ludibrio dei soldati ucraini prigionieri, un centinaio, nelle strade di Donetz, vilipesi e umiliati da due ali di manifestanti filo-russi al grido di “fascisti”.

Caro direttore,

la nuova flagrante violazione del diritto internazionale compiuta dalla Russia, dopo l’annessione della Crimea, ora con l’ “invasione diretta” dell’Ucraina, ripropone il vecchio, secolare scenario della prepotenza dello Stato spavaldo ed esaltato dalla propria forza militare, che nella coscienza della comunità internazionale era stato affossato con la disfatta della dittatura hitleriana. Uno Stato che si rappresenta e agisce soltanto secondo i propri impulsi e interessi. La Russia può permettersi di tutto, mascherando stavolta le sue esaltate pretese con l’asserita missione umanitaria – una colonna di centinaia di camion, sottratta al controllo internazionale e senza la necessaria supervisione della Croce Rossa, e pertanto ragionevolmente sospetta –  nella regione di Luhansk dove i miliziani cosiddetti “filo-russi”, impegnati nel conflitto con l’esercito regolare ucraino, sono sempre più in difficoltà nel controllare il territorio che vogliono annettere alla Russia. 

Il comunicato del ministero degli Esteri di Mosca sprizza disprezzo, al punto da definire “oltraggio” i motivati sospetti di Kiev. Ma i camion che in gran velocità hanno violato il confine tra i due paesi, accuratamente coperti per nascondere il carico, non rappresentano forse un oltraggio per l’opinione pubblica mondiale, ed europea in particolare? Perché è proprio questo modo di fare della Russia che lascia più che perplessi, disorientati. Non esiste più un ordine internazionale: le Nazioni Unite sono nell’impossibilità neanche di esprimere una denuncia, e tanto  meno una condanna, della sua più plateale violazione da parte di uno Stato che gode in Consiglio di Sicurezza del privilegio dell’autoimmunità. L’Alta Corte di Giustizia non ha risposto agli interrogativi della comunità internazionale, non facendo sapere nemmeno di aver cominciato ad istruire la “pratica” dell’ annessione della Crimea da parte di uno dei paesi, la Russia, che in base all’accordo del 1994 sulla denuclearizzazione dell’Ucraina, doveva garantirne la sovranità e integrità territoriale. L’Unione Europea fa il gioco dell’ammuina prendendo in giro non solo gli ucraini, ma anche, e soprattutto, i cittadini dei suoi Stati membri, non sapendo come motivare la sua rinuncia alla difesa dei suoi principi e valori fondanti che ha istituzionalizzato e dei quali si fa banditrice a parole e paladina purtroppo senza più credibilità. É ormai chiaro a tutti che non già questi valori etici, di rispetto della dignità, e i principi giuridici intende difendere, ma i suoi interessi economici, finanziari, energetici e via discorrendo. 

E come il soccorso militare accordato da alcuni paesi, fra cui l’Italia, a quanti combattono contro il Califfato islamico nell’Iraq e Siria è stato motivato dall’orrore dei comportamenti certo, ma soprattutto dal temuto pericolo della espansione del fondamentalismo islamico in Europa; così il mancato sostegno agli ucraini, vittime europee di una flagrante duplice violazione del diritto internazionale, e l’abdicazione al suo proclamato ruolo nella difesa dei diritti umani, devastati dalla guerra in corso in Ucraina, viene dettato da altre ragioni della stessa realpolitik, ovvero dall’ inevitabile pericolo di danneggiare la propria economia. 

Ma è proprio la consapevolezza che Mosca ha della debolezza dell’Europa per la sua dipendenza energetica (un capolavoro di strategia politica realizzato negli anni con la cointeressenza della Germania nel gasdotto del Nord e con il coinvolgimento dell’Italia nel progettato – ma oramai vincolato da accordi – gasdotto del Sud) che la rende baldanzosa e prevaricatrice nei confronti di Kiev. Il grande gasdotto che attraversa l’Ucraina, ancor oggi diretto collegamento tra i giacimenti russi e l’Europa, se governato da una autorevole politica comunitaria, indipendente e lungimirante (solo da qualche mese si è pianificata una diversificazione delle fonti di energia), avrebbe reso superflui i suoi miliardari investimenti nei due gasdotti del Nord e del Sud. E invece l’Europa ha assecondato il volere politico del Cremino di tenere assoggettata l’Ucraina, prima con il legame della costruzione di questi gasdotti accerchianti, poi ricorrendo all’ ammuina nel minimizzare la portata del conflitto. Così non ha denunciato la dilagante disinformazione montante in Russia sulla rivolta popolare del Maidan, accreditando una propaganda ben orchestrata che ha ridotto a semplice “crisi” tra due vicini la gravità delle violazioni delle regole della comunità internazionale. 

E non hanno avuto un impatto deterrente le sanzioni comminate dall’Unione a Mosca, con lenta progressività e straordinaria cautela e dopo il superamento di non pochi contrasti interni e le aperte divergenze di valutazione con Washington e con la stessa NATO, di cui quasi tutti i suoi paesi fanno parte.  Anzi hanno avuto l’effetto contrario se il Cremlino, sfidando quelle decise per l’aggravarsi del conflitto nelle regioni orientali dell’Ucraina, ora non ha tenuto in alcun conto il divieto del governo di Kiev, anzi lo ha dileggiato, facendo attraversare il confine ai suoi autotreni sospetti.  Trovando il sostegno – rivelato da inquietanti sondaggi di opinione – della gran maggioranza dei russi, che assecondano la restaurazione della politica nazional-imperialista perseguita da Putin.

La sfida è sul tappeto, le sanzioni non bastano più, i cardini della convivenza internazionale con la Russia – che cominciarono a incrinarsi nel 2008 con la guerra alla Georgia e lo smembramento di parte del suo territorio – stanno vacillando. A frenare il deterioramento della sua immagine non bastano certo le visioni diffuse dal canale televisivo ufficiale Russia 24 del clima sereno e felice delle elezioni, svoltesi ieri domenica, nell’ Abkhazia sottratta alla Georgia, e della gioia degli ucraini delle regioni dell’Est, allontanatisi dal conflitto e rifugiatisi nella vicina Crimea, per essere trasferiti a migliaia di chilometri da casa, nella regione di Irkutsk.  Ma a compromettere certo la sua reputazione sono le incredibili immagini della esposizione al ludibrio – sempre ieri in occasione della festa nazionale ucraina – dei soldati ucraini prigionieri, un centinaio, nelle strade di Donetz, vilipesi e umiliati da due ali di manifestanti filo-russi al grido di “fascisti”.

Una volta la dignità dei prigionieri di guerra veniva tutelata da trattati e consuetudini accettate dalla comunità internazionale e tutelate dalla Croce Rossa, oggi non più. Nemmeno “dalle nostre parti” ( nessun paragone con la barbarie dei fondamentalisti islamici in Medio Oriente e in Africa) perché il Cremlino – dimentico del grandioso patrimonio culturale di cui è depositaria la Russia che amiamo –fa divulgare queste immagini, scavando ancor più il solco del disprezzo della Croce Rossa nella vicenda di quel “convoglio umanitario” che a tutti i costi doveva raggiungere, e subito, le destinazioni volute. Lo scenario si fa più buio guardando alle gravi ripercussioni della guerra in Ucraina avvertite nel mondo cristiano ortodosso che stanno danneggiando non solo i rapporti interconfessionali ma compromettendo pure il movimento ecumenico.   

A Kirivske la morte di tre fedeli durante la celebrazione della divina liturgia domenicale nel crollo del soffitto di una chiesa colpita da un ordigno, e il rimpallo di responsabilità dei belligeranti, fanno comprendere quanto sia proprio necessaria quella preghiera che papa Francesco all’Angelus ha richiesto per “l’amata terra di Ucraina” ricordando come “ la situazione di tensione e di conflitto che non accenna a placarsi, sta generando tanta sofferenza”.   

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