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INIZIATIVA

Ucraina, il Vaticano apre la strada del dialogo con Mosca

La Santa Sede sembra l'unica a rendersi conto dei rischi di un lento scivolamento verso una guerra aperta Occicdente-Russia. Così il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Gallagher, è a Mosca dove ieri ha incontrato il ministro degli Esteri Lavrov: l'unica strada è il negoziato.

Esteri 26_08_2026
Lavrov e Gallagher - LaPresse

«Abbiamo dolore e rabbia, non odio. L’odio uccide chi odia, se gli ucraini provassero odio sarebbero finiti da tempo». Così il vescovo cattolico di Kharkiv-Zaporizhzhia, Pavlo Honcharuk, ha parlato ieri al Meeting di Rimini all’incontro dedicato all’Ucraina. Si è trattato di una testimonianza certamente edificante, insieme a quella della scrittrice Yaryna Grusha, docente di Lingua e letteratura ucraina all’Università di Milano, che ha fatto conoscere il fermento culturale che c’è in Ucraina anche sotto le bombe.

Ma si è trattato anche di un incontro la cui impostazione non ha contribuito certo a far comprendere la situazione attuale, il rischio anche per l’Europa e il mondo che comporta questa guerra ormai nel suo quinto anno. Certo, non era e non doveva essere una tavola rotonda sul tema, ma a parte il riferimento alla Russia che conquista Paesi per reclutare persone da mandare a loro volta a conquistare altri Paesi, molte delle cose dette valgono per qualsiasi situazione di guerra o di difficoltà; e per stare all’Ucraina, si ripete oggi quello che si poteva dire già nel 2022, come se nulla fosse cambiato: da una parte l’aggressore russo e dall’altra un popolo che ha «la sua forza nell’amore» e si difende.

In  realtà le cose sono molto più complesse e la situazione è molto cambiata: è oggettivo che Mosca abbia trovato una resistenza che non si aspettava e che si trovi impelagata in una guerra di cui non si vede la fine, con conseguenze interne pesanti che è difficile prevedere dove porteranno la Russia.
Ma anche sul fronte ucraino la situazione è molto meno “romantica” di come la si vuol descrivere: da settimane ci sono manifestazioni di piazza contro il presidente Zelensky reo di aver silurato a luglio il ministro della Difesa Mychajlo Fedorov, che in soli sei mesi aveva rianimato le speranze (vere o presunte) di invertire le sorti della guerra; migliaia di uomini cercano di sfuggire al reclutamento forzato, e anzi sono in costante aumento le aggressioni contro i reclutatori; in tanti hanno attraversato il confine pagando ingenti mazzette a ufficiali corrotti; nel frattempo la radicalizzazione che una guerra prolungata favorisce ha fatto riemergere i fantasmi di un nazionalismo filo-nazista che ha provocato la reazione della Polonia (che di quel nazionalismo è stata una vittima), finora il Paese più generoso nell’accogliere i profughi ucraini e nel sostenere anche politicamente e militarmente Kiev.

Soprattutto la difesa ucraina è sostenuta fin dall’inizio da un massiccio aiuto militare occidentale, sia per la fornitura di armi sia per la presenza di consiglieri militari sia ancora per le operazioni di intelligence, senza contare i sostanziosi aiuti economici. In totale solo la UE in quattro anni ha investito in Ucraina oltre 200 miliardi di euro, tra aiuti militari, finanziari e umanitari.

Si può essere o non essere d’accordo su questo sostegno, ma il fatto oggettivo resta che questo non è, e non è mai stato, un semplice conflitto Russia-Ucraina (ovviamente anche la Russia ha avuto i suoi aiuti internazionali). Per fare un esempio non molto distante, gli armeni del Nagorno Karabakh (Artsakh in armeno), pur avendo combattuto una difesa eroica, nel 2023 hanno dovuto capitolare davanti alle pretese dell’Azerbaijan che l’ha inghiottito costringendo la popolazione armena all’esodo. Ovviamente nell’indifferenza dello stesso Occidente che, nella circostanza, ha ottimi rapporti con l’aggressore e non ha investito un euro per sostenere l’aggredito.

La questione è che, con il perdurare della guerra in Ucraina, il rischio di un coinvolgimento sempre più diretto dei Paesi europei non è più un’ipotesi remota visto anche l’atteggiamento dei principali governi. Anche la Russia è certamente in difficoltà ma nessuno può prevedere come potrà evolvere la situazione e se la leadership del presidente Vladimir Putin sia effettivamente a rischio.

Per cui, allo stato attuale, ci sono soltanto due possibilità di finire la guerra: o si riprende un dialogo e un negoziato vero con Mosca, disponibili anche a un qualche sacrificio territoriale; oppure deve entrare in campo direttamente la Nato per sconfiggere la Russia e riportarla ai confini pre-2014 (sempre ammesso che sia così semplice). Quest’ultima è la soluzione verso cui stiamo lentamente scivolando, ed è ciò a cui ha sempre puntato Zelensky, ben consapevole che questa è l’unica speranza di riconquistare i territori perduti. Le conseguenze di uno scenario del genere possono essere facilmente intuite.

Sembra però che di questo siano consapevoli solo in Vaticano: non per niente il Papa ha spedito a Mosca il segretario per i Rapporti con gli Stati monsignor Paul Richard Gallagher, che ieri ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarando che oggi «il dialogo è più importante che mai». E incontrando i giornalisti insieme a Lavrov al termine dell’incontro, Gallagher ha aggiunto: «Questa guerra deve finire», e l’unica strada è il negoziato perché il conflitto «non può essere risolto con mezzi militari». La Santa Sede dunque si muove fattivamente e offre il suo «sostegno diplomatico».

La speranza, per evitare scenari da incubo, è che altri governi occidentali, a cominciare dall’Italia, rinsaviscano e seguano la Santa Sede sulla via della pressione per aprire un negoziato. In fondo, dopo quattro anni e mezzo di guerra e i danni che sta subendo sul proprio territorio, anche per Putin una soluzione negoziata può essere conveniente.