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I Volenterosi accelerano l'escalation con Mosca, Meloni frena

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Dura reazione del Cremlino ai leader europei riuniti a Kiev per i 35 anni dall'indipendenza ucraina che alzano il tiro sul sostegno militare a Zelensky. L'Italia non aderisce e si limiterà a un pacchetto di forniture militari difensive e di tipo civile senza sacrificare consensi e truppe sull'altare di una guerra che la Coalizione non è in grado di combattere.

Esteri 26_08_2026
(Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse)

Riuniti il 24 agosto a Kiev per le celebrazioni dei 35 anni dell'indipendenza dell'Ucraina, i leader europei della coalizione dei “Volenterosi” hanno annunciato una ulteriore escalation nella crisi con la Russia. Trainati soprattutto dal neo-premier britannico Andy Burnham, che ha promesso a Volodymyr Zelensky licenze e componenti per produrre i missili da crociera aviolanciabili Storm Shadow. Dura la reazione del Cremlino: «Il Regno Unito partecipa a questa guerra, alimenta sistematicamente e regolarmente il conflitto» e «getta benzina sul fuoco», ha attaccato il portavoce Dmitry Peskov.

Alcuni esperti britannici hanno però ridimensionato la portata della fornitura missilistica precisando che gli Storm Shadow, già da anni utilizzati dagli aerei ucraini, non sono in grado di cambiare l'esito della guerra. BBC spiega che si tratta di armi costose (un milione di sterline a esemplare) e con filiere produttive complesse che l’Ucraina farebbe fatica a replicare.  Per questo produrre il missile a Kiev potrebbe richiedere costi elevatissimi e forse alcuni anni per avviare uno stabilimento che si troverebbe comunque sotto il tiro dei missili russi.
Burnham si è impegnato anche a sollecitare USA e alleati a fornire missili Patriot all’Ucraina, con un appello che risponde alle priorità espresse da Zelensky nel corso della riunione, co-presieduta da entrambi insieme a Emmanuel Macron e Friedrich Merz e alla quale ha partecipato da remoto anche Giorgia Meloni.

«Abbiamo bisogno di almeno 300 missili Patriot per l'inverno», ha detto Zelensky agli alleati, che non dispongono più di armi di questo tipo o ne mantengono piccole scorte per eventuali emergenze nazionali. Zelensky del resto è sempre abile nel presentare richieste e ha colto l’occasione per chiedere ai Volenterosi di ripianare l’improvviso deficit nel bilancio della Difesa di quest’anno, pari a 27 miliardi di dollari, dovuto a «spese impreviste» non meglio precisate. Come? L’Europa potrebbe anticipare l'erogazione dei fondi previsti per il 2027 o attingere ai beni russi congelati.  La prima misura ci obbligherebbe a prevedere nuovi stanziamenti per il prossimo anno che inizia tra quattro mesi, la seconda ci impone di violare le leggi finanziarie internazionali. Violazione di cui un giorno qualcuno dovrà rendere conto.

I “Volenterosi” hanno reso noto di voler accelerare sul sostegno a Kiev e imporre nuove sanzioni a Mosca. Zelensky ha incassato il rinnovato appoggio da parte dei più stretti alleati, a partire dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa che giunto a Kiev ha parlato di un «sostegno incondizionato» da parte della UE. Eppure Costa a inizio maggio aveva reso nota in due occasioni la necessità di aprire al dialogo con la Russia. Putin aveva risposto positivamente indicando un potenziale negoziatore ma sostenendo che avrebbe accettato quello che gli europei avrebbero scelto. A quasi quattro mesi di distanza però gli europei non hanno indicato nessun possibile negoziatore, preferendo evidentemente rinunciare a cercare un’intesa.

Decisione pericolosa se si considerano i progressi russi sui campi di battaglia (di cui nessuno in Europa vuol parlare) e soprattutto il fatto che nessuno in Europa ha più armi da fornire a Kiev, neppure quelle anti-missile che Zelensky chiede disperatamente ma di cui tutti gli alleati (inclusi gli Stati Uniti) sono oggi a corto.

La Commissione europea ha approvato nuovi fondi per un valore di 6,1 miliardi di euro destinati a sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar; soldi che non si tradurranno in tempi rapidi in armi e munizioni. Il presidente francese Emmanuel Macron, in competizione con Burnham per la leadership della Coalizione, ha proposto di convocare «tra qualche settimana una riunione ministeriale dedicata alla lotta contro la flotta ombra, al fine di garantire che, ovunque sia possibile agire, lo faremo».

Il presidente francese ha poi messo in guardia gli alleati dal fatto che «la Russia intensificherà le tensioni nei confronti dei Paesi europei» e «i Paesi della Nato saranno presi di mira». Di fronte a questa minaccia, «dobbiamo portare avanti quanto abbiamo iniziato a fare in seno alla Nato per garantire una posizione risoluta». Macron ha poi annunciato che le esercitazioni della Forza multinazionale per l'Ucraina, lo strumento militare che in teoria dovrebbe schierarsi in Ucraina dopo un eventuale accordo di pace, «saranno condotte nei mesi di ottobre e novembre» a guida franco-britannica. «Le esercitazioni su vasta scala che la nostra coalizione condurrà a ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la capacità di agire dopo la cessazione delle ostilità, e questo è molto importante. Si tratta di uno degli elementi chiave dei negoziati, quando l'Ucraina deciderà di avviarli. Ed è estremamente importante che lavoriamo collettivamente su questo aspetto», ha sottolineato Macron.

Valutazione che appare da sempre inconciliabile con la posizione di Mosca, disposta a discutere un accordo di pace solo a patto che Kiev accetti la neutralità, di non ospitare truppe di nazioni della NATO (e i Volenterosi ne fanno tutti parte) e di cedere le regioni del sud-est già ufficialmente annesse dai russi ma non ancora tutte conquistate pienamente. Per questo appare chiaro che la forza che i Volenterosi intendono mobilitare non ha un valore militare (anche perché i russi hanno detto che colpirebbero tali forze se entrassero in Ucraina) ma solo politico: quello di impedire l’avvio di negoziati tra Mosca e Kiev. Obiettivo sostenuto anche da Zelensky che solo grazie alla guerra e alla legge marziale può restare alla presidenza nonostante il suo mandato sia scaduto da oltre due anni.

A Roma il governo ha fatto subito sapere che i militari italiani non vi parteciperanno, per coerenza con il "no ai soldati italiani in Ucraina” da sempre sostenuto dall’esecutivo Meloni e subito criticato dall’ala più filo-ucraina dell’opposizione. «Tirarsi indietro è da furbastri o codardi», ha scritto su X il senatore dem Filippo Sensi mentre il leader di Azione, Carlo Calenda considera la decisione dell'Italia «gravissima, sia dal punto di vista strategico sia per il posizionamento del Paese nella costruzione della NATO europea di cui abbiamo bisogno. È l'ennesima dimostrazione di mancanza di coraggio del governo italiano».

Roma sta valutando un tredicesimo pacchetto di aiuti da inviare a Kiev in autunno in cui si prevede la fornitura di generatori elettrici, munizioni e probabilmente una nuova batteria del sistema di difesa aerea SAMP/T già fornito agli ucraini ma di Nuova Generazione, con migliorate capacità contro i missili balistici. Un possibile concorrente del Patriot da testare in battaglia a cui potrebbe aggiungersi il sistema antiaereo a medio raggio Grifo CAMM-ER. In ogni caso si tratta di forniture militari difensive e di tipo civile. Anche per non scatenare tensioni nella maggioranza e critiche nell’elettorato di centro-destra, in buona parte contrario a spendere denaro per Kiev.

Da settembre comincerà infatti un anno di campagna elettorale e Giorgia Meloni sembra essere ben attenta a non bruciare i voti che ancora garantiscono a FdI il primato, dopo quattro anni di governo, con scelte che non verrebbero condivise da buona parte dell’elettorato. Il sostegno all’Ucraina resta ma con blandi aiuti militari e senza inviare truppe in una “Coalizione dei Volenterosi” in cerca di guai con Mosca.

Se la vediamo sul piano della politica interna, Merz, Burnham e Macron sono al minimo di consensi in patria e suonano i tamburi di guerra per cercare contesti emergenziali grazie ai quali tentare di prolungare la vita ai loro deboli governi: di fatto inseguendo l’esempio di Zelensky. Il governo presieduto da Giorgia Meloni gode invece di un consenso elevato, che rischia di venire eroso più da destra che da sinistra, ma che la premier e i suoi alleati non sono disposti a sacrificare sull’altare di una guerra che gli eserciti europei non sarebbero in grado di combattere e l’opinione pubblica non sosterrebbe.



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