Il conto dell'energia: l'Europa paga la sua fragilità
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La guerra intorno a Hormuz ha acceso la miccia, ma l'esplosivo era già lì: una dipendenza energetica che l'Europa ha diversificato senza mai ridurla. Perché l'energia non è una merce come le altre: è la condizione della libertà economica e della sovranità di un Paese.
Le famiglie si accorgono di quest'inverno dal distributore, prima ancora di aprire le bollette. Questa volta non rincara una sola fonte: petrolio, gas, carburanti ed elettricità salgono tutti insieme, nello stesso momento e alla vigilia della stagione più delicata dell'anno. Un anno per stravolgere tutto. Bastano pochi numeri per misurare lo shock.
Un anno fa il Brent valeva circa 67 dollari al barile; oggi oscilla intorno ai 100, con un aumento di circa il 50%. Il gas è salito ancora di più: il TTF europeo, che stava poco sopra i 32 euro/MWh, oggi viaggia fra 70 e 75. Il prezzo è più che raddoppiato. Alla pompa la benzina è passata da 1,70 a circa 2,16 euro al litro, il gasolio da 1,62 a 2,36. Il dato più rivelatore, però, è un altro: un anno fa il diesel costava meno della benzina, oggi costa circa 20 centesimi in più. Questa inversione è un campanello d'allarme. Il gasolio muove camion, trattori e consegne, e quando rincara per mesi il rincaro finisce nel carrello della spesa.
Per l'Italia il punto più dolente si chiama Qatar. Con la navigazione nello Stretto di Hormuz fortemente limitata, le esportazioni di GNL qatariota sono crollate e QatarEnergy ha sospeso forniture contrattuali destinate anche a Edison. Una parte dei volumi mancanti è stata sostituita con GNL proveniente soprattutto dagli Stati Uniti. Non resteremo al freddo. Ma oggi il gas va comprato su un mercato mondiale in cui è più raro, conteso dall'Asia e trasportato su rotte più lunghe. Il prezzo di questa gara lo registra il TTF.
Dal gas il rincaro passa all'elettricità. Il prezzo della corrente non è agganciato automaticamente al TTF, ma il legame è stretto: nel sistema europeo del prezzo marginale sono spesso le centrali a gas a fissare il prezzo finale. Secondo la Commissione europea, nel 2024 è successo in Italia per oltre il 60% delle ore. Il risultato è che il PUN è passato da circa 109 a circa 208 euro/MWh in un anno, con un aumento di quasi il 91%. La bolletta non raddoppia, perché comprende anche rete, oneri e imposte, ma il colpo si sente.
Davanti a questi numeri riparte, puntuale, la caccia agli "extraprofitti". Prima di imboccarla conviene guardare i bilanci. Eni ha chiuso il primo semestre 2026 con 3,6 miliardi di utile netto, il 43% in più: chi estrae e raffina idrocarburi guadagna quando i prezzi salgono. Enel invece ha aumentato l'EBITDA ordinario grazie a Spagna e America Latina, mentre in Italia i margini si sono ridotti. Mettere tutti nello stesso calderone non significa fare giustizia, significa fare confusione. Il caso più istruttivo è la raffinazione. L'Italia ha una capacità rilevante, circa 87,5 milioni di tonnellate l'anno, ma il gasolio prodotto in Italia non si vende a "costo del greggio più costo di lavorazione". Carburanti e gasolio sono commodity internazionali, prezzate sui benchmark europei e mediterranei. Proprio lì è successo qualcosa di eccezionale. Secondo la BCE, nell'Eurozona la quota del prezzo del diesel legata a raffinazione e distribuzione è passata da 10 centesimi al litro a febbraio a 35 a luglio; per la benzina da 4 a 23. Sono margini enormi, ma non nascono dal nulla. Hormuz ha tolto dal mercato grandi volumi di prodotti raffinati, e dal 2009 l'Europa ha chiuso una trentina di raffinerie. Quel prezzo, in altre parole, segnala una scarsità reale. Si può discutere di un contributo temporaneo sui guadagni eccezionali. Sarebbe però un paradosso punire gli investimenti proprio quando l'Europa ne ha più bisogno.
Alcune compagnie si sono mosse da sole, autoimponendosi un tetto ai prezzi. Eni ha fissato sulla rete Enilive un tetto di 2,19 euro per il diesel e 1,99 per la benzina, e iniziative simili sono arrivate da IP (gruppo SOCAR) e Q8. Anche nell'elettricità si moltiplicano le offerte che attenuano i rialzi all'ingrosso. Per chi fa il pieno è un sollievo. Ma un ammortizzatore non è una cura, non risolve il problema alla radice, agisce solo sui sintomi, col rischio di rendere meno impellente la ricerca di una soluzione reale.
Il prezzo, infatti, ha un compito preciso: avvisare che una risorsa scarseggia e spingere a consumarne meno. Se lo si tiene artificialmente basso, l'avviso arriva più debole proprio quando servirebbe forte e chiaro. Quando poi interviene lo Stato con tagli alle accise, sussidi a pioggia o prezzi imposti, il costo non sparisce. Esce dalla bolletta ed entra nel bilancio pubblico, cioè nelle tasche dei contribuenti. La strada più sensata è proteggere, per un periodo limitato, le famiglie davvero vulnerabili e le imprese più esposte. Il segnale del prezzo, però, va lasciato funzionare.
La vera partita è la sicurezza: la crisi energetica diventa una questione politica. L'Europa importa oltre l'80% del gas che consuma. Dopo la rottura con Mosca ha cambiato fornitori, costruito rigassificatori e aumentato le rinnovabili, ma ha soltanto spostato la dipendenza: prima dai gasdotti russi, oggi dal GNL americano, qatariota e di altri Paesi, assai più costoso. Hormuz ci ricorda che quella catena resta fragile. La sicurezza energetica deve tornare a essere una priorità strategica, non una voce subordinata a obiettivi fissati senza tenere conto della realtà economica e geopolitica. In concreto significa: sviluppare le rinnovabili solo dove sono davvero efficienti; potenziare reti e sistemi di accumulo; difendere la capacità europea di raffinazione; mantenere riserve strategiche adeguate; diversificare gasdotti e fornitori di GNL, usando contratti di lungo periodo quando riducono il rischio; riaprire senza tabù il capitolo nucleare, compresi i reattori di nuova generazione e gli SMR.
Serve anche il coraggio di valutare con pragmatismo quanto pesano ETS, fiscalità e regole ambientali in una crisi dell'offerta. Non per abbandonare la tutela dell'ambiente, ma perché una politica energetica sostenibile si regge su tre gambe: ambiente, economia e sicurezza degli approvvigionamenti. Se ne manca una, non sta in piedi. I tetti ai prezzi fanno guadagnare tempo e gli sgravi attenuano il dolore. Un contributo sugli utili eccezionali può portare risorse nell'emergenza. Ma nessuna di queste misure produce un metro cubo di gas, un barile di petrolio, un litro di diesel o un megawattora di elettricità.
La lezione è semplice e scomoda. L'energia non è una merce come le altre: è la condizione della libertà economica e della sovranità di un Paese. Un'Europa che non riesce a garantirsi energia abbondante, affidabile e a prezzi sostenibili rischia di perdere, uno dopo l'altro, l'industria, il benessere e infine la propria autonomia politica.
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