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Tutto rinviato per Tafida, verdetto non prima del 30 settembre

Il giudice MacDonald ha comunicato che renderà nota la sua decisione nella settimana che inizia il 30 settembre. Intanto, dovrà essere mantenuto il supporto vitale alla bambina in stato di minima coscienza, ma non sarà nemmeno consentito trasferirla in Italia. Gli avvocati della piccola hanno puntato sul diritto alla libera circolazione, mentre il team legale dell'NHS basa tutto sul solito indimostrato "miglior interesse".

Tutto rinviato per Tafida Raqeeb e la sua famiglia. A conclusione di cinque giorni di udienza presso l’Alta Corte, il giudice Alistair MacDonald ha comunicato - stando a quanto riferisce la pagina Facebook “Save Tafida” (gestita dagli stessi familiari della bambina) - che renderà nota la sua decisione nella settimana che inizia lunedì 30 settembre.

Dunque, in attesa del verdetto, non è autorizzato né il trasferimento in Italia chiesto dai genitori della piccola di 5 anni in stato di minima coscienza, né il distacco del supporto vitale che i medici del National Health Service (NHS), il servizio sanitario britannico, cercano di ottenere dai primissimi giorni di ricovero (clicca qui), prima facendo pressioni sulla famiglia e ora per via legale, sostenendo che il «miglior interesse» di Tafida sia morire (in pratica, per soffocamento).

Ieri, nel frattempo, è andata in scena la solita pantomima di Katie Gollop, la legale che rappresenta il trust sanitario comprendente il Royal London Hospital e già battutasi per la condanna a morte di Charlie Gard. La Gollop ha detto che continuare le cure si tradurrebbe in «operazioni invasive» e nel «degrado fisico», e ha riferito che uno specialista ritiene che Tafida sia in una condizione «compatibile con uno stato vegetativo», più grave dello stato di minima coscienza in cui effettivamente versa la bambina. La strategia è ancora quella di dipingere la situazione medica nelle tinte più fosche possibili, cercando di convincere la corte che non possa esserci altra soluzione che una morte (falsamente) “compassionevole”. Bassezze anche maggiori c’erano state nei giorni precedenti.

Giovedì, la Gollop si era rivolta alla madre di Tafida, Shelina Begum, chiedendole come si sentirebbe se in futuro la figlia dovesse sviluppare le condizioni predette dai medici dell’NHS, come spasticità, curvatura spinale, doppia incontinenza ed epilessia. Shelina, anche lei un avvocato, ha risposto, come riferisce il Guardian, che lei non prevede questi problemi e che già i dottori si sono sbagliati più volte sulla prognosi. «Con il tempo e la riabilitazione, speriamo che alcune delle sue funzioni tornino. Ma anche se ciò non avvenisse, amerò la sua vita così com’è».

Inoltre, parlando delle condizioni della figlia, Shelina ha spiegato che «i medici curanti la vedono 10 minuti al mattino e 10 minuti al pomeriggio. Io sono quella che sta lì tutto il giorno e vedo questi miglioramenti ogni giorno». La famiglia ha mostrato in tribunale anche due video della bambina, in cui lei, incoraggiata, muove una mano. E Shelina ha detto che la figlia si sveglia quando sente la sua voce.

Alla donna, di fede islamica e origine bengalese come il marito Mohammed, è stato chiesto anche dalla squadra legale del trust se la sua posizione cambierebbe se Tafida dovesse provare dolore - eventualità che finora sono stati gli stessi medici a escludere - e lei ha risposto che in quel caso consulterebbe studiosi musulmani. L’eutanasia, aggiungiamo, non è comunque mai moralmente lecita.

La madre ha fatto appello alla stessa fede della sua bambina, spiegando che prima dell’emorragia cerebrale del 9 febbraio Tafida era una musulmana praticante, che pregava e digiunava due ore al giorno durante il Ramadan e credeva nella sacralità della vita. «Se Tafida potesse esprimersi, v’implorerebbe di mantenere il suo sostegno vitale».

Nell’udienza del mercoledì, la Gollop aveva fatto anche un attacco diretto al sistema sanitario del nostro Paese e in particolare al Gaslini, l’ospedale pediatrico che si è offerto di accogliere Tafida. L’avvocato del Barts ha sostenuto che, in caso di trasferimento in Italia, i nostri medici “tratterebbero” i genitori ma «non tratterebbero la bambina. I pazienti in stato di minima coscienza [due giorni dopo avrebbe parlato di “stato vegetativo”, ndr] non dovrebbero avere meno protezione di tutti gli altri. L’indipendenza dei diritti dei bambini è sempre stata cara al trust». L’“indipendenza” di cui parla la Gollop si basa sul disprezzo dei diritti-doveri dei genitori, anche quando sono nel giusto, disprezzo che emerge pure in un commento fatto sempre mercoledì: «Qui non si tratta di scegliere tra una pizza italiana e una shepherd’s pie inglese».

Parole che sono lo specchio dell’inconsistenza della posizione sostenuta dall’NHS, tutta fondata su un indimostrato e divinizzato “miglior interesse”, ossessivamente ripetuto dalla Gollop (vedi qui e qui), sia per contrastare i «desideri religiosi» dei genitori di Tafida sia per negare che abbiano il diritto a trasferirla in un altro ospedale.

Il team legale che difende la bambina sta puntando proprio sul diritto alla libera circolazione delle persone nell’Unione europea, nonché sul dovere di rispettare la libertà religiosa, in accordo all’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Gli avvocati Vikram Sachdeva e David Lock hanno cercato inoltre di ‘sganciarsi’ dagli assurdi precedenti di Charlie Gard (nel cui caso i genitori erano stati scippati della rappresentanza legale) e Alfie Evans, condannati a morte sia dalla giustizia britannica che dalla Cedu, facendo leva su alcune differenze, come il fatto che gli stessi medici hanno detto che Tafida non prova dolore e che, con l’aiuto del ventilatore, ha una prospettiva di vita di almeno 10-20 anni.

Vedremo cosa deciderà il giudice MacDonald, lo stesso che autorizzò l’eutanasia del piccolo Isaiah Haastrup, ma che quantomeno ha respinto il primo tentativo-shock (clicca qui) di strappare la rappresentanza legale di Tafida alla famiglia. Intanto, attraverso la pagina Facebook ad hoc, i familiari della piccola ringraziano chi ha sostenuto la sua lotta e continuano a chiedere un aiuto per le spese legali, e preghiere.