• ELEZIONI ALLE PORTE

Tutti pazzi per l'agenda Draghi, tranne Draghi

Draghi non appare in alcun modo intenzionato a sporcarsi le mani nell’agone politico, mentre la "sua agenda" è contesa da tutte le forze politiche, in particolare dalla sinistra. Si tratta dell’ennesima ipocrisia di queste ore. Intanto, mentre la politica litiga, il Paese reale è alle prese con emergenze socio-economiche di ogni tipo e chiede risposte concrete e immediate.

Molti attenti osservatori delle vicende politiche nostrane danno ragione a Silvio Berlusconi, che ha avuto il coraggio di dichiarare che Mario Draghi era stanco e che ha preso la palla al balzo per sfilarsi da Palazzo Chigi. Nonostante questo, alcuni giornali internazionali e anche la grande stampa italiana continuano ad accreditare la versione dell’irresponsabilità delle forze politiche che hanno negato la fiducia al governo uscente, senza puntualizzare che quell’esecutivo avrebbe avuto comunque i numeri per andare avanti, anche senza i 5 Stelle. Se, quindi, le elezioni anticipate sono un cataclisma, come qualcuno ritiene, la responsabilità è anche dello stesso premier, che non ha accettato di rimanere al suo posto dopo l’approvazione del decreto aiuti.

Detto questo, se Draghi non appare in alcun modo intenzionato a sporcarsi le mani nell’agone politico e quindi non darà alcuna indicazione di voto, il Pd e alcuni cespugli del centrosinistra scalpitano per rubargli il programma e per accreditarsi quali principali difensori della cosiddetta “agenda Draghi”.

Si tratta dell’ennesima ipocrisia di queste ore. L’agenda Draghi non può essere appannaggio di uno o più partiti autoproclamatisi “responsabili”, perché è l’insieme delle misure varate in 17 mesi di governo e approvate da un ampio e trasversale schieramento politico che va dalla Lega ai Cinque Stelle, passando per Pd, Forza Italia e centristi. Su quei provvedimenti l’unità nazionale si è vista e tutti i partiti sono stati “responsabili” nell’appoggiarli. Ora, però, il quadro è cambiato. Ci sono le elezioni e giustamente ogni forza politica dovrebbe presentare ai suoi elettori un programma sul quale chiedere consensi.

Il centrodestra lo sta già facendo. La Lega sta cavalcando il tema della pace fiscale e della lotta all’immigrazione clandestina, Forza Italia ha rilanciato la battaglia per le pensioni minime a 1000 euro, Fratelli d’Italia, da sempre all’opposizione, ha una serie di ricette antitetiche a quelle proposte dagli ultimi governi, ma si è comunque allineata al governo Draghi sulla gestione della guerra russo-ucraina, giurando piena fedeltà all’alleanza atlantica. Dunque, nel programma complessivo del centrodestra entreranno certamente molti dei punti della cosiddetta agenda Draghi, che Lega e Forza Italia erano riusciti a far accettare anche al Pd e ai 5 Stelle, in una logica di compromesso.

Sul fronte della sinistra, invece, la confusione regna sovrana e la foglia di fico dell’agenda Draghi serve a coprire le lacerazioni profonde che ci sono dentro il Pd, ma anche tra i vari possibili alleati dei dem. Consumata la rottura con Giuseppe Conte e ciò che resta dei 5 Stelle, Enrico Letta ha dovuto archiviare il campo largo e ora parla di “mare aperto”, inteso come area politica alternativa al centrodestra e aperta a tutte le forze che hanno appoggiato l’esecutivo uscente. Dovrebbero quindi farne parte Matteo Renzi, Carlo Calenda, Luigi Di Maio e anche i fuoriusciti di Forza Italia (Gelmini, Carfagna, Brunetta) ma questo solo in linea teorica. In realtà, una federazione tra questi cespugli non è nell’ordine delle cose, perché i veti incrociati sono difficili da superare in tempi così brevi. La base Pd, dopo aver subito cassato l’idea di Letta di inserire nei manifesti elettorali il volto di Draghi, preme per un’intesa elettorale con grillini e bersaniani di Leu, ma questo sbilancerebbe sulla sinistra la coalizione. Peraltro la sinistra estrema non ha condiviso molti dei provvedimenti della cosiddetta agenda Draghi. E tra i centristi volano i coltelli: Calenda dice “mai con Di Maio”, Letta non vuole Renzi, memore del tranello dei tempi di “Enrico stai sereno”, gli ex forzisti vogliono andare con Calenda ma solo se rimane saldamente al centro.

Mentre la politica litiga, il Paese reale è alle prese con emergenze socio-economiche di ogni tipo e chiede risposte concrete e immediate. Non è detto che l’agenda Draghi possa contenere queste risposte e quindi non è affatto escluso che il prossimo governo che uscirà dalle urne di settembre possa vedersi costretto a cambiare quell’agenda, sia riposizionando l’asse della politica estera in una posizione più moderata e meno appiattita sull’atlantismo, con inevitabile giovamento per la nostra bilancia commerciale, sia rivedendo provvedimenti come il reddito di cittadinanza e altri sussidi improduttivi che hanno tolto competitività al sistema Italia, riducendo la disponibilità di forza lavoro in alcuni settori fondamentali, non ultimi quelli delle attività turistiche.

La sinistra non può dunque puntare tutto sull’agenda Draghi, che potrebbe rivelarsi presto inadeguata, ma è chiamata ad elaborare una proposta politica in grado di competere con quella del centrodestra, di cui teme in maniera ossessiva la vittoria. Letta e i suoi possibili alleati lo capiranno?

 

Dona Ora