• REPRESSIONE ISLAMICA

Turchia: giornalisti "terroristi", tutti in galera

Metin Duran, giornalista, è stato incarcerato con accuse di terrorismo il 30 marzo 2018. Dal 2015 non parla più ed è paralizzato da un ictus, ma la magistratura turca lo ha ritenuto ancora pericoloso. E' il caso più eclatante di una repressione che, per volontà di Erdogan, colpisce i giornalisti. Li vede come i "giardinieri che innaffiano il terrore".

Turchia, polizia tiene i reporter alla larga

Per anni la Turchia nell’immaginario comune ha rappresentato un esempio di “democrazia laica”, un unicum nel mondo musulmano. Il mito è stato sfatato dalla conquista del potere di Erdoğan a cui interessa davvero molto poco governare un Paese laico e libero dalle influenze dell’islam, anche e soprattutto nell’apparato statale. Tant’è vero che oggi di libero c’è così poco in Turchia, da essere stata ribattezzata “la più grande prigione per giornalisti al mondo”.

Perché che l’islam non c’entri con la libertà di espressione, e che i suoi critici vadano soffocati, ce lo sta insegnando proprio il presidente turco. Gli editori di quotidiani nazionali subiscono da tempo condanne a vita per aver lavorato “contro lo stato”. I comuni cittadini vengono arrestati per post su Facebook in cui criticano il governo e a febbraio dello scorso anno, in un caso eclatante, oltre 4.400 dipendenti pubblici sono stati licenziati in un ultimo tentativo di epurazione post-golpe: una caccia alle streghe che ha colpito l'opposizione politica.

Secondo il ministero dell'Interno turco, le autorità hanno arrestato 648 persone solo tra il 20 gennaio e il 26 febbraio 2018 a causa di dichiarazioni e commenti volti a criticare le operazioni militari della Turchia, in particolare quella di Afrin. Le autorità hanno detenuto altre 197 persone per aver espresso critiche in altre forme, incluse le proteste di piazza o esprimendo solidarietà ai manifestanti sui social media. E il ministero dell'Interno ha indicato che sono state aperte ulteriori indagini penali dalla fine di febbraio.

Ma nella recente repressione dei social media ad essere colpiti sono stati soprattutto i giornalisti, studenti e accademici. Tra le più esemplari c‘è la storia di Nurcan Baysal, giornalista che per  aver pubblicato una serie di tweet che criticavano l'incursione militare turca in Afrin sul suo account personale Twitter, è oggi in attesa di processo con l'accusa di “incitamento all'odio e all'inimicizia tra la popolazione”. La donna ha trascorso tre giorni in custodia della polizia e ha raccontato così il raid notturno che ha subito a casa sua: “stavo guardando la televisione, quando d’improvviso circa venti poliziotti hanno fatto irruzione nel mio appartamento senza suonare al campanello. Sono entrati indossando maschere e puntando i loro fucili contro di me”.  

Per Metin Duran, invece, la punizione per essere un “dissidente” è stata ancora più grottesca. Duran, trentasettenne, è stato incarcerato per accuse di terrorismo nella prigione di Sincan, vicino ad Ankara, il 30 marzo 2018. Ma non è a conoscenza di dove si trovi o di ciò che la corte ha deciso su di lui. Ex giornalista di Radyo Rengin, una stazione radio nella città di Mardin, nel sud-est della Turchia, Duran ha perso parte della sua memoria, insieme alla capacità di camminare e parlare, dopo un ictus del 10 ottobre 2015. Eppure nonostante queste disabilità invalidanti ed evidenti, è stato mandato in prigione il 30 marzo e lì probabilmente vi rimarrà a lungo, come riferisce l'agenzia di stampa Mezopotamya (MA). Il processo di Duran è iniziato nel 2015, è durato per più di un anno e alla fine l'imputato è stato condannato a una pena detentiva di tre anni, un mese e quindici giorni. Il suo avvocato ha presentato ricorso alla Corte Suprema, ma con un niente di fatto: è stato arrestato nel suo letto di malato il 30 marzo. A fargli compagnia in carcere, per prendersi cura di lui viste le condizioni fisiche, c’è suo fratello: praticamente scontano la medesima pena. La famiglia di Duran ha fatto appello alla Corte costituzionale turca per farlo uscire di prigione, ma le autorità hanno chiesto un rapporto medico dal Consiglio di medicina legale (ATK) per dimostrare che Duran sia “medicalmente inadatto al carcere”. Ma la famiglia sta attendendo da tempo un rapporto che non arriva.

Un caso bizzarro quello di Duran, ma non è il solo. Con lui ci sono almeno 183 giornalisti tra detenuti e in attesa di giudizio per aver osato dissentire dall’operato del governo. “La Turchia è il leader mondiale nel perseguire e imprigionare giornalisti e operatori dei media”, dice il rapporto del 2018 Human Rights Watch (HRW) pubblicato lo scorso febbraio. La Turchia ha una lunga tradizione di abuso del sistema di giustizia criminale e delle leggi sul terrorismo per perseguire giornalisti, attivisti e altri critici del governo. I pubblici ministeri hanno messo su un vero e proprio giro di vite, applicando a sproposito articoli di legge come “l’incitamento all’odio e l’ostilità tra la popolazione e la diffusione della propaganda terroristica”, per intimidire e mettere a tacere il dissenso. C’è un articolo del codice penale turco che contempla la possibilità di “commettere reati per conto di un'organizzazione senza essere membro di tale organizzazione”, ed è comunemente usato per colpire giornalisti e scrittori. Anche Duran è stato giudicato colpevole di tale accusa: gl’imputati sono perseguiti come se stessero combattendo lo Stato in quanto membri armati di organizzazioni terroristiche.

“Il terrore non si forma da solo: terrore e terroristi hanno giardinieri”ha detto Erdogan giustificando le sue azioni. “Questi giardinieri sono quelle persone che in quanto “pensatori” annaffiano dalle loro colonne sui giornali e un giorno, vedi queste persone faranno apparire un terrorista di fronte a te”. E quando i giornalisti in carcere non sono abbastanza, il governo chiude i loro posti di lavoro. In tutto, centotrentuno media sono stati chiusi dal tentativo di colpo di stato del luglio 2016. Agenzie di stampa, canali TV, stazioni radio, giornali, riviste, tipografie e società di distribuzione, chiuse per dissenso al regime. Il 30 luglio di quello stesso anno 12 canali TV e 11 stazioni radio – hanno dovuto chiudere i battenti con annessi arresti arbitrari, maltrattamenti e persino torture di giornalisti. “Non appena abbiamo detto che eravamo giornalisti, le proporzioni della volgarità sono cambiate e siamo stati oggetto di abusi verbali e fisici”, ha detto Serpil Berk, Evrensel e Hayatın Sesi corrispondenti di TV Diyarbakır. Hasan Akbaş, che lavora anche per Evrensel e Hayatın Sesi TV, ha raccontato che quando l’emittente è stata chiusa c’erano poliziotti che ammanettavano tutti e che urlavano all’infinito, “spara a chiunque alzi la testa”.

Quanto al nostro Metin Duran si susseguono campagne sui social media per ottenere una scarcerazione che forse non avverrà mai, nonostante, come ha scritto suo fratello, “non può camminare, parlare, mangiare e non riconosce più nessuno, può solo respirare”. Ma come Metin Duran è muto, lo è anche la comunità internazionale. Eppure quanti Duran continueranno ad esserci nella Turchia di Erdoğan?