Trump, con un discorso alla nazione, riscrive la storia del voto del 2020
Ascolta la versione audio dell'articolo
Con un discorso alla nazione, Donald Trump, rivela i risultati dell'indagine federale sulle possibili frodi elettorali del 2020. La Cina risulta essere la principale colpevole dell'interferenza democratica.
Con un tanto atteso e ampiamente annunciato discorso alla nazione, alle 9 di sera ora della costa orientale Usa (le 3 del mattino di ieri, in Italia), giovedì 16 luglio Donald Trump ha annunciato la declassificazione di nuovi documenti di intelligence. In questo caso non si tratta di Ufo e nemmeno di documenti riguardanti il Covid e la sua gestione. Ma la possibilità concreta che vi siano state frodi elettorali nel 2020, cioè nelle elezioni presidenziali perse da Trump.
C’è un colpevole principale di questa frode elettorale, secondo Trump, ed è il regime comunista cinese. Il governo di Pechino, a partire dal 2020, ha acquisito illegalmente dati elettorali su 220 milioni di americani. La Cina ha anche cercato di influenzare importanti giornalisti e amministratori delegati di grandi aziende americane perché si schierassero contro Trump nel 2020. Le informazioni raccolte dall'Fbi, ha affermato Trump, mostravano che la Cina avesse persino tentato di fabbricare schede elettorali illegali nel 2020 per favorire il suo avversario alle elezioni generali, Joe Biden.
«Documenti recentemente declassificati – ha dichiarato il presidente americano - mostrano che, nel corso di un periodo di anni a partire dal ciclo elettorale del 2020, la Repubblica Popolare Cinese ha portato a termine quella che si ritiene essere la più grande compromissione di dati elettorali della storia – che ha portato all’acquisizione illecita da parte della Cina di 220 milioni di fascicoli di elettori statunitensi. Queste informazioni includono nomi, indirizzi, numeri di telefono, preferenze di partito politico e altri dati sensibili necessari per registrarsi per votare. Questa perdita di dati rappresenta un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale. L’intelligence mostra persino che la Cina ha assegnato un’unità specifica di sfruttamento dati a questo nuovo progetto».
Il governo cinese avrebbe prodotto patenti di guida false e le avrebbe spedite negli Usa ad elettori ritenuti loro simpatizzanti: decine di migliaia di voti per posta a favore di Biden nel 2020 vennero convalidati da quelle patenti. Ci sarebbe anche una prova: alcune migliaia di documenti di guida falsi, destinati a New York, furono sequestrati nel novembre 2019.
Però nel 2021, il Consiglio nazionale per l'intelligence di Biden ha pubblicato una valutazione che affermava esplicitamente: «Riteniamo che la Cina non abbia messo in atto alcuna interferenza e abbia preso in considerazione, ma non attuato, misure di influenza volte a modificare l'esito delle elezioni presidenziali statunitensi».
E infatti questa è la seconda parte del discorso di Trump: «il secondo set di documenti che stiamo rilasciando – dice il presidente - rivela che membri del Deep State nelle nostre agenzie di Intelligence hanno lavorato attivamente per sopprimere e minimizzare le informazioni sull’entità dell’interferenza della Cina nelle elezioni, nascondendola sia al presidente che al popolo americano». Decine di rapporti significativi della Cia e dell’Agenzia di Intelligence Nazionale (Nsa) sull’obiettivo elettorale della Cina sarebbero stati tenuti fuori dal briefing presidenziale quotidiano. Una email tra analisti di Intelligence ammetteva che avevano “deliberatamente manipolato” il briefing per trattenere informazioni riguardanti le attività cinesi relative alle elezioni.
Il sistema elettorale è fragile, ma non si dice. Questo è quanto emerge dal terzo set di documenti declassificati. In cui spiccano rapporti di intelligence di questo tenore: «Giudichiamo che gli avversari degli Stati Uniti, inclusi almeno Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, nonché gruppi non statali, abbiano la capacità di compromettere l’infrastruttura elettorale degli Stati Uniti… Valutiamo che gli archivi centralizzati di dati relativi alle elezioni, come i database di registrazione degli elettori, i registri elettorali e i siti web ufficiali delle elezioni, siano i più vulnerabili, e gli avversari potrebbero utilizzare l’accesso a questi sistemi per alterare i processi elettorali». Era stato rilevato il rischio che fosse effettivamente possibile «manipolare elettronicamente i totali dei voti o alterare i risultati delle elezioni».
Infine, ma non da ultimo: «i circa 278mila non cittadini che sono registrati per votare nelle elezioni federali». I non-cittadini sono, nello specifico: morti e stranieri registrati nelle liste elettorali. Questi 278mila sono quelli che il Dipartimento della Sicurezza Interna è riuscito a contare in 10 Stati a guida repubblicana (fra cui la contestatissima Georgia) che hanno messo a disposizione i loro registri. Manca ancora il conteggio degli Stati a guida democratica, dove potrebbero essere molti di più.
Sarebbe un errore sottovalutare questo messaggio alla nazione, riducendolo ad uno spot elettorale in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Il messaggio si è concluso come una forma di pressing presidenziale sul Congresso, per indurre la maggioranza ad approvare il Save American Act, la riforma delle regole elettorali che imporrebbe, su scala nazionale, di portare alle urne almeno un documento di identità (perché per ora non è obbligatorio... ed è questa per noi europei la vera notizia). Ma è anche l’ennesima svolta nella narrazione del terribile 2020. I fact checker, oltre a dare la caccia a chiunque parlasse di origine del Covid in un laboratorio (la “lab leak theory”) la davano anche a chiunque ipotizzasse frodi elettorali nelle presidenziali americane. Tutti i riconteggi si sono conclusi a favore di Joe Biden, i repubblicani non hanno vinto nessuna delle cause intentate. Ma ora emerge che l’intelligence, allora, non oggi, prendeva veramente sul serio l’ipotesi della frode, anche quella (come il Covid) proveniente dalla Cina.
