• LA CONDANNA

Tredici anni per Lucano, il sindaco del “modello Riace”

Il Tribunale di Locri condanna Mimmo Lucano a 13 anni e due mesi di carcere e a restituire 500.000 euro di finanziamenti. Con lui sindaco, Riace era divenuto noto come “paese dell’accoglienza”, ma poi il Pm aveva contestato varie irregolarità, tra cui il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e un sistema clientelare.

“Sono amareggiato. Non me l’aspettavo”. Con queste parole Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, ha accolto la sentenza pronunciata il 30 settembre che lo condanna a 13 anni e due mesi di carcere, quasi il doppio dei 7 anni e 11 mesi chiesti dal pubblico ministero Michele Permunian, e inoltre a restituire 500.000 euro di finanziamenti ricevuti.

Sotto la sua amministrazione, come si ricorderà, Riace era diventato il “paese dell’accoglienza”, portato a esempio di modello virtuoso, capace di realizzare l’integrazione dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale in una comunità ospitale perché vivificata economicamente e socialmente dalla loro presenza. Di Riace si magnificavano i progetti formativi destinati ai migranti che consentivano loro di “ottenere una professione a loro congeniale”; le idee creative che permettevano di rinnovare “mestieri preesistenti come la filatura della ginestra che provengono dall’antica Grecia e che altrimenti andrebbero persi per sempre”; la ricaduta economica, con decine di persone impiegate nell’accoglienza che altrimenti sarebbero state senza lavoro.

Ma nel 2018 la Procura di Locri ha avviato un’inchiesta sull’operato del sindaco Lucano, già arrestato nel 2016 essendo emerse irregolarità nella sua gestione dell’accoglienza. I reati contestati dalla Procura erano: associazione per delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il mondo della cooperazione e delle “porte aperte” era insorto: il “modello di integrazione Riace” funziona, se ci sono state irregolarità nella gestione dei fondi, se si è ricorso a degli espedienti, ad esempio per prolungare la permanenza nello Sprar (ora Sai, Sistema di Accoglienza e Integrazione) dei titolari di protezione internazionale, se delle leggi e delle norme sono state sistematicamente violate, non importa. L’accoglienza in effetti un po’ disinvolta del “modello Riace” è “a fin di bene”.

Ma definirla “disinvolta” era un eufemismo. Si trattava addirittura di matrimoni di convenienza tra cittadini di Riace e donne straniere senza protezione internazionale perché la loro richiesta di asilo era stata giudicata infondata, di uso di ingenti somme di denaro difforme rispetto alla loro destinazione, di numeri delle presenze nello Sprar falsati, di assegnazione di incarichi a cooperative non iscritte nell’albo regionale secondo la normativa del settore e altro ancora. Nel chiedere la condanna a sette anni e 11 mesi il Pm Permunian aveva detto: “A Riace comandava Lucano. Era lui il dominus assoluto, la vera finalità dei progetti di accoglienza a Riace era creare determinati sistemi clientelari. Lucano ha fatto tutto questo per un tornaconto politico-elettorale e lo si evince da diverse intercettazioni. Contava voti e persone. E chi non garantiva sostegno veniva allontanato. Numerose conversazioni dimostrano in modo netto che l’agire, anche illecito, di Lucano è determinato da interessi di natura politica. Non era importante la qualità dell’accoglienza, ma far lavorare i riacesi così da conseguire, quale contraccambio, un sostegno politico elettorale”.

Nell’ottobre del 2018 Lucano era stato posto agli arresti domiciliari dalle Fiamme gialle di Locri. In seguito, a lui e alla sua compagna, Tesfahun Lemlem, era stato applicato il divieto di dimora a Riace. Ma nel settembre del 2019 il Tribunale di Locri aveva revocato questo provvedimento. Forse anche per questo Lucano non si aspettava la condanna. Ma, soprattutto, nella sua convinzione di poter essere assolto o almeno condannato a una pena minore, ha contato il clima del mondo politico, sociale e culturale in cui è immerso: autoreferenziale, refrattario alle critiche, ostinato e protervo nel rivendicare di essere nel giusto, di agire giustamente, di essere al di sopra di ogni giudizio.

Basta leggere alcune delle prime reazioni alla notizia della sentenza. Il deputato Laura Boldrini in un tweet ha scritto: “Conosco Mimmo da anni e ho apprezzato il suo impegno nel fare di Riace un luogo di rinascita e accoglienza. A Lucano esprimo la mia vicinanza per una condanna abnorme. Sono sicura che nei gradi successivi di giudizio emergerà la verità”. Luigi de Magistris, per cui Lucano è candidato a consigliere regionale in Calabria, ha commentato: “Per me Mimmo Lucano è un uomo giusto, un simbolo di umanità e di fratellanza universale”. Per Goffredo Bettini del Pd la “sostanza è chiara: l’Italia si conferma un Paese ingiusto. Chi difende i deboli, i disperati, le persone che soffrono, è massacrato. Chi sta ai piani alti della società, in un modo o nell’altro, se la cava sempre. Ribaltare tutto questo significa essere di sinistra”. Secondo Loredana De Petris, capogruppo di Leu al Senato, la sentenza è gravissima, assurda e inaudita: “È impossibile non concludere che la Corte abbia voluto punire non qualche reato, ma la politica d’accoglienza che Lucano ha incarnato”.

Il giorno in cui era venuto a conoscenza della richiesta del Pm Permunian, Lucano aveva dichiarato: “La condanna è così alta perché è l’ennesima dimostrazione che Riace e il modello che avevamo realizzato fanno paura. È stato un ideale politico che vogliono distruggere. Non è un caso che comincia tutto nel 2016 quando l’area progressista apre le porte alla criminalizzazione della solidarietà in Italia e in Europa. Dopo arriva Salvini e completa l’opera. Non è nemmeno un caso che oggi a Riace l’accoglienza ancora resiste e la mission continua senza fondi pubblici e tra mille difficoltà. Questa è la risposta più forte. Oggi è stata la giornata della Procura. Ma l’ultimo capitolo si deve ancora scrivere”.

Dona Ora