• EDITORIALE

Trattato sulle armi, buonista e ipocrita

Tutti i governi occidentali hanno espresso soddisfazione per l’approvazione da parte dell’Assemblea generale dell’Onu del Trattato internazionale sulla compravendita delle armi convenzionali. Ma cosa resta oltre la retorica? 

Armi

Tutti i governi occidentali hanno espresso soddisfazione e le organizzazioni non governative addirittura entusiasmo per l’approvazione da parte dell’Assemblea generale dell’Onu del Trattato internazionale sulla compravendita delle armi convenzionali. Nessuno sembra fare caso al curioso paradosso che ha visto questo trattato promosso dai maggiori esportatori di armi occidentali.
Primi tra tutti gli Stati Uniti, che da soli vendono oltre la metà delle armi esportate nel mondo, seguiti da Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia. Sul piano concreto il Trattato non avrà molte possibilità di trovare una reale applicazione perché è a tratti contraddittorio e molte delle sue clausole sono di fatto inapplicabili o si prestano a interpretazioni soprattutto se teniamo conto che la gran parte dei conflitti in atto vedono movimenti insurrezionali opporsi a Stati e a forze regolari.

Il Trattato prevede che i 154 Stati che hanno aderito emanino leggi nazionali sull’export di armi convenzionali (aerei, elicotteri, carri armati, artiglierie e armi portatili) vietando di fornirle a Paesi sotto embargo, dove sono stati perpetrati genocidi o altri crimini contro l’umanità o a gruppi terroristici. In teoria un principio che non fa una grinza anche se le guerre vengono combattute dagli uomini non dalle armi. Basti ricordare che il genocidio di quasi un milione di persone in Ruanda, nel 1994, venne perpetrato per lo più con machete e zappe. Per fare un esempio attuale, se fosse già in vigore, Il trattato dovrebbe impedire oggi ogni tipo di fornitura di armi ai governativi e ai ribelli siriani, entrambi coinvolti in massacri di civili.

I russi che riforniscono Damasco e i Paesi arabi e occidentali che alimentano clandestinamente gli insorti violano già i principi del Trattato che peraltro non vieta espressamente di fornire armi ai movimenti insurrezionali come avrebbero voluto invece Russia e Cina che con altri 30 Paesi si sono astenuti nella votazione all’Onu. Si possono giustificare le forniture di armi ai ribelli siriani considerato che tra questi vi sono i qaedisti del Fronte al-Nusra? Miliziani definiti terroristi da americani e europei, ma non da Qatar e Arabia Saudita e neppure dai Fratelli Musulmani che guidano la coalizione dei ribelli. Come sempre è accaduto nella Storia la discriminazione tra terroristi e insorti, tra criminali e partigiani dipende dai punti di vista e solitamente da chi vince la guerra.

Il trattato firmato all’Onu lascia spazio a interpretazioni che ne rendono l’applicazione impossibile e contraddittoria. Che dire, per fare un altro esempio, delle forniture di armi russe all’esercito del Malì sostenuto dall’Onu, dagli USA e dalla Ue nella lotta ai qaedisti? Si possono vendere armi alle truppe di Bamako macchiatesi di rappresaglie e crimini contro i civili di etnia araba e tuareg nelle regioni settentrionali liberate dalle truppe francesi? E’ lecito addestrare e armare un esercito simile ma non lo è vendere armi ad altri regimi africani meno protetti dalla comunità internazionale?

In questo il modo il Trattato finisce per penalizzare l’export dei Paesi produttori di armi a minor tecnologia e basso costo come i nordcoreani e gli iraniani (Pyongyang, Damasco Teheran hanno votato contro l’approvazione) che insieme ai cinesi e ai russi stanno inondando il mercato africano con prodotti economici ma adeguati alle esigenze e alla capacità degli acquirenti. I Paesi occidentali invece vendono (soprattutto sistemi ad alta tecnologia) ufficialmente solo a Stati legalmente riconosciuti mentre le forniture più discutibili vengono effettuate clandestinamente. Oltre ai recenti esempi documentati dai media di armi girate ai ribelli siriani dalla CIA vale la pena ricordare le forniture francesi ai ribelli libici sbarcate a Bengasi con la copertura degli aiuti umanitari o paracadutate dietro le linee degli insorti sul fronte di Tripoli. O le armi russe girate dall’Italia ai miliziani della Cirenaica provenienti da un carico sequestrato anni prima su una nave diretta nei Balcani.

Un affare imbarazzante sul quale l’Italia ha posto il segreto di Stato. La norma più comica del trattato è quella che chiede a ogni esportatore di valutare se le armi vendute potrebbero essere impiegate in futuro per violare i diritti umani o armare gruppi terroristici o della criminalità organizzata. Certezze impossibili da ottenere. I Paesi che fornirono armi leggere a Qatar e Arabia Saudita potevano prevedere che sarebbero state “girate” ai ribelli libici o siriani?

L’Italia ha venduto sistemi di puntamento per i carri armati siriani, ma non poteva certo immaginare che sarebbero stati impiegati per prendere di mira le case di Aleppo. I britannici hanno venduto armi per molti miliardi di sterline ai sauditi senza immaginare che i bombardieri Tornado avrebbero un giorno bombardato villaggi yemeniti controllati dai miliziani di al-Qaeda. Chi ha venduto blindati a Riad e Doha avrebbe dovuto prevedere che sarebbero stati impiegati per reprimere la rivolta sciita in Bahrein?

Il Trattato ben difficilmente riuscirà a limitare la vendita di armi a chi ne ha bisogno, ma contribuirà a rafforzare un mercato clandestino già molto florido. Un mercato parallelo che non coinvolge direttamente gli Stati e che è già saturo di armi trafugate dai depositi degli eserciti iracheno e libico, o dalle caserme siriane o provenienti dai surplus di molte repubbliche ex sovietiche o vendute tramite mediatori dagli “Stati canaglia”. Armi più che sufficienti ad alimentare a lungo un buon numero di conflitti a bassa intensità.