• (IN)GIUSTIZIA NEGLI USA

Traffico di bimbi abortiti, maxi multa per chi denunciò

San Francisco: la giuria di un tribunale, imbeccata da un giudice pro aborto, obbliga David Daleiden e altri attivisti pro vita a pagare 2,2 milioni di dollari alla Planned Parenthood dopo la pubblicazione dei video, girati di nascosto, sulla compravendita di tessuti e organi di bambini abortiti. Daleiden&Co faranno ricorso, ma rimane il fatto inquietante di una giustizia alla rovescia.

Immaginate di essere dei giornalisti investigativi che riescono in qualche modo a partecipare a delle grandi riunioni annuali di potenti organizzazioni e ad avere pranzi d’affari con i dirigenti delle stesse, che tra un boccone e l’altro rivelano molteplici pratiche illegali - e prima ancora ripugnanti - messe in atto dalle loro organizzazioni per fare profitti sulla pelle, letteralmente, di bambini. Immaginate che quegli stessi giornalisti riescano a filmare, con una videocamera nascosta, i colloqui avuti e poi a pubblicare il tutto su Internet. Immaginate che si svolga un processo e le persone filmate a loro insaputa non possano che ammettere che quei video sono veri.

In un mondo normale si perseguirebbero i responsabili delle condotte illegali, mentre nel nostro sono stati giudicati colpevoli e puniti con una maxi sanzione pecuniaria coloro che hanno fatto emergere lo scandalo. Il 15 novembre, infatti, David Daleiden, Sandra Merritt e altri attivisti pro vita legati al Center for Medical Progress (Cmp) sono stati condannati dalla giuria di un tribunale di San Francisco a pagare oltre 2,2 milioni di dollari - tra spese legali e risarcimento danni - al colosso abortista Planned Parenthood con l’accusa, tra l’altro, di aver violato niente poco di meno che la cosiddetta legge Rico (acronimo di Racketeer influenced and corrupt organizations), originariamente pensata per combattere la mafia e in seguito applicata anche ad altre associazioni a delinquere. Ben 870.000 dollari della sanzione complessiva sono stati inflitti a Daleiden&Co come «punitive damages», cioè con funzione punitiva, che viene comminata quando si vuole che la pena sia esemplare. A buon intenditor…

I video dello scandalo, girati tra il 2014 e 2015 (14 quelli pubblicati dal Cmp), mostravano top manager della Planned Parenthood discutere dei prezzi di organi e tessuti di bambini abortiti nonché di altre condotte illegali come gli aborti a nascita parziale, che comportano l’aspirazione del cervello del bambino e sono eseguiti per estrarre il maggior numero possibile di organi intatti, poi venduti a enti di ‘ricerca’. «Siamo diventati molto bravi a ottenere cuore, polmone, fegato […], perciò io non andrò a schiacciare quella parte, fondamentalmente schiaccerò sopra, schiaccerò sotto, e andrò a vedere se riesco a ottenere tutto intatto», diceva per esempio la dottoressa e dirigente della Planned Parenthood, Deborah Nucatola, spiegando quanto fatto sui bambini.

L’emersione dello scandalo aveva portato a un’inchiesta del Congresso, conclusasi con un report di 471 pagine contenente accuse di vario tipo nei confronti di Planned Parenthood e delle altre realtà coinvolte nel mercato degli orrori, e ad oggi è in corso su quei fatti un’indagine del Dipartimento di Giustizia.

Ma ciononostante è arrivato l’assurdo verdetto di San Francisco, con il processo viziato in partenza, stante il rovesciamento delle parti tra accusati e accusatori. A presiedere la corte è stato un giudice di cui sono noti i legami con la Planned Parenthood, William Orrick III, che ha rigettato la richiesta di ricusazione da parte della difesa, impedito ad alcuni esperti chiave di testimoniare e vietato di mostrare in aula diversi filmati. In aggiunta, Orrick ha istruito i giurati - 10 quelli che hanno emesso il verdetto - su quali norme considerare ai fini del giudizio: ha detto alla giuria che il Primo Emendamento (libertà di parola e di stampa) non ha niente a che fare con la vicenda, che Daleiden e compagni sono colpevoli di aver partecipato sotto copertura alle conferenze della National Abortion Federation e di aver violato gli accordi di segretezza che si firmano per partecipare a quelle riunioni, invitando quindi i giurati a concentrarsi solo sull’entità del risarcimento danni da riconoscere alla Planned Parenthood. E la giuria ha eseguito.

Daleiden ha definito la decisione «un pericoloso attacco» ai diritti garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione. Peter Breen, avvocato della Thomas More Society, gruppo che ha difeso Daleiden, ha detto che faranno ricorso contro la decisione, dal momento che «la sua indagine sull’attività criminale da parte del più grande fornitore di aborti in America ha utilizzato tecniche standard di giornalismo investigativo, quelle usate regolarmente dai media in tutto il Paese», tecniche senza le quali le pratiche criminali raccontate nei video non sarebbero venute alla luce.

Dovrebbero essere proprio i giornalisti statunitensi, e non solo loro, a fare una levata di scudi contro il verdetto liberticida di San Francisco e, invece, la grande stampa di impronta liberal ha continuato a seguire la linea adottata fin dall’emersione dello scandalo, o ignorandolo o minimizzando l’accaduto o addirittura attaccando l’operato di Daleiden e del Cmp. Il punto è che la vicenda svela in modo lampante quali atrocità si celano dietro il proclamato “diritto” su cui si regge l’industria dell’aborto e, per la grancassa mediatica che la sostiene culturalmente, negare l’evidenza è stato come un modo di autoproteggersi. Sebbene non si trattasse di un referendum del tipo “aborto sì” o “aborto no” - che è in pratica il modo in cui ha impostato la sua propaganda la Planned Parenthood a scandalo emerso - ma solo di riconoscere dei fatti e quantomeno prenderne le distanze. Hanno prevalso, per ora, la menzogna e un potere luciferino che punisce chi ne svela il vero volto.

In attesa del ricorso contro questa maxi sanzione, va ricordato che Daleiden e la Merritt stanno affrontando a San Francisco anche 14 accuse per registrazioni illegali: in questo secondo caso - della cui udienza preliminare abbiamo già scritto su questo quotidiano, riferendo del raccapricciante commercio di cuori battenti e teste di bambini nati vivi o abortiti - è il giudice Christopher Hite a dover decidere se andare avanti o no con il processo. Un processo, anche questo, alla rovescia.