• INTERVISTA/CODA NUNZIANTE

Tornare a una moda cristiana non è una battaglia persa

L'abito fa il monaco? No, però l'abito veicola un messaggio. Che deve esprimere il contenuto giusto. Di moda si sono occupati anche i pontefici del Novecento, soprattutto Pio XII. Virginia Coda Nunziante, con il suo "La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa", ripercorre l'insegnamento cristiano su un tema tutt'altro che frivolo.

«La moda non è un qualcosa che esiste solo sotto forma di abiti. La moda è nel cielo, nelle strade, la moda ha a che fare con le idee, il modo in cui viviamo, ciò che accade». Lo disse  una certa Coco Chanel e noi sottoscriviamo. La moda è allo stesso tempo impronta sulla sabbia e mano che lascia l’impronta. Riflette i costumi, le idee, gli orientamenti valoriali e, contemporaneamente, influenza, imprime essa stessa nel consesso sociale nuovi costumi, idee e orientamenti. Segno visibilissimo della temperatura morale di un’intera società e veicolo per orientare la coscienza collettiva. La moda è un fenomeno sociale che ha un peso specifico elevatissimo, eppure i moralisti cattolici e la stessa teologia se ne sono sempre occupati solo tangenzialmente.

Ha provato a mettere un’elegantissima pezza Virginia Coda Nunziante, presidente dell’Associazione Famiglia Domani e per dieci anni presidente della Marcia per la vita italiana. Coda Nunziante ha dato di recente alle stampe un libro dal titolo inequivocabile: La moda cristiana nell’insegnamento della Chiesa. Dopo un’ampia introduzione in cui l’Autrice sintetizza il percorso storico della moda alla luce della dottrina cattolica, ecco lasciare il lapis ad alcuni pontefici, in particolare a Pio XII, i quali nei documenti citati nel libro sottolineano l’importanza cruciale, di carattere sociale e morale, della moda e in specie della moda femminile. 

Dunque, dottoressa, l'abito fa il monaco?
Il proverbio noto a tutti, “l’abito non fa il monaco” ha una sua profonda verità. Ma anche la sua provocazione ha un fondo di verità. Essendo però dei concetti contrapposti possiamo dire che entrambi possono essere più o meno veri. Chi sostiene che non sono le apparenze (cioè l’abito) ma la sostanza che conta, ha ragione. Ma ha anche ragione chi sostiene che l’abito è molto importante per veicolare un messaggio. Faccio un esempio: se io vado da un direttore di banca che mi riceve in calzoncini corti e maglietta, metterò in dubbio la serietà della banca alla quale mi sono rivolta e probabilmente andrò a cercarne un’altra. Se, viceversa, vado in spiaggia e trovo il bagnino vestito in giacca e cravatta con scarpe lucide, avrei molti dubbi che egli sia effettivamente pronto a buttarsi in mare per salvare il primo malcapitato che annega. Dunque, l’abito aiuta chi lo indossa ad essere maggiormente cosciente del proprio ruolo e, a chi guarda, a capire meglio chi ha davanti a sé. Ma c’è un terzo principio a mio avviso molto vero e che potremmo formulare così: “non c’è monaco senza abito”. La cosa importante è che ci sia il monaco, ben formato e cosciente della propria vocazione. Questo monaco, per compiere appieno la propria missione, necessita però dell’abito, e portandolo avrà già svolto gran parte del suo ruolo. San Francesco, si racconta nei Fioretti, un giorno uscì con un suo confratello per andare a predicare ad Assisi. Per tutta la giornata i due fraticelli umili e compunti camminano con gli occhi bassi per le viuzze del piccolo borgo. Arrivata la sera se ne tornano al convento senza aver proferito una parola. «Ma non dovevamo predicare?» chiede frate Masseo. E frate Francesco: «E non abbiamo predicato mediante madonna povertà e sorella letizia?» Avrebbero predicato se non avessero indossato l’abito? Certamente no, perché nessuno li avrebbe notati. Dunque l’abito è fondamentale per far capire chi siamo, e qual è il messaggio che vogliamo dare.

Nella sua introduzione pare che l'unica moda che si salvi nella storia dell'uomo sia quella medioevale e quella della Belle époque. Non sappiamo cosa ci sia nei suoi armadi, ma in quelli degli italiani crediamo che scarseggino mantelli, gonne con drappeggi e camicette in pizzo con collo alto e rigido.
Anche nei miei armadi scarseggiano… ma ogni epoca ha la sua moda e dunque, al di là di individuare dei periodi nella storia in cui a mio avviso la moda era più consona per una società cattolica, viviamo oggi nel XXI Secolo e dunque dobbiamo confrontarci con il mondo nel quale viviamo. Nel libro ho cercato di tracciare una storia della moda ma, nella parte centrale, ho lasciato parlare i Papi del XX secolo. Sono loro che hanno subito capito l’immoralità della moda che si stava imponendo nella società e con i loro discorsi richiamavano le donne cattoliche a non farsi trascinare dal fascino di una moda immodesta. Anche nella moda di oggi possiamo trovare abiti adattissimi alla modestia cristiana. Ci vuole di più per cercarli ma non è impossibile. Bisogna solo tenere presente i criteri che i Papi stessi hanno indicato nei testi che ho pubblicato e che sono molto belli e profondi perché mettono al centro il ruolo della donna nella società.  

Viviamo stretti tra due fuochi: pandemia e guerra. La moda non potrebbe sembrare ora un argomento un po' troppo frivolo?
Concordo perfettamente se l’argomento fosse trattato dal punto di vista di cosa devo mettere oggi per essere “di moda” o quali colori devo scegliere per essere “trendy”. Ma non è questo il taglio del libro che vuole invece riportare la riflessione, nel mondo cattolico, sul tema dell’abbigliamento e della modestia femminile. Questo è un argomento che non perde mai la sua attualità perché è valido in ogni tempo e in ogni luogo. Sarebbe come dire che non dobbiamo occuparci di difendere la vita o la famiglia perché ci sono problemi più immediati. In realtà, la pandemia, la guerra, la probabile crisi economica che seguirà, sono tutte delle conseguenze della violazione dell’ordine divino e naturale. L’aborto, l’eutanasia, l’omosessualità ma anche l’immoralità pubblica, il nudismo ormai praticato diffusamente, sono tutti peccati che la Madonna a Fatima ha ricordato essere le cause dei castighi che il mondo dovrà subire. E la Santa Vergine ha anche specificato che “verranno mode che offenderanno molto Gesù”. Se la Madonna lo ha sottolineato probabilmente l’argomento è tutt’altro che secondario…

La battaglia per il pudore non è una battaglia persa in partenza?
Nessuna battaglia è persa in partenza. Si perde certamente se non si combatte ma se si combatte si può vincere o perdere, ma se si perde lo si fa con l’onore delle armi! È vero che il cattolico non deve essere un don Chisciotte e dunque bisogna sempre calibrare le battaglie sulle proprie forze per non perdere tempo inutilmente. Ma ci sono certe battaglie che il cattolico non potrà mai abbandonare, e sono quelle che riguardano la morale. Una di queste è proprio quella sul pudore che è strettamente legata alla difesa della purezza. È tanto più importante portarla avanti quanto più siamo immersi in una società che ostenta la licenziosità e l’immoralità pubblica. È vero che da un punto di vista umano la battaglia sembrerebbe persa perché tutti i media, tutti i social veicolano solo ed esclusivamente un messaggio libertario. Però noi, in quanto cattolici, sappiamo che non possiamo piegarci alle logiche del mondo senza perdere la nostra stessa anima. Dobbiamo pensare a Davide che non teme di combattere contro Golia perché sa che non deve contare sulle sue forze ma su quelle che Dio gli concederà. I Filistei avrebbero prevalso facilmente sul popolo d’Israele perché nessuno di questi osava combattere e sfidare Golia. Ma Davide non ha paura e la sua fiducia in Dio lo rende vittorioso. Ci sono molti esempi del genere, non solo nella Bibbia ma anche nella storia più recente. Se siamo convinti del bene di una cosa, che sia individuale o che abbracci la società intera, abbiamo il dovere di promuoverla, di combattere con tutte le nostre forze affinché il bene si attui. Se io ho un figlio che è sulla cattiva strada, non tralascerò nessuno sforzo per cercare di riportarlo sulla retta via perché sono mossa dall’amore per lui. E così dovrebbe essere il nostro impegno riguardo la società: se noi vogliamo il vero bene della società dobbiamo cercare di combattere tutto ciò che la danneggia, che la porta alla rovina. E per fare questo, l’unico motore è l’amor di Dio e il desiderio di salvezza delle anime. La difficoltà della battaglia non ci fa arretrare, non ci fa arrendere: anzi, è motivo supplementare per andare avanti. Mi ha molto colpito recentemente una frase del giudice della Corte suprema americana, Samuel Anthony Alito, il quale, riferendosi alla famosa sentenza Roe/Wade sull’aborto del 1973, ha scritto: «Non possiamo permettere che le nostre decisioni siano influenzate da condizionamenti esterni come la preoccupazione per la reazione del pubblico al nostro lavoro. Non pretendiamo di sapere come reagirà il nostro sistema politico o la nostra società alla decisione odierna di annullare Roe e Casey. E anche se potessimo prevedere cosa accadrà, non ci potremmo permettere che questa conoscenza influenzi la nostra decisione». Il giudice Alito sostiene che nessuna circostanza esterna deve influenzare la nostra decisione se questa è presa in retta coscienza con la consapevolezza di applicare, in questo caso specifico, la legge divina. Lo stesso vale per la morale: anche se il mondo va in un’altra direzione, noi dobbiamo, con la nostra vita, percorrere la strada che la nostra coscienza ci indica.

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