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ARGENTINA

Torna la crisi delle Falkland/Malvinas. La sfida di Milei e le trame di Trump

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Javier Milei rivendica le isole Falklands (Malvinas, nelle mappe argentine) a più di quarant'anni dalla guerra che l'Argentina perse contro il Regno Unito. Una minaccia insolita per un presidente libertario. Alle spalle della decisione, la sua alleanza con Trump, ai ferri corti con Londra. 

Esteri 05_09_2026
Javier Milei alle celebrazioni della memoria del conflitto delle Falkland (AP)

In questa estate di conflitti, in Ucraina e nel Golfo, tutto ci saremmo aspettati, meno un ritorno della crisi delle Falkland. Con un sorprendente discorso alla nazione, il presidente argentino Javier Milei, ha rivendicato il possesso dell’arcipelago e ha condannato il progetto di sfruttamento petrolifero britannico sul suo territorio. Per le Falkland, che gli argentini chiamano Malvinas, isole al largo delle coste argentine, ma abitate da cittadini britannici e sotto la sovranità britannica, fu combattuta una guerra nel 1982. Il breve conflitto venne vinto dal Regno Unito: le isole vennero riconquistate dopo due mesi di occupazione argentina. Da allora resta una questione latente, ma non un’area di crisi militare. Da ieri la situazione potrebbe cambiare.

A dire il vero un indizio c’era: nella semifinale del Mondiale di Calcio, vinta dall’Argentina contro la nazionale inglese, i giocatori albiceleste avevano estratto uno striscione con la scritta “Le Malvinas sono argentine”. Alla squadra nazionale è toccato pagare una multa di 321mila dollari, per questa e altre violazioni. Ma a scendere in campo era stata anche la vicepresidente Victoria Villarruel, in difesa della nazionale, con argomenti molto nazionalisti: «Hanno proibito di portarle [le isole Malvinas, ndr] allo stadio, ma si sono dimenticati che le portiamo nel sangue e nel cuore», aveva scritto dopo la partita.

Non era solo retorica calcistica, a quanto pare. Perché nel discorso alla nazione del 3 settembre, il presidente Milei ha dichiarato solennemente che: «Qualsiasi ulteriore avanzata nelle Isole Malvinas sarà considerata una violazione della nostra sicurezza nazionale». Si riferisce al progetto Sea Lion, sfruttamento del petrolio al largo delle isole, da parte di compagnie britanniche e israeliane. La risposta argentina è economica: Milei annuncia sanzioni contro tutte le compagnie coinvolte nel progetto. Ma anche militare: il presidente ha annunciato un nuovo investimento nella Difesa, soprattutto per la creazione di una nuova base navale nella Terra del Fuoco, nell’estremo sud del paese, di fronte alle isole. Il capo di Stato argentino è determinato a fermare il progetto di sfruttamento: «Se lo permettiamo, creeremo un incentivo per il governo britannico ad intensificare l'occupazione delle isole e lo sfruttamento delle nostre risorse». E ribadisce che «Le Malvinas non sono una questione del passato, sono il nostro futuro, dobbiamo recuperare queste isole che rivestono un'importanza nazionale. Non c'è altra strada da percorrere».

Non stupisce che queste parole di minaccia arrivino da un presidente argentino. Stupisce che arrivino da Javier Milei. Contraddicono prima di tutto la sua filosofia: è un anarco-capitalista e il suo obiettivo è quello di ridurre il più possibile il potere dello Stato sulla società, in attesa che i tempi siano sufficientemente maturi perché lo Stato scompaia del tutto. Una filosofia politica che mal si concilia con maggiori spese per la difesa e progetti nazionalisti di espansione territoriale. Milei stesso, quando era ragazzino, ebbe una brutta esperienza all’inizio della guerra delle Falkland: per aver espresso la sua contrarietà all’invasione delle isole venne picchiato selvaggiamente dal padre, riportando un trauma che non è mai passato. Nel suo primo anno di presidenza, Milei aveva promesso di risolvere la disputa diplomaticamente e fra alleati. Da ammiratore di Margaret Thatcher (per le sue riforme economiche), Milei non ha mai nutrito un odio personale per Londra e inizialmente proponeva di far accedere l’Argentina alla Nato, assieme al Regno Unito.

Il cambio di passo di Milei è dunque difficile da spiegare, non è coerente con il suo pensiero e nemmeno con il suo passato, remoto e recente. Una prima ipotesi è che il ruolo di presidente, in sé, cambi le persone. Milei parla da capo di Stato argentino quando afferma che «Possiamo discutere del mio stile. Possiamo essere in disaccordo sulla politica fiscale o sui tassi di cambio. Ma ci sono cause che trascendono qualsiasi differenza politica. Le Malvinas sono una di queste». Tuttavia è difficile capire perché adesso e perché con toni così violenti. Se il problema è un problema di sfruttamento commerciale del petrolio, perché un presidente di formazione economica e anarco-capitalista non preferisce trattare e ottenere condizioni contrattuali vantaggiose?

Una spiegazione da non trascurare è che alle spalle di questa decisione ci sia un’eminenza grigia molto ingombrante, non in Argentina, ma negli Usa: Donald Trump. Il presidente americano ha ingaggiato dall’inizio del suo mandato una guerra commerciale con l’Europa, Regno Unito compreso. Ha picconato la storica “relazione speciale”, con una serie di dichiarazioni umilianti sul governo britannico, soprattutto ai danni di Keir Starmer, predecessore dell’attuale premier Andy Burnham. Nemmeno la visita di re Carlo III negli Usa è servita a migliorare le relazioni fra le due sponde dell’Atlantico e l’ultimo motivo di rancore è lo scetticismo britannico sulla guerra degli Usa in Iran. Prima del discorso presidenziale di Milei, Trump ha fatto sapere, in un’intervista giovedì 3 settembre, che gli Usa “potrebbero cambiare posizione” sulle isole Falkland. Trump aveva già usato la questione delle isole del sud Atlantico come strumento di pressione: un’email interna del Pentagono, trapelata ad aprile, aveva sollevato per la prima volta la possibilità che Washington riconsiderasse la sua posizione sulle isole come un possibile modo per punire gli alleati della Nato che si erano rifiutati di unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran.

Trump ha un ascendente non trascurabile su Milei. L’aiuto economico Usa all’Argentina dello scorso autunno è stato uno dei fattori determinanti per la vittoria di La Libertà Avanza, il partito del presidente, nelle elezioni di metà mandato. L’anno prossimo si voterà per le presidenziali e Milei si candida per un secondo mandato. Risollevare la questione delle Malvinas, in pieno accordo con il presidente Usa, è per lui una mossa strategica. Lo ha detto nello stesso discorso alla nazione: «Recentemente, il presidente Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno rivalutando la loro posizione storica nei confronti delle Malvinas». E aggiunge il commento: «Gli Stati Uniti stanno valutando questo cambiamento di posizione perché sanno che l’Argentina ha un partner affidabile, in linea con i valori occidentali, in una posizione strategicamente importante che può rivelarsi un alleato prezioso nei decenni a venire».

Di fronte a questa nuova improvvisa minaccia dall’estremo sud del mondo, il governo Burnham, a Londra, risponde con la consueta determinazione britannica. «Ribadiamo con chiarezza che il diritto all'autodeterminazione degli abitanti delle Isole Falkland si estende al diritto di sfruttare le proprie risorse naturali», si legge nella dichiarazione ufficiale del governo. Le Falkland sono abitate da una popolazione interamente britannica. Nell’ultimo referendum sulla sovranità, nel 2013, oltre il 99% aveva votato per restare con Londra. Ma al 10 di Downing Street ci si chiede quante risorse militari restino al Regno Unito per poterle difendere da un eventuale attacco. La flotta britannica è oggi ridotta ai minimi storici, una frazione rispetto a quella che Margaret Thatcher riuscì a mobilitare nella primavera del 1982 per la riconquista delle isole.