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contraddizioni

Torino, la processione della Consolata fa l'inchino al laico Gobetti

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Nella festa della "consolatrice e protettrice" dei torinesi quest'anno ai santi veri si affiancano quelli anticlericali. Con tanto di omaggio al filosofo liberalsocialista, che vedeva nella Chiesa un ostacolo al progresso e auspicava una riforma protestante anche in Italia. Magari l'anno prossimo toccherà a Nietzsche e Vattimo.

 

Ecclesia 23_06_2026

“San” Piero Gobetti, ora pro nobis. Accanto a san Piergiorgio Frassati, accanto ai venerabili coniugi Carlo Tancredi e Juliette Colbert, marchesi di Barolo, la processione della Consolata omaggia anche il giornalista e filosofo liberalsocialista Piero Gobetti. Non con una citazione “sfuggita” in un’omelia, magari sfruttando la ricorrenza dei cento anni dalla morte del pensatore torinese, ma con una tappa della processione e con una vera e propria preghiera all’Onnipotente «per Piero Gobetti, che hai dato alla nostra comunità cittadina e nazionale...».

E dire che Torino è la città dei cosiddetti “santi sociali”, della Santa Sindone e del Miracolo Eucaristico. Una città prossima ai confini d’Italia che è stata – grazie anche all’impegno di Casa Savoia nel corso dei secoli – baluardo contro le eresie e contro il protestantesimo. Città capofila dell’anticlericalismo ottocentesco e patria della massoneria italiana, sviluppò nello stesso periodo un sorprendente percorso di santità grazie a san Giovanni Bosco, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati… e solo per citare alcuni dei nomi più noti.

Torino è anche la città della Consolata. Augustae Taurinorum Consolatrix et Patrona: con questo titolo la città venera la Santa Madre di Dio, consolatrice e protettrice. Il complesso della Consolata è il più antico della città dopo le vestigia dei monumenti romani: una storia di devozione che ha accompagnato la storia torinese, soprattutto dopo che, il 20 giugno 1104, il cieco bianzonese Jean Ravais ritrovò l’antica icona della Vergine nei sotterranei della diroccata chiesa di sant’Andrea riottenendo la vista. Da allora, la Consolata è il cuore della vita spirituale della città, luogo di storia e d’arte. Le regine Maria Teresa e Maria Adelaide, nonché la regina Margherita, erano particolarmente legate al santuario.

I torinesi hanno pregato incessantemente in questo luogo, ornato da migliaia di ex voto. Tra essi, Paolo Sacchi, militare italiano che contribuì in prima persona a salvare la città dall’esplosione della polveriera di Borgo Dora nel 1852: il suo ex voto è conservato nella sala dei confessionali, in quanto la basilica è anche un vitale centro per la purificazione delle anime. Nel 1706, i torinesi pregarono con fervore la Consolata per la salvezza della città assediata dai franco-spagnoli, assedio poi vinto alla vigilia della festa della Natività di Maria. L’amministrazione cittadina, nel 1835, fece erigere un’imponente colonna come ringraziamento per aver salvato la città dal colera.

Si può capire perché il 20 giugno sia, da nove secoli, una data centrale nella vita religiosa del capoluogo subalpino. La scelta dei luoghi da omaggiare nella processione della Consolata di quest’anno è dunque più che singolare.
La processione della Consolata si è snodata per il centro cittadino toccando anche luoghi non legati alla storia della fede, come l’Archivio di Stato, ma nei quali è forte la testimonianza storica del cattolicesimo. L’Archivio di Stato, come ricorda il libretto della processione, conserva al suo interno l’atto di fondazione dell’abbazia della Novalesa, une delle più significative presenze cattoliche nelle Alpi e documento tra i più antichi conservati negli archivi sabaudi. Luogo significativo anche perché prossimo al Rondò della Forca, uno dei più noti incroci di Torino, nel quale per alcuni anni nel corso del XIX Secolo si eseguivano le sentenze capitali; luogo ove san Giuseppe Cafasso svolse parte attiva del suo apostolato, confortando i condannati a morte ed ottenendo anche clamorose conversioni in extremis. Spiace che il Cafasso non sia stato ricordato. Invece, viene celebrato il Polo del Novecento, anch’esso a poche centinaia di metri dal Rondò della Forca, spazio polifunzionale da poco allestito negli antichi Quartieri Militari, «punto di riferimento nella ricerca storica, sociale, economica e culturale del Novecento e nella salvaguardia dei valori della Resistenza […]».

E poi c’è il richiamo a Piero Gobetti. Testualmente, il libretto recita: «Piero Gobetti spese la sua giovane vita per diffondere i valori di libertà, giustizia sociale e democrazia. Lui, liberale, collaborò con tutti coloro che combattevano la dittatura fascista, pur con programmi politici diversi dai suoi. Ricordare la sua figura anche durante questa processione è un modo per riconoscere che la nostra città è luogo di incontro tra tutti coloro che, pur nelle diversità, cercano di vivere quei valori condivisi di libertà, democrazia, rispetto reciproco che sono il nostro patrimonio comune». Tutto bello, per carità. Ma… quando mai Gobetti spese parole per la fede e la verità? Anzi, dalle colonne delle riviste Energie Nove e Rivoluzione Liberale, oltre che nelle sue numerose pubblicazioni, non mancò di esprimere il proprio rammarico per la presenza della Chiesa in Italia, riconoscendo in essa un ostacolo al progresso del Paese, sia politico che economico. Ah, se ci fosse stata la Riforma protestante anche in Italia! Secondo Gobetti, l’opprimente cattolicesimo aveva impedito lo sviluppo nella Penisola di uno spirito liberale genuino, capace di sottrarre gli Stati italiani all’arretratezza economica e culturale.

Si tratta del solito pensiero un po’ snob, che non sa vedere non soltanto la grandezza della Riforma Cattolica e del Barocco, ma che non sa nemmeno leggere la storia: vorremmo forse augurare a qualche Paese di sperimentare i “benefici” distruttivi delle rivoluzioni protestanti del XVI-XVII Secolo? Per altro, la tesi di Gobetti non è nemmeno originale. È vecchia. Già espressa da Sismonde de Sismondi nel secolo XVIII, fu poi portata a nuova vita dal celebre saggio di Max Weber L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, nel quale viene evidenziato il nesso fra il calvinismo e la modernizzazione che inevitabilmente viene collegata al capitalismo. La tesi di Weber riscosse un successo notevole in Europa e in Italia negli anni in cui si formò Gobetti. Dunque, nemmeno questo pensiero è ascrivibile in pieno al pensatore torinese che peccò di originalità, pur mantenendo una penna eccezionale.

Non addentriamoci nella profondità di pensiero di Gobetti. Ma quali “meriti” cattolici sono quelli che la diocesi ha ritenuto di dover celebrare? Si aggiunga al “danno” anche la “beffa” di quella preghiera «per Piero Gobetti, che hai dato alla nostra comunità cittadina e nazionale perché siamo tutti maggiormente consapevoli dei nostri doveri economici, sociali e politici. Come fecero altri concittadini emeriti, come Piergiorgio Frassati e Bruno Buozzi». E la preghiera: «Vieni Spirito Santo». Volendo malignare – ma Talleyrand e Andreotti insegnarono che a pensar male si fa peccato, ma spesso si ha ragione – pare che si sia voluta colpevolmente fare un’insalata mista, mescolando meriti indiscussi riconosciuti dalla Chiesa – quelli di Piergiorgio Frassati, recentemente canonizzato da Leone XIV – con i meriti sociali acquisiti dalla militanza antifascista: mescolare Frassati con il giornalista liberalsocialista Gobetti e il sindacalista Buozzi significa equiparare il percorso di salvezza dell’anima che porta al Paradiso ad un percorso di impegno sociale puramente terreno. Per di più, un percorso rivoluzionario – tale il titolo della rivista di Gobetti – e come tale perfettamente in linea con quel processo di costruzione gnostica di un mondo non cattolico, che ha come capofila Lutero e Calvino – non a caso Gobetti celebrava la rivoluzione protestante – e che ha i corifei in Voltaire e Rousseau. Tutti nemici della Chiesa.

Il prossimo anno, con questa filosofia, la diocesi potrebbe celebrare i piemontesi Gianni Vattimo, il padre del “pensiero debole”, o Umberto Eco, artefice di molti dei luoghi comuni contro il Medioevo cattolico. O, perché no, uno spazio potrebbe esserci anche per Friedrich Nietzsche, il filosofo che a Torino visse una parte significativa della sua vita e che gridò la “morte di Dio”…



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