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Topolino, ottanta anni portati bene

È approdato in Italia il 31 dicembre 1932 e per molti è uno di famiglia. Una famiglia vera, però, il topo detective non ce l'ha e per questo c'è chi sostiene che non offra un buon esempio ai ragazzi. Timori esagerati, anche se la produzione Disney si presta ad ambiguità.

Topolino e Paperino

La notte di san Silvestro del 2012 segna l’ottantesimo compleanno di Topolino, ma il suo è decisamente un parto plurimo.

La data di nascita vera del famosissimo personaggio creato da Walt Disney (1901-1966) e da Ub Iwerks (1901-1971), e da loro chiamato, come tutti sanno, Mickey Mouse, è infatti il 1928. In quell’anno uscirono infatti i due cortometraggi che lo resero celebre: il 15 maggio Plane Crazy, che passò praticamente inosservato, ma poi il 18 novembre l’arcinoto Steamboat Willie, che, proiettato al Colony Theatre di New York, spalancò le porte del successo. In Italia, il personaggio sbarcò, appunto rinominato Topolino, sul fascicolo datato 30 marzo 1930 del settimanale torinese Illustrazione del Popolo; è però il 31 dicembre 1932 quando l’editore Nerbini di Firenze pubblica il primo numero del periodico chiamato laconicamante proprio così, Topolino. Era un tabloid, e nei decenni il successo del personaggio è cresciuto in modo inversamente proporzionale alle dimensioni della testata che lo ha avuto protagonista. Nel 1935 a Nerbini subentrò la Disney-Mondadori; poi, fra alterne fortune legate al fascismo e alla guerra, se ne fecero brevemente carico l’Anonima Periodici Italiani, quindi la Helicon Italiana; e di nuovo fu la Mondadori a rilanciarlo nel 1949. In quell’anno, la testata Topolino rinacque con un nuovo n. 1, cadenza mensile, forte di ben 100 pagine e ormai ristilizzata in quel canonico e inconfondibile formato “libretto” che tutti ben conosciamo. Infine, nel 1988, Mondadori ha ceduto il passo a Disney Italia.

L’anniversario in questione è dunque quello di Topolino giornaletto italiano, del resto per grandi e piccini indistinguibile dal suo omonimo protagonista, il topo antropomorfo di Topolinia che ha il pallino delle indagini poliziesche. Ed è questo anniversario che viene celebrato dalla rassegna Storie di una storia. Il settimanale a fumetti in mostra, visitabile nelle sale di Wow Spazio Fumetto, il museo dell'illustrazione e dell'immagine animata di Milano, fino al 20 gennaio 2013.

Ma Topolino è una lettura adatta ai  ragazzi? Da decenni se ne discute, inveendo contro il sottotesto che percorre le storie Disney. Dagli Stati Uniti (dov’è nata in ambito protestante, ma con il concorso anche di alcuni ambienti cattolici) la polemica ha raggiunto diversi Paesi, compreso il nostro, dando vita a vere e proprie campagne di boicottaggio lanciate da gruppi di “genitori preoccupati” e di “mamme contro”.
In Disney, per esempio, manca cronicamente, dunque volutamente, la famiglia. Topolino e Minni, così come Paperino e Paperina, ma pure Orazio e Clarabella, o Paperon de’ Paperoni e Brigitta nonostante la loro veneranda età, sono fidanzati eterni che non si sposano mai.

E così invece di mamma e papà, il mondo Disney è popolato solo da zii e zie, uno sciame di nipoti e qualche rara nonna. Un assurdo. Tip e Tap nipoti di Topolino, e Qui, Quo, Qua nipoti di Paperino, ma pure le assai più recenti Ely, Emy ed Evy nipoti di Paperina, di chi sono figli? Se zii, Topolino e Paperino non dovrebbero essere fratelli di uno dei genitori di quei nipoti? E zio Paperone di quale padre o madre di Paperino è fratello? Nonna Papera, ava sia di Paperino sia dei suoi nipoti, da dove viene? Per non parlare poi del fatto che tutto il nipotame chiama disinvoltamente “zia” quelle famose fidanzate perenni che i loro zii non li sposano mai.

Di Paperino, poi, si contesta la maldestra e congenita fannulloneria che i fumetti finiscono di fatto per magnificare. D’altronde, zio Paperone, avido sempre e comunque (persino nei rarissimi momenti di generosità), non si redime mai come invece accade a Ebenezer Scrooge del dickensiano Canto di Natale cui deve il nome (in inglese quel papero ricco e taccagno si chiama infatti Uncle Scrooge). E proprio lui, Topolino, nei panni di detective che frequentemente indossa, si mostra sempre scettico e razionalista, sempre Sherlock Holmes senza mai un briciolo del padre Brown di G.K. Chesterton, e a tratti sembra persino materialista (tranne nella bella, e purtroppo breve serie-testata X-Mickey, peraltro di produzione tutta ed esclusivamente italiana, in cui alcuni vedono qualche diversa ma non meno pericolosa apertura all’occulto). E che dire dello scienziato, pazzo no ma illuminista sì, Archimede Pitagorico?
Un pasticcio inquietante, insomma. Del resto si sa, Walt(er) Disney era un alto grado della massoneria che non faceva affatto mistero di quella sua obbedienza, che è stato pubblicamente celebrato fra squadre e compassi, e che quelle squadre e quei compassi li ha pure tranquillamente disseminati (assieme ad altri simboli esoterici) anche nei suoi fumetti.

Tutto vero, tutto documentato, tutto molto visibile. Ma basta tutto questo a consegnare l’intero mondo Disney all’inferno, e soprattutto a vietarlo ai bambini e ai ragazzi come bene facciamo con la letteratura e il cinema delle parolacce, della violenza e del sesso? Forse no. Le grandi storie Disney, per esempio, soprattutto quelle raccontate attraverso i lungometraggi che hanno fatto la storia del cinema di animazione, almeno alcune, meritano la prova d’appello.
Biancaneve e i sette nani resta una splendida metafora della lotta tra il bene e il male affatto manichea: il candore e l’innocenza trionfano, distruggendo un male orrendo e tanto brutto da far persino gridare allo scandalo, a suo tempo, certuni. Cenerentola anche. La bella addormentata nel bosco pure, ricca com’è anche di una bella scena degna della pia leggenda cristiana di san Giorgio che affronta il drago per salvare la principessa, madonna Verità, insidiata dall’eresia.

Pur con alcuni riduzionismi, anche il Pinocchio Disney non è né brutto, né più pericoloso dell’originale scritto dal forse massone Carlo Lorenzini alias Collodi (tanto che il cardinale Giacomo Biffi ne ha saputo con sublimità fare uno straordinario strumento di catechesi). In esso la fata Turchina è decisamente un nume del Cielo (come lo è anche la fata Smemorina in Cenerentola) e vi compare pure la preghiera. La preghiera c’è, e in ginocchio, parimenti ne Le avventure di Bianca e Bernie (anche se la Società di Salvataggio dei topi mondiali assomiglia un po’ troppo alla “massonica” ONU). Mentre nulla di pernicioso vi è nel sontuoso Il libro della jungla, ispirato ai racconti di Rudyard Kipling: la storia è l’esaltazione dell’umanità di Mowgli irriducibile agli animali, in specie il re delle scimmie che crede di essere suo cugino ma appunto solo (come il film mostra benissimo) crede. E tutti sappiamo cosa di nobilmente educativo Robert Baden-Powell abbia saputo trarre dalle storie di Mowgli creando gli Scout.

Chi punta il dito contro gli animali parlanti, dovrebbe insomma rileggersi Esopo e Fedro (ma anche C.S. Lewis); e chi non coglie la potenza suggestiva del mito, dovrebbe rifamiliarizzare con Platone e J.R.R. Tolkien. L’importante è non farne mai un’alternativa al logos, che nella pienezza dei tempi s’incarna in Gesù, ma celebrarne le nozze. E chi ritiene che parlare dell’uomo mediate degli animali sia davvero troppo forse non ha mai sfogliato un bestiario medioevale; sarà magari per questo che la Disney ha creato quel bestiario “moderno” che s’intitola Il re leone, metafora splendida della maturazione della persona, della vita come vocazione, del senso autentico dell’autorità, e persino racconto graalico nel suo esaltare la regalità taumaturgica del sovrano restaurato che scaccia l’usurpatore risanando, con il suo scettro benedetto dall’Alto, la terra in decadenza. E lì vi è persino un ordine sacerdotale, che il rampollo della casa reale all’inizio del film persino lo battezza.

Non è vero che la pornografia sta solo nell’occhio di chi la vede, mentre è purtroppo vero che dell’omnia munda mundis (in sé santo) si è fatto spesso carne di porco. Ma è proprio questo che distingue l’uomo da un cartone animato: la capacità di discernere gli spiriti anche di fronte all’offerta ambigua della maison Disney.