• IL BELLO DELLA LITURGIA

Tintoretto e l’Ascensione, inizia la missione della Chiesa

Nel dipinto che Jacopo Robusti, detto Tintoretto, realizzò per la confraternita di San Rocco, è vigoroso il Cristo che ascende al cielo. I discepoli, sulla destra, osservano la scena che scompare ai loro occhi velata dalle nubi. Uno di loro tiene tra le mani un libro, allusione alle Sacre Scritture che stanno, in quell’istante, avverandosi.

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, Ascensione, Venezia - Scuola Grande di San Rocco

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». (At 1, 11)

Spetta a rilievi paleocristiani, incisi nella pietra di sarcofagi e in preziosi avori, il primato dell’iconografia dell’Ascensione di Cristo: i più antichi risalgono al IV secolo e sono, dunque, contestuali al diffondersi della festa liturgica di cui parla, per la prima volta, Eusebio, vescovo di Cesarea ed erudito storico delle origini della Chiesa. Da allora, e velocemente, si moltiplicarono le soluzioni formali immaginate dagli artisti di ogni epoca per rendere visibile l’episodio con cui si concludono le apparizioni pasquali di Gesù, portando a compimento il mistero della Resurrezione.

Oriente e Occidente s’influenzano reciprocamente nei modelli adottati: in linea di massima, si differenziano per la ieratica solennità che l’iconografia bizantina conferisce alla figura di Cristo rispetto all’approccio nostrano che evidenzia, piuttosto, la potenza dell’atto dell’Ascensione, propria solo del Figlio di Dio. L’interpretazione che del tema diede Correggio nella cupola della chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma ne è uno splendido esempio (vedi qui). Correva, allora, il secondo decennio del XVI secolo: cinquant’anni più tardi toccò al veneziano Tintoretto confrontarsi con il medesimo tema.

Vigoroso è il Cristo che ascende nel telero della Scuola Grande di San Rocco, confraternita per la quale il maestro realizzò un imponente ciclo decorativo che include episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Tintoretto affida il racconto a Luca, la cui figura in primo piano si volge verso la visione di cui riferisce sia nel suo Vangelo che negli Atti degli Apostoli. Il pittore incrocia i dettagli delle testimonianze lucane e inserisce un possente Gesù a figura intera dentro una danza di angeli che, trionfanti, sventolano rami d’ulivo e Lo scortano in cielo.

Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. (…) Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato, e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi (At 1, 1-2; 9).

I discepoli, sulla destra, disposti attorno a una tavola, osservano la scena che scompare ai loro occhi velata dalle nubi, la cui presenza giustifica gli effetti cromatici di chiaroscuro che accentuano il vorticoso moto ascensionale. Uno di loro tiene tra le mani un libro, allusione alle Sacre Scritture che stanno, in quell’istante, avverandosi.

Due uomini avanzano dal fondo del brullo paesaggio, illuminato dai raggi della luce divina. Discutono tra loro mentre s’incamminano. Chi siano esattamente è difficile dirlo ma se ci affidiamo, nuovamente, al Vangelo di Luca, possiamo immaginare che il pittore abbia voluto, in loro, identificare l’inizio della missione della Chiesa. “Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.

A loro, a noi, è affidato l’annuncio del Cristo Risorto e Asceso al cielo dove “il cielo - come spiega Benedetto XVI - non indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di molto più ardito e sublime: indica Cristo stesso, la Persona divina che accoglie pienamente e per sempre l’umanità”.